Anemia

In uno dei miei primi ricordi le dita di Mamma spingono dei chiodi nella polpa di una mela.
Lo fa tuttora: la sera li infila e la mattina seguente li estrae.
Quella mela è per me, ed è mio dovere mangiarla a colazione. Ogni – santo – giorno.

Ogni boccone ha il sapore di una forchetta scheggiata, Mamma dice che è per il mio bene e lo faccio anche se controvoglia. So che è anche per il suo bene, anzi soprattutto per quello perché è il rimedio più economico per alzare il livello di ferro nel sangue. Lei non sa che io lo so, e le darei un dispiacere a rivelarlo. Il suo amore nei miei confronti è superiore a qualsiasi forma di convenienza.
Dunque, trattengo il respiro e inibisco il gusto. Tutto ciò che mi chiede, in fondo, è di ingoiare.

Mio fratello non ha mai sofferto di anemia. Siamo gemelli, nelle fotografie io sono quella che dorme con il ciucciotto in bocca, lui è quello che si copre la faccia. Entrambi abbiamo riccioli castani che saltellano sugli occhi, scuri e grandi come quelli di Mamma.
Negli anni la mia stanchezza è rimasta una costante, invece lui ha smesso di nascondersi.
Nasconde i chiodi. A circa sei anni aveva preso l’abitudine di rubarli dalle mele che preparava Mamma. Li portava nel letto e a volte se ne metteva in bocca uno. Quando Mamma l’ha scoperto gli ha ordinato di smettere: il metallo che vietava a lui era lo zuccherino da somministrare a me – guarda che perfino la Bisnonna lo faceva cent’anni prima, mi diceva. Guarda che culo, pensavo io.

Ogni mattina mordo una mela chiodata e la pectina raggruma i miei sensi di colpa. Sono consapevole che Mamma si adopera per moltiplicare i miei globuli rossi e che così facendo toglie tempo a mio fratello: il mio sangue pretende più del suo. In questo somiglio a Papà.
Mamma non si è mai lamentata del suo abbandono, lo ha metabolizzato come “scelta d’indipendenza”. Per anni ci ha aggiornato sui suoi trasferimenti, tutti all’estero, tutti in cittadine bagnate da un mare o da un oceano.
Non è mai tornato qui da noi, mi chiedo se sarebbe stato in grado di riconoscerci. Nella mia immaginazione era un uomo alto e bello che faceva scherzi chiamando me “Giulia” e mio fratello “Flavio”.

Sono io che mi chiamo Flavia, e mio fratello si chiama Giulio. A parte il genere siamo identici: stesso modo di camminare, sorridere e parlare. Mamma ci vestiva con abiti uguali e sapeva lo stesso chi fosse chi. Lei, a differenza nostra, sapeva anche com’era fatto Papà, la figura maschile che nella mia immaginazione assumeva contorni ogni volta differenti, perché lei non ha mai voluto caratterizzarlo.
Ci ha raccontato che si sono conosciuti alla fine della pandemia. Prima in chat e poi di persona, dice che usava così negli Anni Venti. Abitavano nello stesso paese e condividevano la passione per la vela, i diritti civili e la musica elettronica. La vita di Papà ruotava intorno a regate, associazionismo e concerti; per Mamma quegli interessi determinavano al massimo la scelta di una vacanza, il punto di vista in un discorso, la song list sul cellulare.
Trovare un compromesso sarebbe stato difficile e non era nei loro programmi. Mamma ha sempre parlato chiaro: è rimasta incinta per errore, e a questa informazione aggiungeva che era accaduto una notte particolare, ossia quando il Partito aveva vinto le elezioni. Quella stessa notte Papà aveva deciso di andarsene.
Io, interessata ai personaggi e non al contesto, a questo punto del racconto ero solita chiedere dettagli romantici; Giulio, invece, si fissava le mani così intensamente che avevo paura le volesse bucare. Papà per me era un’ombra da definire; per mio fratello era un pensiero intrusivo.

