Respirare

Eravamo rimaste noi due sole nella casa delle vacanze.

Imbruniva come a voler fare cattivo tempo: mentre il cielo fino a poco prima biancastro cominciava a tramutarsi in un’ala di pipistrello, il rimescolio del mare si faceva più grave. Pensavo alla sabbia e a come subisse i ceffoni delle onde.
“Non tutto quello che ci si aspetta è evitabile” dissi.
Le mie parole furono seguite da un’ondata di vento. I tulipani, lì fuori, scuotevano le corolle lacerate dalle bizze dell’inverno. Ne provavo una gran pena, avrei voluto metterle sotto una campana di vetro.
“Lo so” rispose.
Avrei voluto mettere lei sotto una campana di vetro, sottrarla alle innaturali conseguenze di quel suo vento senza ragione. Prenderla tutta, così com’era su quel divanetto di vimini – lei, il profilo adombrato e gli effimeri riflessi sulla sua parrucca bionda –, tutta quanta nasconderla sia pure sotto la manica della mia vestaglia. Allora, quando il suo epilogo sarebbe venuto a reclamarla, non l’avrebbe trovata.
“Greta, perché non torni a riposare?” domandai.
Senza voltarsi prese la mia mano, non la tenne né vi intrecciò le dita. Si limitò a stringere il mio pollice nel suo pugno, come fanno i neonati.
“Ma per quello c’è tempo, Viola”.
La voce manifestava persino quiete. Era rimasta bella, conservava gli squilli fiabeschi di un tempo.
“Ti ricordi le volte che ci venivamo con mamma?” domandò.
“D’estate. A novembre non eravamo mai venute”.
Restammo di nuovo in silenzio nella casa che odorava di sale in tempesta.
“Guarda che non serve che mi fai dei discorsi profondi” disse “So che vorresti tranquillizzarmi, ma adesso non ne ho bisogno. Ti ricordi di quando da piccole dormivamo insieme nella stanzetta?”
“Sì, passavamo serate intere a ridere di stronzate. Gran bel periodo”.
“Il punto è che poi tu ti addormentavi sempre prima di me: tu dall’alto dei tuoi dieci anni dicevi a me che ne avevo sette, Adesso basta, adesso si dorme! e facevamo silenzio. Allora cominciavo a cercare di capire quando finivi nel mondo dei sogni”.
Mi strappò un sorriso. La sua mano era ancora lì incollata in un pugno attorno al mio pollice.
“Lo capivo ogni volta, Viola. Distinguevo il silenzio del tuo stare sveglia da quello del tuo dormire. Sentivo il variare istantaneo del tuo respiro. Sembravi pesare di più nel lettino attaccato al mio”.
“E tu eri sicura di indovinare?” le domandai.
“Sì, perché te lo chiedevo. Viola, sei sveglia? Non hai mai risposto” disse con voce un po’ commossa “e più o meno è così con questo nuovo immenso spaventoso buio. Non vedo niente, ma mi sembra di avvertire qualcosa. Il buio fa paura, ma forse… forse questo qualcosa no”.

Ore dopo era buio e il mare sciabordava ancora.
Sedevo su una poltroncina accanto al suo letto. La sentivo respirare.

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