Ero adolescente. Mio padre, Emilio, telefonò una mattina a mia madre, intenta a pulire la nostra casa di Bahia Blanca, per dirle che non sarebbe più tornato. Non fu una mattinata piacevole. Rimase a Buenos Aires per un paio d’anni, partì per Parigi nel ‘91, per New York nel ‘94. I primi tempi ricevevamo sue notizie dalle cartoline per le feste, poi più nulla.
Mia madre impiegò tutte le sue energie a sconsacrare quel “tempio” che era casa nostra, sradicò ogni traccia di lui, bruciò tutti i quaderni e le foto rimaste che riusciva a trovare.
«All’inferno lui e la sua arte merdosa».
Da bambino lo spiavo come un ladro attraverso la fessura della porta del suo studio, gli scaffali che lo circondavano sembrava perforassero il soffitto come colonne. Leggeva seduto in poltrona o dietro la scrivania di legno lucido per ore, in totale silenzio, prendendo appunti con la penna a sfera su un taccuino e sottolineando a matita le pagine. Io intanto memorizzavo i libri che gli passavano per mano, così, quando lui non era in casa, andavo subito a sgraffignarli e li spulciavo di nascosto a letto. Dopo aver preso coraggio, intorno ai vent’anni lessi il primo dei suoi scritti. Era una raccolta di racconti, Ossa di un giovane. Lì avevo l’illusione di riuscire a intravedere qualcosa del suo passato, un accenno di sincerità che poi, crescendo come scrittore e come padre, sarebbe andato pian piano a scomparire.
La prima lettura fu… straniante. Soprattutto se le storie si concentravano su mio nonno Horacio: da lui avevo preso il nome, eppure non ne sapevo nulla, solo vaghi aneddoti e descrizioni.
Vedere le spalle larghe di mio padre muoversi era in grado di farmi sentire sempre al sicuro. Ogni ostica questione, nella vita di un uomo, gli appariva come una semplice formalità, sembrava poter andare in guerra con fare frettoloso e poi tornare con la stessa espressione seccata di un dovere che andava compiuto senza troppe questioni.
Sono queste le frasi a cui il mio cervello si attaccava, cercando di usarle come appiglio per conoscerlo più a fondo, ma senza arrivare a nulla.
Non mi riuscì mai di odiarlo.
Stipai quei libri in alcuni scatoloni, nascondendoli nell’armadio della mia stanza, li portai con me quando mi trasferii a Napoli per studiare. Volevo solo scappare prima che la rabbia di mia madre mi contagiasse ulteriormente. Poche settimane alla laurea continuavo ad aggirarmi sperduto per la città. Ero in procinto di finire il mio primo romanzo, una sorta di rilettura di Ossa di un giovane, e mi chiedevo che direzione avrebbe preso la mia vita; frequentavo un gruppo di giovani scrittori in un piccolo teatro vicino la stazione Garibaldi e, nonostante i dibattiti accesi, con nessuno di loro c’era un vero rapporto. A nessuno avevo detto il mio cognome.
In uno degli incontri notai una ragazza che non apparteneva all’ambiente, infatti si guardava attorno smarrita, aggrappandosi alla sua borsa di tela. Fu così che conobbi Benedetta, la mia prima moglie. Probabilmente era stata costretta da qualche amica ad accompagnarla. Senza particolari idee in testa, mi avvicinai per parlarci e staccarmi dal solito ritornello martellante della poesia e della letteratura che si guardavano solo l’ombelico. Scoprii che studiava economia. Forse il motivo principale per cui decisi di mettermici insieme era che lei non condivideva nessuna delle mie ossessioni. Quando uscivamo per il Vomero, i suoi occhioni erano sempre puntati su di me: ci baciavamo, poi ci alzavamo dalla panchina e sentivo un senso di vertigine. Avevo la sensazione di poter essere finalmente felice.
Una sera, sdraiati a letto nel mio piccolo appartamento, le sussurrai che volevo sposarla. Lei, stretta a me, il suo respiro che mi accarezzava la pelle e il volto nascosto dai capelli, disse di sì, come senza fiato.