L’unico oggetto fisico che testimoniasse la sua esistenza era la moneta da un euro con la Porta di Brandeburgo. Al loro primo appuntamento lei aveva insistito per pagare il caffè, ma siccome aveva dimenticato i soldi a casa Papà le aveva “prestato” una moneta che lei gli aveva restituito al secondo appuntamento, che lui le aveva reso al terzo e così via per mesi.
Lui ha lasciato l’Italia anni prima che venisse ripristinata la lira. Mamma ha conservato quell’euro, l’ha messo in una bottiglia e lì è rimasto, esposto come le reliquie di un santo.
A volte la spiavo quando stava sola in soggiorno. Rovesciava la bottiglia sul tavolo e si portava la moneta all’orecchio; poi, sussurrava come stesse formulando un’alchimia.

Un giorno – Giulio e io avevamo circa dieci anni – ricevemmo la notizia che Papà era morto. Era finito in Bielorussia, là dove non c’era il mare e l’unica musica che suonava da anni erano i sibili dei droni. A casa non seguivamo più i telegiornali, distratti dalle nuove puntate dei nostri telefilm preferiti. Inoltre, i notiziari erano diventati astrusi corsi di geopolitica in cui i giornalisti spiegavano confini mobili e flussi migratori sulle mappe.
Siccome per me Papà non era mai stato una persona fisica, la mia reazione fu di tiepida commozione.
Giulio ha ricominciato a rubare i chiodi, ma stavolta li cercava in strada. Li sfilava dalle staccionate, dai pali della luce, dai muri.
Seguivo la sua raccolta con disgusto. «Guarda che lo dico a Mamma».
Lui allora mi guardava con aria di sfida e addentava una capocchia arrugginita.

Adrio viveva con una scheggia di ferro nell’anca. Mamma diceva che gli era rimasta dopo l’operazione, ma Giulio era sicuro che qualcuno gliela avesse conficcata durante una lite. Forse uno studente, poiché Adrio era un professore di latino. Fatto sta, quell’uomo camminava come un pinguino.
A me non piaceva perché era pieno di metallo. Oltre alla scheggia invisibile ostentava una catena d’oro al collo, un bracciale di rame e un anello: una larga striscia d’argento nebbioso con una scritta incisa all’interno. Gli ho chiesto se avesse anche lui l’anemia e ha detto di no. La collana era appartenuta al padre; il braccialetto era un regalo del padrino; infine, l’anello era stato forgiato con la scritta memento mori, “ricordati che morirai”. Quelle spiegazioni mi hanno intimorita, soprattutto l’ultima.
Adrio era stato uno dei primi pazienti di Mamma quando lei aveva ricominciato a lavorare. Era specializzata in fisioterapia e aveva interrotto la pratica dopo il parto. I suoi muscoli addominali si erano separati e non poteva fare sforzi. Per anni ci ha mantenuto con i lavoretti che le trovavano al Centro per l’Impiego, poi si è operata alla pancia e si è messa a fare pilates. Con il passare dei mesi il suo addome si è appiattito e indurito, ha trovato un centro riabilitativo disposto ad assumerla e, nonostante avesse detto più volte che ciò non sarebbe mai accaduto, ha sposato un paziente: Adrio.
Si è voluta vestire di bianco perché era la sua prima volta. Lui, invece, aveva avuto un precedente matrimonio, annullato perché la moglie non poteva avere figli.
Giulio e io abbiamo iniziato a frequentare una scuola media privata vicino casa di Adrio, nel quadrante ovest della città, dove ci siamo trasferiti subito dopo il loro sì. La bottiglia con l’euro è andata persa nel trasloco e per questo motivo io ho pianto molto, più di quando Papà è morto.
La mia anemia è peggiorata dopo la comparsa delle mestruazioni. Ancora oggi capita che in quei giorni io perda sangue fino a svenire. Quando riapro gli occhi vedo il soffitto, il cielo, la faccia di qualcuno che mi chiama per nome. In questo modo ho battuto la testa, rotto un polso e mi sono procurata dei lividi sulle gambe. Ho imparato a riconoscere i segnali e a chiedere aiuto un attimo prima di crollare. Mamma ha aumentato il numero di chiodi nelle mele.
Sono un’adolescente assetata di sangue e nella borsa tengo bustine di zucchero e un biglietto: “in caso di necessità chiamare”.
Nonostante tutto, nessuno mi ha mai definita strana.

