Mi chiamo Aronne

È tutto molto imbarazzante perché non so bene da dove cominciare, o che senso dare a tutta la questione. Magari inizio con qualche dato banale, tipo il mio nome e cosa faccio di lavoro e quanti anni ho. Allora, mi chiamo Aronne.

Nome che era già fuori moda quando ancora non si viaggiava nello spazio. Di mestiere collaboro alla terraformazione di mondi inabili al supporto della vita su base carbonio. Nell’ambiente mi conoscono tutti come il Vecchio. Non solo perché sono vecchio veramente, nel senso che ho passato gli ottanta. Credo anzi che sia una questione di attitudine: ero il Vecchio anche quando ho iniziato a fare questo lavoro, e non avevo nemmeno vent’anni.

I ventenni di adesso sentono parlare di me e mi cercano incuriositi nei siti delle università e degli istituti scientifici. Gli ci vuole un po’ per rendersi conto che non sono mai entrato in un’aula universitaria in vita mia, né per imparare né per tenere lezione. Io mi sono formato sul campo. Sono nato su un cargo di classe H che faceva la spola tra la Terra, la stella di Barnard e Wolf 359; mio padre era l’ingegnere capo, mia madre il primo ufficiale. Quando avevo poco più di sei anni capitò che imbarcassimo un team di terraformatori, capitanati dal famoso Tremayne, per portarli nel sistema di Lambda Serpentis, dove c’era un pianeta tellurico in corso di rimboschimento (come si dice nel nostro gergo). Quanto a distanza non era niente di che, poco meno di trentanove anni luce dal Sole; ma noi eravamo un cargo merci di piccolo cabotaggio e non eravamo mai stati tanto in là. Tutte queste novità stuzzicarono la curiosità dei miei, che invitarono a cena Tremayne e parte del suo team nel nostro alloggio. Dopo non so che chiacchiere del più e del meno, presi Tremayne da parte e gli chiesi di raccontarmi cosa avrebbero fatto al mondo in orbita attorno a Lambda Serpentis. Tremayne, contento che un bambino così piccolo lo seguisse senza battere ciglio, descrisse in dettaglio lo spostamento del mondo da un’orbita troppo vicina al suo sole ad un’orbita più lontana, per ridurre la sua temperatura in superficie; la riattivazione del suo nucleo con iniezioni di plasma ad alta energia; lo scioglimento della sua rotazione sincrona, per cui prima aveva un lato sempre al sole e uno sempre al buio e adesso aveva un giorno e una notte di eguale durata; l’introduzione di oceani tramite schianti di vari satelliti ghiacciati provenienti dal suo sistema; la creazione di un’atmosfera ossigeno/azoto, e via dicendo.

Tremayne sbarcò poi su quel mondo, ma ci tenemmo in contatto. Io ero cresciuto su un’astronave, non sapevo niente di verdi giardini e ruscelli e prati fioriti e spiagge piene di sole – ai miei interessava veramente poco, fintanto che i replicatori funzionavano e potevi prenderti una coppa di fragole con panna in qualunque momento tu volessi. Ma a me era rimasto qualcosa di quanto mi aveva raccontato Tremayne, qualcosa che si era incastrato con qualcos’altro, e aveva dato frutto. Finita la scuola dell’obbligo a sedici anni, mi presentai da Tremayne chiedendogli se potevo diventare suo assistente. Era una brava persona, molto competente, per nulla uno stronzo. Si preoccupò sempre che fossi trattato bene e non ebbi mai uno sgarbo né da lui né dal suo team, che ammiravo senza riserve e a cui non pestai mai i piedi. Fu così che imparai tutto da lui, entrai nell’albo professionale, ebbi commissioni e incarichi e un mio team, e ora ho ottantasei anni e ho fatto questo mestiere per tutta la vita.

E sì, sono stato felice: ma non è che per questo la mia vita ha un senso.