Senza dirlo a nessuno, quell’agosto organizzammo in fretta e furia il matrimonio in municipio. Poi partimmo per Vietri senza aver organizzato nulla di eccezionale, giusto una settimana di vacanza in una pensione vicina alla spiaggia. L’ultimo giorno, prima di lasciare la stanza e avviarci alla stazione, chiamai mia madre. La informai velocemente su tutto. Lei rispose con una lunga pausa, il vibrato delle cicale nella controra sembrò estendersi come un elastico.
«Per non dirmelo si vede che non era importante», concluse.
Non risposi.
Mio padre aveva la mia stessa età quando si era sposato e aveva avuto me. Questo pensiero mi strisciò sottopelle come un segreto di cui provavo, senza capire perché, profonda vergogna, e concretizzavo questa sensazione negli scatoloni che ancora conservavo. Non li mostrai mai a mia moglie, non pensavo le sarebbe interessato, o almeno così mi giustificavo. In realtà l’idea di aprirli dopo tutto quel tempo mi faceva paura.
Un paio d’anni dopo, nell’estate del ’98, seppi che mio padre era morto a Ginevra. Cancro al fegato. Aveva cinquantadue anni.
La cosa non mi ferì quanto mi sarei aspettato. Benedetta ne fu piuttosto sorpresa.
«Eri molto arrabbiato con lui?», chiese lei.
«No, tutt’altro», dissi io.
Il mio primo romanzo era stato pubblicato sei mesi prima con pochissimo successo, nessuna spinta da parte dell’editore e qualche tiepida critica. L’unica cosa che sottolinearono, nel paragonare il mio lavoro al suo, era il cognome, facendomi intendere che era preferibile cambiassi mestiere. L’amarezza fu così bruciante che decisi di non scrivere più. Non sarei mai riuscito a mettere insieme qualcosa di simile alla sua produzione, un’opera letteraria ammirata da tutti e tradotta in più di dieci lingue; o a essere invitato a conferenze in tutto il mondo e a insegnare poi scrittura nelle università rinomate di Istanbul, Atene e Harvard. Le sue foto con Philip Roth e Salman Rushdie, tra le poche cose salvate dalla furia cieca di mia madre, già avevano ridimensionato qualunque mia aspirazione. Eppure ora, dopo aver ricevuto la notizia, tornavo a guardare gli appunti sparsi nello scatolone, le cancellature, i progetti di storie iniziati e mai finiti. Li guardavo e il fatto di saperli per sempre incompleti mi lacerava dentro.
Era morto, realizzai lentamente Non ci sarebbe stato nessun confronto, nessun ultimo chiarimento o conforto. Ero ufficialmente orfano di padre, mi resi conto. Sentii che quello che stavo vivendo poteva diventare una storia, quantomeno un racconto. Non sapevo, però, per chi la stessi scrivendo.
Mamma era troppo stanca e troppo arrabbiata per andare al funerale.
«So che c’aveva una ragazzina con lui, una studentessa di filosofia o qualcosa del genere. Gli erano sempre piaciute intellettuali, giovani…»
Partii da solo.
Arrivai a Ginevra e raggiunsi in taxi Les Hopitaux Universitaires de Genève.
Elizabeth Borg, così si chiamava la ragazza che mi aveva telefonato per informarmi della morte di papà, era una studentessa americana di letteratura, non filosofia. Capelli neri lunghi, pelle pallida, un senso di gotico ad avvolgerla. Avevamo la stessa età, ventisette anni.
La trovai ad aspettarmi davanti all’ingresso dell’ospedale. Appena scesi dal taxi mi venne incontro.
«Sei Horacio, vero?», disse in uno spagnolo preciso, il tono quasi freddo.
Risposi di sì.
«Sono Elizabeth, ero un’amica di tuo padre».
Ci stringemmo la mano.
Andammo in un caffè lì vicino. Elizabeth si sedette e ordinò un toast con prosciutto e formaggio, io solo un tè.
«Scusami, non mangio da giorni», disse. Nonostante il look scombinato e l’aria stanca, aveva uno sguardo perfettamente lucido e attento.
«Figurati».
«Ti ho riconosciuto subito, sai?»
«Ah, si?»
«Avete gli stessi occhi».