Giulio invece è diventato alto (come Papà?) e ha iniziato a nuotare tutti i giorni. È molto sicuro di sé e non si nasconde più.
Girava voce che avesse avuto una storia con un maschio a scuola e l’ha confermato. Ha attirato su di sé più attenzioni che io con i miei primi svenimenti, si è guadagnato la palma d’oro della stranezza. Il Preside del Distretto Scolastico – che è amico di Adrio e ha parlato a lungo con lui e Mamma della questione – ha attuato il protocollo per gli studenti con deviazioni sociali.
«Mi farete fare il corso di normalità?»
Adrio ha annuito, stringendo la mano di Mamma. «Hai bisogno di una direzione».
«Ve lo dico, non funzionerà. Gli studenti che l’hanno fatto prima di me non si sono eterosessualizzati».
«La maggior parte di loro ha superato l’esame».
«Ah, giusto. L’esame».
«Dovrai farlo anche tu».
«Tu credi in quell’esame?»
«Io credo nell’educazione al rispetto delle norme sociali».
Mamma lo ha visto pronto a replicare e ha sciolto il nodo fatto dalle sue dita e da quelle di Adrio. L’anello d’argento le ha lasciato un segno scuro sulla pelle. «Per favore, Giulio. È per il tuo bene».
Mio fratello ha increspato le labbra come quando succhiava i chiodi.

Giulio ha dovuto frequentare un ciclo di incontri con una Specialista, durante i quali ha conosciuto Lisa. La portava a casa nostra e si chiudevano in camera insieme. Siccome dividevo la stanza con mio fratello, dopo una settimana ho preteso che trovassero un altro posto per pomiciare. Giulio, diversamente da come mi aspettavo, mi ha fatto entrare e ha girato la chiave nella toppa.
Lisa stava mangiando una pizza sul letto di mio fratello.
«Sono Elizabeth Alexandra Mary» si è presentata con il rossetto sbavato di olio.
«Chiamala Lisa» ha tagliato corto Giulio.
«Elizabeth Alexandra Mary è il nome per esteso. Mi chiamo così perché sono nata a settembre 2022, esattamente quando è morta la Regina d’Inghilterra».
«Noi due, a quei tempi, ancora non eravamo stati concepiti».
«Mi stai dando della vecchia? Ho soltanto un anno in più».
Ho capito subito che non erano una coppia, ma erano complici in qualche modo.
«Ho sentito dire che i nomi classici come Flavia e Giulio indicano che la madre ascoltava il cuore».
Era la prima volta che sentivo quell’espressione. «Mamma faceva cosa?»
Giulio le ha spinto in bocca la pizza, fino al bordo. Lisa si è opposta ma lui ha avuto la meglio, e lei per non dargliela vinta ha masticato e masticato con le guance deformate. La quantità di cibo era superiore a quanto potesse trattenere, sospirava e masticava con i denti sporchi di un impasto colloso che rigirava nella saliva. È stata testarda nel triturare il cibo fino a ottenere un bolo gestibile, che ha poi spezzettato con la lingua e deglutito a più riprese.
«Ascoltare il cuore era un metodo per evitare l’aborto».
«Mamma non ha mai detto che rischiava di perderci».
«No, Flavia, tua madre voleva interrompere la gravidanza».
«Mangia e taci!»
A queste parole di Giulio lei ha abbassato gli occhi.
Io mi sono accesa. «Tu lo sapevi?»
«Certo, sapevo che prima di abolire la legge le avevano provate tutte».
«Giulio, sapevi di Mamma?»
Lui ha tergiversato. «Se non te l’ha detto è perché non devi saperlo».
«Perché?»
«Perché Papà ci ha abbandonati, Mamma voleva abortire, Lisa è una vacca bulimica e io devo fingere che me la voglio scopare. Questo è il mondo reale, capito? Certe cose non si dicono».
Lisa ha iniziato a tossire. «Non sono una vacca bulimica».
«Lei ci ha sempre detto la verità» ho mormorato.
«Svegliati, Fla. Ognuno fa quel cazzo che gli conviene».
Mentre parlava ha passato l’aranciata a Lisa, che ne ha bevuto un lungo sorso direttamente dalla confezione.
«Tu hai detto che sei stato con Marco e non ti è convenuto».
«Me l’hanno chiesto».
«Marco piaceva anche a me» ha sorriso Lisa. Teneva gli occhi socchiusi e aveva la testa ciondolante.
Giulio le ha messo il cestino della carta davanti al naso, le ha scostato i capelli dalla fronte e lei, dopo essersi lamentata perché glieli aveva tirati, ha spruzzato pezzi di cibo dalla bocca.
Mio fratello l’ha sostenuta come non fa mai con me quando svengo. Ha aspettato che finisse, poi le ha pulito il mento con la manica. Quella scia di vomito sul polsino mi ha resa allo stesso tempo stizzita e triste.