Qualcuno ha detto che noi terraformatori siamo i più grandi nemici della morte. Nel senso che la combattiamo su più fronti. Primo: prepariamo nuove case per l’umanità, che sgombra e abbandona la natia Terra e si spande tra le stelle, moltiplicandosi. Secondo: impediamo lo sfruttamento e la devastazione di ecosistemi alieni: è stato un terraformatore come me, il grande Vergerus, maestro di Tremayne, a far passare in Senato la legge che proibisce l’accesso a pianeti alieni abitati da qualsivoglia forma di vita – fossero anche microbi – se non per scopi di ricerca scientifica. Se vuoi stabilirti in un paese straniero, e invece di costruirti una casa sfondi la porta di quella di un altro massacrandone gli abitanti e ci vai a stare, non sei un eroe – sei uno stronzo. Terzo: raduniamo le risorse di un mondo morto e le riorganizziamo in modo da renderle vivo, attivo e produttivo.

Tutto molto bello – ma non so, non mi convince. Non sono un filosofo, ma mi pare che in questo ragionamento vengano date per scontate cose che non lo sono. Capirai, le nuove case dell’umanità – moltiplichi gli umani, moltiplichi pure la sofferenza che si portano dietro, o comunque l’assenza di senso. Poi questa menata di vincere la morte. Non si vince, prima o poi arriva e non è che cambiando pianeta la scampi. Parliamo di vita della specie, d’accordo, non del singolo. Ma ce ne frega veramente qualcosa della vita della specie quando siamo noi personalmente sull’orlo del nulla?

Ho la fortuna di essere invecchiato bene e in salute. Gli standard della medicina del mio tempo sono molto elevati e a ottantasei anni la qualità della mia vita non è male – cammino, corro, ci sto con la testa, non sono sovrappeso, cardiopatico eccetera. Questo rende ancora più insensato il fatto che in meno di vent’anni non sarò più al mondo. Mica sto male, confinato in un letto. Non c’è demenza o atroce sofferenza. Grossomodo sto bene. Sto bene come stavo a quarant’anni o a venti, ovviamente con le dovute differenze. Perché accettare di doversene andare solo perché è inevitabile? O ancora: perché esserci stati proprio?

Non è questione di legami affettivi. Ho avuto amici, partner, nessun figlio perché non li ho mai voluti e continuo a non volerne. Ma l’amore non mi ha tolto questa sensazione di fondo, il nulla che giace sotto tutte le cose. Giusto il lavoro, ogni tanto e per poco tempo. Se si trattava di distrarsi, il mio lavoro ti permette di farlo come pochi altri. Ho finito da poco di rileggere quella storiella di Leopardi sugli uomini che si accorgono che il mondo è tutto uguale a sé stesso ed è limitato, per cui si suicidano dal tedio. Mi sono sentito compreso da questo signore gobbo di secoli fa. Il fatto che lo spazio sia infinito non cambia le carte in tavola. Il 74% dell’universo osservabile è idrogeno, il 25% è elio: gli elementi pesanti, che offrono qualche variazione – quelli che compongono i corpi celesti – sono meno dell’1%. A sua volta, l’universo osservabile è solo il 5% del malloppo. Il resto è materia oscura, dove non si può esplorare. Vi renderete conto che l’universo, come il mondo di Leopardi, è ripetitivo e limitato; la diversità è solo apparente. E dopo aver visto centinaia di pianeti posso pure confermarlo di persona.

A settant’anni mi hanno spedito in pensione. Ma hanno accettato di tenermi in servizio come veterano, dopo che li ho implorati a forza di cartelle cliniche di continuare a farmi lavorare. Mi pagano uguale e lavoro da fare ce n’è sempre tantissimo, per cui non do fastidio a nessuno. Mi fanno assistere team di giovani e inesperti, ispezionare pianeti in corso di rimboschimento e beccare gli errori, addestrare gli allievi meno scemi e dire ai più scemi che è meglio se vanno a lavorare all’INPS, che per inciso al momento va fortissimo perché l’età media della popolazione umana è tornata ad abbassarsi (facciamo tutti un sacco di figli perché ora c’è spazio). E insomma ho passato sedici anni a distrarmi ulteriormente, fino a che non è saltato fuori un incarico apparentemente semplice, ma dove ho fiutato subito che c’era un problema.

