Cattive

La mamma ci ripeteva di continuo che non potevamo andare nello studio di papà: non era un posto per signorine, diceva. Papà, invece, non aveva neppure bisogno di dirlo, non ci parlava quasi, era sempre serio.

Ogni giorno, dopo pranzo, lo vedevamo attraversare il lungo corridoio pieno delle foto ingiallite di nonni e bisnonni imbronciati, chiudeva dietro di sé la pesante porta di mogano dello studio e spariva. Usciva da lì solo per la cena e subito dopo ci ritornava, fino a notte fonda.
Solo una volta avevamo visto lo studio di papà, giusto pochi secondi. Aveva dimenticato la porta socchiusa. Ci eravamo avvicinate in punta di piedi. Attente a non fiatare, avevamo sbirciato nella camera: ovunque antiche librerie colme di grossi volumi, le pareti erano tappezzate di ritratti contornati da cornici dorate; alla scrivania non c’era nessuno, solo scartoffie; papà sedeva sul divano, in vestaglia, accanto a una signorina girata di spalle, completamente nuda.
La mamma ci aveva subito tirate via. Poi ci aveva fatto scrivere la parola “cattive” su cento paginette.

Dopo qualche giorno, nel pomeriggio, vedemmo di nuovo lo studio di papà, ma stavolta non aveva dimenticato la porta aperta.
Noi eravamo ferme sull’uscio della nostra camera, la mamma continuava a prendere a pugni la porta e a chiamare papà.
Avevamo paura. Poi, lentamente, c’incamminammo nel corridoio: dai quadri i parenti di mamma e papà sembravano spiarci con aria severa.
Tirammo un grosso respiro e sbirciammo oltre lo stipite della porta.
Papà era su una donna nuda stesa a terra, aveva calzoni e mutande calate. I suoi occhi erano fissi su di noi e un rivolo di sangue gli colava dalla bocca spalancata.
Quando mamma lo tirò su, notammo che quella non era una ragazza, ma una bambola. La mamma, agitata, prima iniziò a premere le mani sul petto di papà, poi lo baciò, e la cosa ci fece un po’ schifo, ma rimanemmo mute. Infine, si alzò di scatto e cominciò a camminare avanti e indietro nella stanza, le mani fra i capelli; ogni tanto guardava la bambola a terra.
Appena si accorse di noi si precipitò verso la porta e ci prese a schiaffi.
Corremmo in camera nostra. Subito udimmo in tutta la casa rumori di mobili spostati, le imprecazioni di mamma.
Solo dopo un’ora mamma si presentò in camera nostra, vestita come se dovesse andare a messa.
Disse che papà era morto.

Era ormai sera quando ci diede il permesso di uscire dalla stanza. La porta dello studio di papà era aperta, ma lui non c’era, e nemmeno la bambola.
Poco dopo iniziò a venire gente: prima la vicina, la signora Rosina; poi il collega di papà, l’avvocato Russo; e man mano tutti i condomini, gli amici di papà che spesso avevamo visto chiudersi con lui nello studio, i parenti che non vedevamo da anni e persino i bottegai giù da noi.
La casa era piena di persone dal volto triste. Tutti abbracciavano e baciavano la mamma. Il dottore entrava e usciva dalla camera da letto e aveva uno sguardo serio, così diverso dalle volte in cui era venuto a cena da noi e rideva e scherzava con mamma e papà.
Papà era a letto, vestito anche lui come se dovesse andare in chiesa. Aveva gli occhi chiusi e le mani sulla pancia, attorno al volto era legato un foulard bianco, gli dava un’aria così buffa.
Mamma stava accanto a lui e piangeva, ogni volta che qualcuno le si avvicinava sussurrava: «Grazie mille… gentilissimo…»
Tutti nella stanza avevano il capo chino e bisbigliavano, dicevano che papà era un grande lavoratore, marito e padre esemplare.
La mamma non era mai stata così fiera di papà.
Noi, invece, composte contro al muro, ci chiedevamo solo dove fosse finita la bambola. Non riuscivamo a credere a ciò che avevamo visto: papà che giocava con una bambola! Lui che quando ci regalava una pupa si raccomandava sempre di non sciuparla.
A un tratto papà, steso lì sul letto, non ci sembrava più duro come l’avevamo sempre visto.
Ci guardammo negli occhi: sorridemmo. Mentre la gente continuava a entrare e uscire dalla camera da letto, sgattaiolammo via dalla stanza e filammo nello studio di papà.
In fretta cercammo sotto al divano e alla scrivania, dietro le tende e in un grosso armadio a muro: la bambola non c’era, mamma l’aveva fatta sparire.
Eravamo confuse, proprio non capivamo perché la mamma avesse portato via la bambola. Provammo anche nel bagno, in cucina e nello sgabuzzino: non c’era.
Ferme nel corridoio, continuavamo a chiederci dove mamma l’avesse nascosta, per un attimo tememmo che l’avesse buttata via, ma poi il dottore ci passò accanto, sorridendoci.
Corremmo verso la camera di mamma e papà, nelle nostre pupille brillava il ricordo del dottore che faceva la lotta con la mamma sul materasso, tutto nudo, mentre papà rideva e tirava da sotto al letto una scatola piena di strani giochi colorati.
Entrammo nella stanza e sgusciammo tra persone che continuavano ad abbracciare la mamma, ancora in lacrime, poi sparimmo sotto al letto e ne uscimmo dopo una manciata di secondi, trascinando la bambola.

Tutti si erano ammutoliti e ci fissavano con degli occhi tipo quelli dei pesci, la mamma era pallida e tremava, all’improvviso cadde su una sedia e svenne.La gente le si accalcò attorno, le agitavano le mani contro la faccia e la chiamavano per nome, il dottore cercava di scostare le persone, urlava di lasciarla respirare.
Sistemammo la bambola accanto a papà e restammo a guardarli: erano così belli vicini vicini, papà sembrava persino sorridere.
Eravamo felici.

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