Verde tutto intorno

E parte con passo lento: ha bisogno di quell’andatura, di quell’incedere, per isolarsi da tutto ciò che ha intorno. Deve cancellare il boato dalle sue orecchie.

Lo sguardo basso a fissare l’erba di un verde che non nota oramai più, quando la calca. E ora gli sembra di vederla per la prima volta. Verde. Verde come la divisa della sua prima squadra, e quel borsone, sempre pieno fino quasi a tracimare che, in settimana, veniva portato da lui a tracolla in bicicletta, con un’andatura il più possibile veloce, per arrivare in fretta e alleviare quella sofferenza. Lui minuto e quel borsone verde il suo guscio: una tartaruga su due ruote. Nel week end, invece, era suo padre a portarlo alle partite: appena arrivati al campo, apriva il bagagliaio, tirava fuori la borsa e gliela portava fino all’imbocco degli spogliatoi. Poi si appostava in tribuna aspettando l’inizio della partita, fumando una sigaretta dopo l’altra. Appena le squadre entravano in campo, smetteva di colpo di fumare e per novanta minuti non se ne accendeva più una, come se tutte quelle fumate prima fossero in grado di fargli da scorta per quell’ora e mezza abbondante. E mentre Javi correva per il campo, sapeva sempre, anche senza guardarlo, in che punto della tribuna fosse suo padre. Quando poi aveva il tempo di cercarlo e fissarlo anche solo per un istante, suo padre gli faceva un cenno con il capo e a Javi di colpo le cose sembravano andar meglio.

Ora è in quella zona di verde senza righe bianche, tra il margine del cerchio di centrocampo e l’inizio della lunetta dell’area di rigore. Sente un botto. Per un attimo si ridesta dal suo isolamento: non sa se sia un petardo esploso dalla curva o un tuono preambolo di un temporale. Sarebbe così banale che iniziasse a piovere in un momento così drammatico, pensa. E pensa anche a un giorno a Buenos Airos in cui la pioggia sembrava cadere più piano rispetto al rumore che faceva. E Stella Maria ballava sotto quella pioggia, con le gocce a disegnarne i margini del corpo sfocato e lui la guardava pensando che non avrebbe mai più visto una cosa così bella. E infatti fu così. E infatti inizia a piovere.

Entra in area, prende il pallone, lo adagia sul dischetto. L’arbitro dice qualcosa al portiere avversario. Poi si rivolge a lui in inglese. Se segni, avete vinto, se no si continua, gli dice. Lui non risponde. Indietreggia facendo quella roba che i telecronisti chiamano “contare i passi”, ma in realtà non conta proprio nulla. Si ricorda però della conta fatta per scegliere i capitani e i capitani scelgono le squadre. Se lui non era capitano veniva sempre scelto per primo. Borse e zaini a far da pali. Se lui aveva il borsone verde si usava quello, perché era talmente grosso che nessuna pallonata lo avrebbe potuto spostare. E poi si giocava, si giocava per ore in una sorta di sospensione in cui il tempo non contava. Partite che registravano punteggi a due cifre, o di cui si perdeva il conto dei gol fatti e subiti e «facciamo che chi segna ora vince tutto». Il fischio finale era la voce della prima madre a urlare: «a casa: è pronto». E a casa si tornava, sudati, sporchi, Javi spesso si sedeva direttamente a tavola senza neanche lavarsi, sua madre se ne lamentava, poi gli passava una mano nei cappelli fradici arruffandoglieli e gli serviva da mangiare. Si sarebbe potuto lavare anche dopo.

I megaschermi dello stadio e le televisioni di tutto il mondo stanno trasmettendo il suo viso che sembra fissare un punto lontano, in attesa che l’arbitro fischi e lui possa calciare quel rigore decisivo che pesa come le aspirazioni di tutta una nazione. Senza che cambi espressione, dagli occhi iniziano a scendergli delle lacrime. All’inizio si mimetizzano con la pioggia ma poi risulta evidente che Javi stia piangendo. In patria, quel momento venne chiamato “el llanto”. Una definizione che prima divenne un hashtag, poi un logo da mettere su magliette, cappellini e farne tatuaggi, poi ancora un simbolo e, infine, compiuto questo viaggio, il “llanto” di Javi poté finalmente diventare leggenda.

L’arbitro fischia, Javi parte come una furia senza fare una di quelle corse attendiste provate in allenamento per studiare il movimento del portiere. No. È un centometrista, a testa bassa, con le lacrime che sfilano via come la pioggia sulle ali degli aerei in volo. All’impatto con il pallone apre il piatto destro, come gli viene sempre istintivo fare. Come fece nel primo rigore serio della sua vita, in quella finale di un torneo under diciassette: piatto destro ad aprire, palla che va alla sua destra, portiere spiazzato. Palo. Torneo perso e lacrime ma, quella volta, senza pioggia. Tempo dopo si disse “pazienza”, che doveva andare così, che lui, i rigori importanti, li vuole tirare a destra, aprendo il piatto. In campionato non è rigorista e le rare volte che ha dovuto tirarli ha alternato – un po’ destra un po’ sinistra – ma alla finale della coppa del mondo deve per forza aprire il piattone: non ci sono alternative.

Tutti sapevano dove fossero, quando Javi, poco prima del momento che poteva consacrarlo alla leggenda, iniziò a piangere. Tutti tranne Stella Maria che, incurante di cosa stesse succedendo nel mondo, accoglieva un temporale con le braccia larghe, il viso verso l’alto e un sorriso che sembrava significare tutto tranne felicità. Chissà se era davvero così.

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