Mi hanno chiesto di controllare il sistema di Gliese 436, una nana rossa a 31 anni luce dal Sole, e solo cinque dalla mia posizione in quel momento, nei pressi di 61 Virginis. Ho chiesto cosa ci fosse ancora da controllare, visto che il sistema mi risultava completamente esplorato. Mi hanno risposto che lo aveva esplorato Monash. Monash è il coglionazzo che l’ufficio si tiene perché ha gli agganci, gli danno lavori facili e poi mandano qualcuno bravo a controllare per bene. Tra noi terraformatori si ride sempre molto quando si constata quanto la realtà sia diversa dai rapporti di Monash sui sistemi che ispeziona. O ci s’incazza, dipende dal carattere. Detto fatto ho preso la mia nave, la Livio Andronico, e due giorni dopo sono uscito dalla curvatura appena fuori dall’eliosfera di Gliese.

Riassumo qui il rapporto di Monash. Gliese 436 è una nana rossa. La zona di abitabilità nel suo sistema planetario è per questo molto stretta e molto vicina alla stella. C’è un gigante gassoso delle dimensioni di Nettuno, con uno strato di ghiaccio ed elio in superficie che viene continuamente eroso dal vento solare e dai brillamenti di Gliese (le nane rosse hanno temperamento, si sa). Brillamenti che, secondo lui, escludono completamente la possibilità di vita sul satellite principale del gigante gassoso, leggermente più grande della Terra: l’atmosfera del poveretto verrebbe spazzata via a intervalli troppo vicini l’uno all’altro. E già qui cominciamo male: Monash non dice di avere ispezionato il satellite. Ha fatto un giro attorno al gigante gassoso, ha fatto due conti e se n’è andato. Il rapporto si conclude menzionando un altro pianeta tellurico, in un’orbita poco più esterna di quella del gigante gassoso – probabilmente catturato dalla gravità di Gliese mentre era in orbita attorno al centro galattico, altrimenti non si spiega – e che Monash raccomanda per la terraformazione: ha una debole atmosfera di ossigeno, è coperto da uno strato di ghiaccio che probabilmente (‘probabilmente’? Ma sei andato sul pianeta a controllare…?) nasconde un oceano, ed ha un nucleo geologicamente molto attivo.

Detta così parrebbe una pacchia: avvicini il pianeta a Gliese, fai sciogliere il ghiaccio, c’è già ossigeno nell’atmosfera… facile. Troppo facile, appunto. Dopo una settimana in orbita attorno al pianeta, la telemetria delle sonde che ho lanciato attraverso lo strato di ghiaccio era inequivocabile: resti organici. In tuta stagna e con bombola di ossigeno mi sono teletrasportato sul fondale dell’oceano, munito di lampade e analizzatori. E ho visto abbastanza. L’intera zona epipelagica del pianeta, intendo i fondali costieri, è piena così di organismi viventi, una sorta di corallo quasi inamovibile in età avanzata, ma che da giovane fluttua a mezz’acqua – sembrano gamberetti – e si nutre di bario, calcio e altri silicati dalle fessure idrotermali, dove l’acqua viene a contatto con il magma del nucleo del pianeta e ne esce arricchita da elementi pesanti. Il nucleo, per inciso, è qualcosa come quattro volte più esteso di quanto pensava Monash. E comunque questa roba è viva. Poco più che vegetale, ma viva. Un ecosistema alieno che finiremmo per annientare se spostassimo il pianeta dalla sua orbita. Ho ordinato al computer di teletrasportarmi a bordo e ho inviato subito un rapporto preliminare in ufficio: Gliese 436 c va immediatamente dichiarato inadatto alla terraformazione in quanto protetto dalla legge Vergerus.

