Gioventù Cursata

È una nenia che ha il suo inizio nelle profondità terribili della sera, ma una sera troppo presta, una sera interrotta… vertigini impossibili, disgiunte… è vano tentare di restituire terze dimensioni che non hanno modo né volontà di essere esperite, di far parte della realtà…

rientravo a casa verso le… 9, 9 e mezza… a un’ora consona, tutto sommato, un’ora in cui il mondo dovrebbe, oltre ogni ragionevole dubbio, essere vivo ancora… con il fastidio, i prodromi di un’infelicità che so, per certo, non essere mia: oltre ogni ragionevole dubbio, oltre ogni lapidaria distanza… C’è, e questa è una certezza del nostro tempo, qualcuno che patisce. Ma patire che? Ma quale tempo? Ma di che stiamo parlando scusa?
«Non dico che penso al suicidio… però… c’è sicuramente qualcosa che non va»; sic, il vecchio Tizio, compagno di mille e più scorribande, Tizio la vecchia roccia: a ribadire e ribadire il garbuglio incorreggibile, che si sa bene che non va bene. Io, che per parte mia ho vissuto un suicidio in prima persona (va da sé, in senso lato: tutt’al più in seconda, terza nella realtà dei fatti), posso con cognizione di causa controbattere come vi sia una tendenza nell’indole di ciascheduno a ingigantire un po’ di tutto, riguardo a un po’ di tutto. Ad exemplum: io stesso, in momenti che certo sono unicamente appellabili a una mia qualche debolezza misconosciuta, senz’altro inesplorata, sono solito disegnarmi enormità nella testa che, non riuscendo esse a ricondursi ad alcun valore scientifico puro (ma accade mai a qualcuno?), possono tuttalpiù finire concepite alla meglio come una qualche forma di scadente magia, di trucchetto da salotto – molte sere dopo di Tizio (io fossi in lui mi sarei già ammazzato), i volti deformi che vedo scivolare giù, lenti lenti sul lato di un bicchiere tristemente mezzo pieno, tendono a sciogliersi in forme vagamente caotiche e sicuramente prive di qualsivoglia… di qualsiasi… (ecco, un pensiero che si scatena: ovverosia, smette di concatenarsi agli innumerevoli precedenti, e se ne va nel nulla).
Ritorno nell’alveo materno di casa mia, mi riavvolgo della placenta ipnotica del gusto di mia madre, del suo arredamento, che è l’arredamento del mio spirito, di ciò che mi costituisce. Affannando un passo dietro l’altro, tornando ho ascoltato Turbofolk balcanico, appena dopo i Megadeth.
Mi è sempre riuscito difficile compatire, confrontato da suppliche tanto malcelate. Compatire no. Compatirmi… Non è d’altro canto così che Tizio si farà strada verso una salvezza per lo meno approssimata – si potrebbe farsi stucchevoli, accademici e postmoderni, e riconoscere nell’approssimazione l’unica misurabile quantità coerente con l’idea di salvezza, un postulato conclamato erroneo e tuttavia ancora valido… ma il pensiero logicamente inteso deve morire, va soffocato nella peggiore delle esecuzioni, pubblicamente macellato…
Ho come il ricordo, a metà fra sogno e fantasia e ricostruzione, di essermi svegliato un mattino in un mondo di stregonerie. Anche in esso rimango un dio minore, straccione fra i pezzenti, ultimo fra gli ultimissimi: sarà mica sempre colpa mia?
(Sì).