Le parole di Lisa mi hanno girato in testa per giorni. Stufa di farmi paranoie ho chiesto a Mamma. Conseguenza: ieri Adrio mi ha accompagnato dalla Specialista.
«L’aborto è un diritto di cui spesso si abusava. Tua madre, per esempio, è stata tentata di interrompere la gravidanza, ma appena ha sentito il battito del vostro cuore ha cambiato idea».
«Papà no».
«Tuo padre non c’era».
«Perché?»
La Specialista ha aperto le mani. «Non eravate nella sua pancia».
Ho ingoiato un “grazie al cazzo” e ho portato avanti il colloquio a monosillabi. Non si meritava una frase tutta intera.
Però prima di congedarmi mi ha dato una penna. Voleva firmassi un’autocertificazione che diceva che avevo avuto un crollo psicologico a seguito della vicenda di mio fratello e che tuttavia conoscere la verità su mia madre aveva rafforzato i miei valori.
Le parole sono uscite da sole. «Non mi ha sconvolto la notizia di mio fratello, è l’altra che mi ha spiazzato».
«La diagnosi la facciamo noi».
«Non firmerò una dichiarazione falsa».
«Che paroloni».
«Prego?»
La Specialista ha sbuffato. «Cosa c’è che non ti sta bene nell’ammettere che hai avuto un crollo?»
Ho aperto le mani. «Che non è vero. Sono nata perché hanno fatto sentire il mio cuore a mia madre. Due domande se le sarebbe fatte anche lei, no?»
«Pensa se non l’avessero fatto. Tu non saresti nata e lei se ne sarebbe pentita».
«Ok, ma perché solo a lei? Magari Papà sarebbe rimasto se ci avesse ascoltato».
«Tuo padre, tuo padre. La sua assenza tormenta tuo fratello e te».
«Mi pare comprensibile, no? Quello che non capisco è perché ci avete fatto nascere per forza se non vi sta bene come siamo fatti?»
«Stai montando una sceneggiata per una banale autocertificazione».
«Vuole che io le firmi questo foglio? Ecco, lo faccio» e ho iniziato a premere la penna sul foglio. Lei ha intuito le mie intenzioni e mi ha intimato di smettere.
La pioggia ha iniziato a scendere e a tracciare scarabocchi acquosi sui vetri, violenti e disordinati come l’inchiostro con cui stavo rigando il foglio. D’istinto, stavo trattenendo il respiro per inibire il gusto.
La Specialista è riuscita a sfilarmi la penna dalle mani e si è alzata. «Stampo un’altra copia perché questa è inutilizzabile».
«Non la firmerò».
«Pensaci bene. Sarei costretta a chiamare tua madre».
Ero incastrata, dovevo trovare una via d’uscita. Così, per la prima volta nella mia vita, ho finto uno svenimento.