Andiamo a vedere, per curiosità, anche il gigante gassoso. Cominciamo malissimo: c’è un satellite in più rispetto a quanti ne aveva dichiarati Monash (forse quello di troppo se lo voleva rivendere…?). La nuvola di idrogeno attorno al pianeta effettivamente c’è, ed era impossibile non vederla. Ma non è causata dai brillamenti di Gliese. I brillamenti di Gliese, se ci fai caso, sono tutti nelle regioni polari, ma il gigante gassoso è in orbita attorno all’equatore. Tra l’altro la temperatura superficiale del pianeta è 439 gradi centigradi, francamente impossibile se l’unica fonte di calore fosse questa povera nana rossa – per quanto vicina. Anche qui ci deve essere un nucleo molto attivo, che causa l’evaporazione continua dello strato di ghiaccio superficiale. I satelliti sono tutti dei sassi senza vita, più piccoli della nostra Luna. Ma quello principale…

…quello principale non solo non ha l’atmosfera continuamente spazzata via dai brillamenti – non ci sono brillamenti su questo lato – ma ha una temperatura media alla superficie di una decina di gradi centigradi, poco meno della Terra. E a meno che io non abbia le traveggole, già dal finestrino della mia astronave vedo verde e azzurro. Monash aveva due ecosistemi alieni sotto il naso ed è riuscito a non accorgersene.

Ancora in orbita attorno a questo satellite, mentre sto mandando un paio di sonde sulla superficie per dare un’occhiata, ho una fitta alla testa e mi rannicchio sul pavimento in posizione fetale, rimanendo immobile per un’ora.

Ultimamente succede sempre più spesso. Sto facendo una cosa in cui sono completamente immerso, quando ad un certo punto la consapevolezza che è completamente inutile perché la vita umana non ha senso né scopo mi trafigge con una tale intensità, che devo smettere di fare quello che sto facendo e piangere in silenzio. Ma non c’è tempo, devo stare sul pezzo, sto per ricevere le telemetrie delle sonde. Mi asciugo le lacrime, mi rimetto in piedi, mi siedo al quadro comandi. Le sonde dicono quello che devono dire, tutta roba per gli esobiologi. Leggo un tanto al chilo ma non mi sembra che ci sia niente di allarmante, o anche solo di interessante. Oh, questo è divertente: l’anno, qui, dura due giorni e 15 ore. Siamo vicinissimi a Gliese e nelle orbite basse i corpi celesti ruotano più in fretta. Improvvisamente sento il bisogno di scendere sul pianeta. Tanto è ossigeno/azoto, gravità 1.2, niente di grave, avrò un po’ di affanno. Faccio in modo di dare al computer le coordinate di un fiume vicino all’equatore, ventidue gradi, tarda mattinata. Meglio di così. Mi trascino verso la cabina del teletrasporto e in un attimo sono al sole.

Devo essere impazzito. Cerco freneticamente nella mia borsa e mi inietto subito gli anticorpi potenziati che di regola dovresti avere nel tuo sangue prima di sbarcare su un pianeta alieno. Sarò già infetto? Avrò infettato un ecosistema? Perché non riesco a considerarlo importante?

Mi guardo intorno. Credo di essere in una sorta di foresta. Sono circondato da tonalità di verde quante non sapevo ne esistessero. Sono piante a fusto, somigliano ai nostri alberi ma sono molto più basse e aperte come fossero ciotole, i rami a forma di dita delle mani. Il sottobosco è ricco di piante a stelo, piante rampicanti, foglie larghe e appoggiate al suolo. Cercando di non calpestare nulla, avanzo lungo la riva del fiume, il sole tanto enorme – perché vicinissimo – quanto poco caldo che picchia sulla mia testa. Di notte, qui, si vedranno benissimo Canopo e Arturo. Cosa avevo poi letto nella telemetria, che non mi ricordo più…? Ah, sì. Il pianeta è privo di forme di vita animale. Ci sono solo vegetali in questo mondo. Forse la gravità più alta, forse un’estinzione, chissà. Restano appena pochi protozoi negli oceani.

In gergo, chiamiamo questi mondi i Silenziosi. Non ci succede praticamente mai niente, in termini umani. Non ci sono fiori né colori vivaci, non ci sono piante velenose o carnivore. Mi volto sentendo un fruscio: una specie di cipresso alto otto metri ha appena sparato in aria qualche milione di semi, ciascuno allocato nel suo baccello trasparente, perfetto per le giornate ventose. Ho portato una maschera per filtrare questa roba…? No, ovviamente. La gravità mi sta dando un po’ fastidio: faccio fatica a sollevare una gamba dopo l’altra. Magari è anche perché ho ottantasei anni e ho pure mangiato da poco? Fatto sta che dopo meno di un chilometro in mezzo al bosco, mi fermo davanti ad un altro fiume, questa volta più stretto dell’altro e dalla corrente meno rapida: riesco a vedere in lontananza, quasi controsole, una catena di montagne.