Elizabeth si sporse in avanti con i gomiti sopra il tavolino. Strinse le palpebre. Poi annuì.
«Uguali», confermò, e diede un morso vorace al suo toast.
Dopo un po’ chiesi: «Papà ora dov’è?»
Lei deglutì e disse: «Lo seppelliranno stasera. Non voleva funerali o altro».
«Capisco».
Elizabeth mi accompagnò fino al mio hotel, e ci demmo appuntamento il giorno dopo davanti al Cimitière Saint-Georges.
Appena in stanza mi tolsi il cappotto, posai la valigia e crollai sul letto matrimoniale. Chiamai Benedetta e l’aggiornai su tutto. Mentre le parlavo avrei solo voluto essere sul nostro divano rosso, comprato al risparmio, appoggiare la testa sulle sue ginocchia e stare lì tutto il pomeriggio. Parlammo per un po’, le diedi la buonanotte e riattaccai.
Mi rigirai inutilmente nel letto per un paio d’ore.
Mi alzai, presi i libri scritti da mio padre dalla valigia e scesi nel bar vuoto dell’albergo.
Ne iniziai uno a caso dal mucchio. Mi accorsi che era l’ultimo che aveva pubblicato, una raccolta di poesie, “Salvare il mondo”. Era uscita giusto quattro mesi prima che morisse. La dedica iniziale diceva: “a E., per avermi insegnato come sono fatte le poesie, come scriverle e come viverle”.
Elizabeth mi raggiunse mentre leggevo un testo chiamato “Promessa”.
Mondo, dolce confidenza,
metropoli quieta e rampante
senza spazio per l’esitante,
grattacielo di vetro e potenza.
Sono eternamente in lotta
ma non sono un soldato.
Rimango inchiodato,
traccio una nuova rotta.
Non pensavo di star leggendo un capolavoro. Ma quelle parole rappresentavano una sorta di dialogo dopo tutto quel tempo.
Non avrei mai potuto scrivere qualcosa del genere.
«Sapevo che eri sveglio», disse Elizabeth sedendosi accanto a me.
«Davvero?»
«Sì, anche Emilio non dormiva mai. Solo di notte riusciva a scrivere».
Non le risposi. Sul suo volto apparve un sorriso, fiera di cogliere questa somiglianza.
Alle sei del mattino ci avviammo al cimitero.
Se non fosse stato per le lapidi ai lati dei sentieri, l’impressione sarebbe stata quella di una semplice passeggiata nel parco. La lapide di mio padre era tutta bianca, un mazzo di tulipani posati davanti, e due vanghe per terra sulla destra.
«Ho chiesto io di metterceli», disse Elizabeth indicando i fiori.
L’incisione sulla lapide diceva: “Sto tornando a casa, un eterno amore, un eterno ritorno”.
«Era felice?», chiesi.
La vidi mordersi il labbro inferiore.
«Credo di sì», disse Elizabeth. «Da anni diceva di volerti rivedere, parlarti, credimi. Ma… con la diagnosi… non voleva che lo considerassi un peso».
Bastardo…
«Mi spiace la pensasse così», dissi tutto d’un fiato per trattenere le lacrime. Le voltai le spalle.
Un bravo scrittore avrebbe messo insieme un racconto ben costruito, avrebbe connesso tutti quei fili sparsi. Ma non ero io quella persona.
Qual era la materia prima, il nucleo, della storia? Solo un figlio, adulto, che continuava a cercare suo padre? Mi sembrava così riduttivo, didascalico, inconcludente. Eppure non potevo negare che era un fattore più che rilevante.
(Papà, papà, guarda come sono bravo nel trasformare questo dolore usando tante belle parole)
Elizabeth mi guardava con fare protettivo mentre lasciavamo quel posto. Come fossi un bambino smarrito. Subito immaginai come papà si fosse innamorato di quello sguardo.
Tornammo in albergo e mi lasciò lo scatolone con dentro i diari di mio padre e alcuni quaderni. Per vedere chi era davvero Emilio, disse. Ci salutammo senza troppe cerimonie. La vidi uscire, salire sul taxi e poi sparire.
Sentii subito la sua mancanza.
