Zucker

«Chi è?»
«Igor e Toni, professore.»
«Ah?!»
«Professore!»
«Chi è?»
«Igor e Toni!»

Il professore solleva l’occhio guasto dallo spioncino e apre.

«Ragazzi!»
«L’abbiamo disturbata?»
«Nessun disturbo, entrate.»

Attraversano il corridoio fino al tavolo della cucina.

«Sedetevi.»

La tivù è accesa senz’audio.

«Fa molto freddo, vero?»
Toni annuisce.
«Prendo del vino.»

Dalla bocca del professore si capisce che ha passato il pomeriggio a bere. Probabilmente anche la mattina e la sera precedente. Ma non è l’unico a puzzare. L’intera cucina è impregnata del tanfo di fritto, di quello di mille sigarette e di qualcosa che ricorda un tombino scoperchiato. Lui: una gigantesca gelatina in movimento col bastone e i capelli sporchi da settimane.

«Guarda là» dice Igor, indicando il barattolo con le zollette sulla mensola.
«Zucker» mormora Toni, leggendo l’adesivo sul barattolo.

La bottiglia, un bicchiere e una tazza da tè di Topolino.

«Servitevi.»

Igor riempie il bicchiere per sé, la tazza per Toni.

«Come va, prof?»
«Avete davanti un vecchio, malato e con troppi nemici. Vorrebbero vedermi in prigione, anzi, al camposanto.»
«Qualcuno l’ha denunciata?»
«Non infilerebbero mai i loro nomi e cognomi in certe cose. Fingono che non sia successo niente. Ragazzi miei, non sono l’unico in questo quartiere a farlo.»

C’è silenzio. Il tanfo della cucina cresce al calore dei termosifoni.

«Lei è in debito con noi.»
«In debito, prof.»

Torna il silenzio, ma dura poco.

«Vi ho sempre dato bei soldi per i bambini che mi portavate.»
«È vero.»
«Dunque?»

Igor lancia un’occhiata al barattalo, per la prima volta non gli sembra inafferrabile. Inchioda il professore nelle orbite oculari verde oliva.

«Una sola parola: zucker.»
«Zucker, Igor. Zucker. Non è inglese, è tedesco.»
«Ci siamo capiti.»
«Le zollette, prof.»
«Ce le negava sempre.»
«Era giusto così.»
«Perché?»
«Siete stati i miei due peggiori alunni. Inoltre, lo sapevate, non erano per voi le zollette. Per voi c’era il brodo. Asini pelle e ossa eravate, dovevo nutrirvi.»
«Degli asini che le facevano comodo.»

Lui sorride e distende le gambe.

«Voi portavate qualcosa a me, io davo a voi dei soldi, del cibo e provavo a insegnarvi la matematica.»
«Solo brodaglia di gallina e lo schifoso pane con la muffa. Mai una zolletta!»
«Mai!» ribadisce il professore, rilasciando un colpo di tosse secca.

Igor fa di qua e di là con la testa. Il suo cervello gli rotea nel cranio mischiando vecchi rancori a residui di md e coca. Qualcosa di contagioso per Toni, che si prende il testone tra le mani e lo muove alla stessa maniera:

«Voglio le zollette, Igor. Le voglio!» segue un lamento d’animale braccato.
«Potevate comprarvele.»
«Non sarebbe stata la stessa cosa, lo sai!» grida Igor, smettendola di rivolgergli del lei.
«Che vuoi dire?» altro colpo di tosse, ora più grasso.
«Negandoci le zollette, ci facevi sentire zero.»
«Questo no. Certo, non eravate destinati a grandi cose. Ma vi consideravo degli ottimi collaboratori. Toni un po’ di meno, lui era utile con i pugni. Tu eri un vero fenomeno nel raccontare bugie per condurli a me. Saresti stato un buon venditore.»
«Basta, stai zitto. Questa sera ho una rabbia enorme. Quasi una crisi di nervi. Dacci quelle zollette, prof.»
«Siete diventati dei drogati. Avete abbandonato la scuola. Non avete un lavoro e venite a elemosinare le mie zollette di zucchero» tossisce e ride. Sputa robaccia verde in un fazzoletto che ripone nella manica del maglione.
«Zucker» dice Toni rosso in faccia.
Il professore ha un’aria di resa e comprensione: «Prendetevele pure» dice, portandosi una sigaretta alle labbra e dandole fuoco con un cerino.

Toni agguanta il barattolo e lo rovescia sul pavimento. Le zollette formano una piramide luccicante. Lui si china e comincia a mangiare alla pari d’un cane. Igor ne raccoglie una, la esamina nei dettagli, se la porta alla bocca: il momento più bello della mia vita da adulto, pensa. Poi caccia lo smartphone dalla tasca dei pantaloni, si collega a YouTube e fa partire Trois Gymnopédies, nella versione di Gary Numan.
La zolletta va sciogliendosi sulla lingua lentamente e scompare.

«Ne stai mangiando troppe tutte insieme, Toni.»
«Sono buonissime, Igor. Non riesco a controllarmi.»
«Sono buonissime, ma vedi di non affogarti, cazzone!»
«Gesù mio, non avete mai mangiato una zolletta di zucchero?»
«No.»
«Dal 2002 che aspettiamo questo momento, prof.»
«Dal 2002?!»
«L’ultimo anno che ti sei inculato il figlio della catechista: Giovanni.»
«Giovannino mio. Lui ama le zollette e voi gliele state levando» sobbalza.
«Che dici?»
«Niente. Niente che vi riguarda.»

Impugna il bastone e arranca in soggiorno. Prende la bottiglia di whisky e beve un lungo sorso a collo. Giovannino non vi riguarda, pensa. Apre il baule, raccoglie il suo Merkel 160 e torna di là.

«Giù le mani dalle zollette!»

Entrambi si ghiacciano.

«Avete capito?»
«Un fucile!»
«Sì.»
«Perché?»
«Nel quartiere mi odiano in troppi.»
«È carico, prof?»
«Sì. Ora le zollette nel barattolo o vi ammazzo.»
«No. Non voglio. Non voglio.»
«Fa come dice, Toni.»
«Dopo tutti questi anni io… no!»
«Toni, fa come dice, t’ho detto.»
«No!»
«Toni, cazzo.»
«Zollette! Zoll…»
Bong!
«Aaaah!»
Bong!

Il professore lascia cadere il fucile sul divano. Raccoglie le zollette rimaste e le ripone nel barattolo. Il barattolo sulla mensola. Dopo resta a guardare un po’ i due perdere sangue e impregnare il tappeto davanti al lavello. Sa che da solo non riuscirebbe a liberarsi dei corpi. Sa che ha bisogno d’aiuto. Va su WhatsApp.

Ciao Giovannino
Ciao
Mi serve il tuo aiuto
Adesso?
Adesso.

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