Il colore di quest’acqua è diverso. Non è trasparente, ma vermiglia. L’analizzatore mi indica un processo anaerobico in atto e una forte presenza di etanolo e diossido di carbonio nelle vicinanze. Quest’acqua vermiglia e densa sembra quasi sobbollire. Mi metto a quattro zampe e cerco di capire da dove viene – ma la risposta che cercavo è a pochi metri da me. Una pianta legnosa, coperta di foglie grasse e brillanti tutte immerse nel fiume, sta lentamente rilasciando quel liquido vermiglio e insieme ad esso, minuscoli semi dispersi. La cosa inquietante è che ha finito per fare una specie di diga sul fiume: sbarra la strada all’acqua a monte, la assorbe, ci fa una cosa strana che non capisco, e rilascia verso valle – come sottoprodotto – questo…

Mi tolgo il guanto, metto la mano a coppa e faccio l’esatto contrario di quello che dovrebbe fare un esploratore come me, cioè prendo un sorso e bevo.
È idromele.
O almeno, ci somiglia.

Non ho capito perché ma sono nudo, in posizione fetale, e sto piangendo di nuovo. Dev’essere quella cosa che mi succede sempre più spesso. È idromele, sicuro. Mentre piango e penso che fra vent’anni sarò morto e la mia vita non ha avuto – come quella di chiunque – assolutamente alcun senso, una frazione del mio cervello pensa lucidamente che la pianta utilizza l’acqua assorbita dalle foglie per far fermentare una sorta di miele vegetale, molto zuccherino, e poi lo rilascia nel fiume assieme ai suoi semi, che così hanno una base di glucosio fortissima con cui mettere radici altrove. La pianta madre si riproduce e provvede energia per far partire le piante figlie. E spara in aria etanolo e diossido di carbonio come sottoprodotti della fermentazione, come le piante terrestri fanno con l’ossigeno durante la fotosintesi.

Smetto di piangere. Vorrei solo assaggiare di nuovo quell’idromele, perché è molto più saporito di quello che produciamo noi sulla Terra col miele delle api. Non mi importa di nient’altro. Metto un piede nel fiume di idromele. È scaldato da sei ore di sole, ma è fresco. Mi immergo. Non è molto profondo. Metto la testa sotto e apro la bocca. È dolcissimo e meravigliosamente alcolico. Non riesco a smettere di berlo, sorso dopo sorso, e ne sono letteralmente circondato. Non faccio caso all’esterno, al silenzio rotto solo dal rumore del vento e dalle fronde degli alberi. Sto facendo il doppio della fatica per via della gravità ma non mi importa. Più bevo e più mi sembra tutto pieno di senso e leggero e meraviglioso. Non mi riesco a stancare. Ma cosa dico? Io non sarò mai più stanco in vita mia. Né sarò più triste. O solo. Sguazzo nel fiume di idromele, sempre più agitato, sempre più pieno di zucchero e di alcool, finisco per cantare tutte le canzoni che so. La tristezza è come se l’avessi lasciata fuori dalla porta come quel cane stronzo che è. Forse dopo le do un tozzo di pane, forse no.

Mi arriva addosso una stanchezza mortale e mi corico sulla riva, cotto per bene dal sole del primo pomeriggio, la faccia ancora umida di zucchero e miele. Mentre scivolo nel sonno penso: può benissimo essere la fine. Non me ne frega più niente. E se non lo è, poco male. Mi risveglio vivo, bevo di nuovo, crollo nel sonno – ripetere la sequenza fino all’esaurimento, finché non sai più chi sei e che fai e nemmeno t’importa – finché alla morte non pensi più, e se arriva non te ne accorgi nemmeno.

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