Una mela mi aspettava a casa. Era gialla, matura e succosa, con una buccia puntinata di nero. Avrei voluto mangiarla cruda e assaporarne la dolcezza. Tuttavia, dovevo aspettare la mattina seguente, quando sarebbe stata gustosa quanto il battente di un portone.
Ho sentito dei rumori provenire dalla camera da letto. Lì mi sono diretta, con l’impermeabile bagnato addosso.
Lisa era sdraiata sul letto di Giulio, con il naso riverso nel suo stesso vomito. Mio fratello gridava il suo nome per intero: «Elizabeth Alexandra Mary! Elizabeth Alexandra Mary!»
Lei non rispondeva. Mamma le puliva la bocca con strappi di carta da cucina. Adrio parlava al telefono zoppicando per la stanza.
Un’ambulanza ha parcheggiato davanti al nostro giardino e le infermiere hanno portato via la ragazza.
È stata una notte silenziosa, a parte i tuoni, perché Giulio è uscito a cercare chiodi.

Stamattina abbiamo avuto notizie di Lisa. I medici hanno constatato che i suoi disturbi alimentari non sono guariti come sembrava e lei ha confessato il patto segreto con mio fratello.
Adrio ha detto che in certi casi i ragazzi vengono trasferiti presso una scuola speciale per seguire un percorso sportivo di riabilitazione sociale.
Mamma non ha commentato.
Io nemmeno, ma non so come lo sport possa cambiare l’identità sessuale di mio fratello o riempire i vuoti affettivi di Lisa, e per quale motivo non esiste una scuola speciale per alzarmi i livelli di emoglobina.
«La Specialista vuole che io firmi una dichiarazione falsa» ho confessato a Giulio appena sveglia.
«E tu?»
«Sono riuscita a prendere tempo. Domani ho un secondo colloquio, pensavo che potremmo incastrarla per toglierti da questo impiccio».
«Lascia stare».
«L’hai detto tu, Giulio, che ognuno fa quello che gli conviene. Potremmo dire che anche Lisa è stata costretta a mentire».
«Ma Lisa non ha mentito».
«Mentirò io per non farti andare in quella scuola speciale, ok?»
Mi ha guardata come guardava la sua amica prima che vomitasse l’anima nel secchio. «Non ti ascolteranno. Non ci ascoltano più, Flavia» ed è tornato a dormire. La sua risposta mi ha fiaccato più dell’anemia. Sono uscita dalle coperte di scatto perché non volevo rassegnarmi, e in cucina la mia super-metal-colazione era pronta. La vista dei buchi negli spicchi e dei chiodi esausti accanto al piatto mi ha disgustata.
«Stamattina non mi va».
«E io per chi l’ho preparata?»
«La mangio domani, giuro».
«Flavia, per favore».
«Tanto svengo lo stesso».
«Pensa se non ti curassi!»
«Non funziona, Mamma».
Ha alzato una mano. «Basta polemiche».
Ho preso un pezzo di frutta tra indice e pollice e l’ho morso per lei. L’ho triturato in bocca fino al punto di poterlo ingoiare, poi l’ho mandato giù. Mi veniva da piangere.
Quando Mamma non mi vedeva, ho infilato un chiodo umido nella manica del pigiama.

Sono tornata qui, in camera da letto, per consegnare il mio tesoro nelle mani di Giulio. Il fatto è che lui non è più nel suo letto. Non è dentro al mio, o seduto alla scrivania, o chiuso in bagno, il bagno è libero e il suo pigiama è nella cesta.
Sulla scrivania c’è una moneta da un euro. Dentro alla cornice dorata vedo la Porta di Brandeburgo.
Mi siedo e l’avvicino agli occhi. Puzza di ferro come la mia bocca, come la bocca di Giulio quando succhia i chiodi, come la mano di Mamma da quando stringe quella di Adrio. La nausea mi risale dallo stomaco e il cuore mi rimbomba fra le tempie: quel suono non basterà a farmi rimanere, è uno dei segnali che ho imparato a riconoscere.
Qualcosa scivola dalla manica, il sangue defluisce dalle vene. Faccio appena in tempo a pronunciare due sillabe, «Pa-pà», – ma che parlo a fare, se nessuno mi ascolta?
L’ultimo suono che riesco a sentire prima di perdere i sensi è il tintinnio del chiodo che cade sul pavimento.

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