Il basato e il cursato: il mondo magico alacremente si organizza, all’identica maniera del precedente, secondo inflessibili, ineludibili categorie. Basato: basato su cosa? continuerebbe il meme, a dileggiare le vestigia del fu Logos, che non potrà mai essere ricostituito in quanto tale, unico e vero, incorruttibile. [Basato è già poi un meme su di un meme: giacché l’ironica traduzione letterale di “based” tradisce uno per lo meno dei suoi molteplici intenti, e si tradisce dunque: almeno in parte]. Le forze basate della luce si radunano intorno a figure totemiche delle più disparate e terribili, sparigliando le carte, potenze caotiche in gioco per giocare, sia pur questo (((un gioco pericoloso))), sia pur lanciando una sfida accelerata mortale, esplodendo la realtà nuclearizzata e polarizzandosi, polarizzando… è l’unica forma di “bene” che riesco a immaginare, e ciò la dovrebbe dir lunga su… su cosa? Basato su cosa?
Tutti i miei amici sono nazi. È il segno dei tempi basati, rincontrarsi nella congiuntura delle morali più discordi, condividendo affetti che sono maledizioni, una violazione… squarci nel firmamento ributtano mostri lontani e inavvertibili, progenie lovecraftiana che va tanto di moda… corrono sul nulla interstellare recando avvolta in un abbraccio la nostra sentenza amorfa: come un bambino, come il messia – le leggi del mondo rimandano il giudizio a quando esse stesse, o i mostri per loro, supereranno il valico della fisica, a quando financo le barriere dell’universo piegheranno i propri numeri a un rito pronunciato malamente, con tutti i suoi errori grammaticali e il resto, tutto il corredo festoso… Tutti i miei amici sono nazi, persino quelli immaginari o falsi, ed è perciò che ho deciso che io sarò comunista.
Il grande mito comunista: socialismo utopico, socialismo scientifico, comunismo acido, stalinismo, maoismo, trozkismo, posadismo, Cuba, Venezuela, anarco-comunismo, marxismo ortodosso, marxismo-leninismo, marxismo-leninismo-maoismo, marxismo-pigliatelinculismo… le interpretazioni sono varie e molteplici – uno spirito in lista d’attesa… c’è poi una confusione semiotica sul “basato” e sul non, e d’altro canto come posso io pronunciarmi diversamente dalla norma? che è ciò che scrive tutte le storie, da cui prendono le mosse tutti i personaggi e via dicendo… Ancora, risulta inutile rivolgersi ai dogmi logici e narratologici del mondo vecchio, di un mondo che ci ha salutato nel silenzio, che ha preso ed è andato, chissà dove: a buttare la spazzatura, a buttarsi nella spazzatura… non c’è retorica, non metto alcun vezzo e faziosità, io, abbandonato Tizio alle sue turbe, fra me e la dimensione gotica dispiegatasi all’improvviso, senza alcun avviso, senza premonizione – giacché la magia non opera filmicamente.
Non c’è davvero modo di ricondurre il comunismo e i nazi alle cose basate o alle cose non, a definizioni statuarie e dunque per forza forzate e sicuramente indifendibili. È forse un po’ quella stessa lordura da cui emergono Tizio e il suo (non) suicidio, l’epifanica manifestazione di un desiderio cui consacrare intere esistenze. Una reliquia della logica, un motivo esecrabile e pur necessario. Motivo di che? Motivo di restare. Di rimanere rappresentati in qualsiasi modo.
«Non lo so. Fatto sta che ho soltanto pensieri negativi».
Questo il commiato di Tizio, un “a mai più rivederci” su cui tocca costantemente sospendere il giudizio – giacché Tizio fa ancora parte, in queste sue parole e a dispetto di tutto, della concrezione reale fissata al geoide semovente, nelle mani di un qualche ipotizzato destino. Ho dovuto faticare giorni e giorni, dopo, per staccarmi di dosso il germe ch’egli aveva cercato – io credo intenzionalmente, malevolmente – di inocularmi; tanto varrebbe chiamarla una maledizione. Mi capita, e ciò non è così raro come qualcheduno certo spererebbe, che i giorni si trasformino contemporaneamente in secondi e millenni, tutti passati il corpo inerte, accomodato al giaciglio turbolento del divano, gli occhi che sfumano i contorni del tutto e il tutto stesso conseguentemente impossibilitato a darmi il suo meglio, a mostrarmi ovunque sia il “là fuori”.
Poi, di solito, il tempo si rimette in sesto, piano piano piano, ritorna in armonia con me e con le altre cose di cui scandisce il giungere del fato. E tutto ciò, come spesso poi d’altro canto è, non sembra che un dolore passeggero. E infine ritorno a muovere i miei passi a fianco agli altri, i basati e i cursati, costretti come me a qualcosa d’altro oltre all’esistere.

Tizio era oramai un ricordo quasi morto – non già lui stesso, nemmeno lontanamente, ché dalle voci che poi sono girate mi è parso che infine si sia riavuto: che si sia rimesso in carreggiata, che abbia trovato infine un motivo per distrarsi. D’altronde, posso addurre una facile giustificazione al mio aver perso interesse per lui così rapidamente, in maniera così indolore: se tutti sono nazi e per parte mia io scelgo il comunismo, allora l’etica che ho abbracciato non mi consente davvero di attaccarmi a esistenze così contrapposte alla mia, così incomprensibili e deprimenti, così meritevoli dei drammi che ciascuno si costruisce per sé. E poi, in linea più generale, ci sono tanti e tante ben più buoni e buone, saggi e sagge, più grandi di me, insomma, a saper lenire dolori che io non ho mai forse nemmeno voluto scorgere. Tizio e i suoi terrori, Tizio compagno di mille scorribande… Tizio il coglione, giacché fra i molti ha scelto il meno avvezzo al vizio consolatorio.
Ma prima di tutto ho io stesso i miei unici e preziosi vuoti da colmare, o se non altro ricollocare dov’essi non siano in grado di aggredirmi, di tentare costantemente d’inghiottirmi. Le cose siffatte, come credo in molti sono in grado di dedurre, non lasciano granché spazio a chiunque viva fuori di me, nazi anzichenò.
Un modo molto arrogante di darsi un tono è definire la propria epoca come un tempo difficile in cui vivere. Si trascura sempre come vivere sia difficile a prescindere dal tempo e dallo spazio, si ignora come la mente sia fatta per piegarsi e spezzarsi, sferzata da mostruosità assenti a sé stesse – forme di “vita” perfette, tutti i conti alla mano, e sicuramente migliori e più a bolla rispetto alla mia, di vita (e a queste mie righe, e a questo mio racconto).
Da ogni dissidio fra il reale e il rappresentato emerge in fin dei conti una maledizione, e ogni aspetto della vita cela una sfaccettatura sinistra del grande orrore.
Oh, io conosco – statene certi, io conosco gente che farebbe a gara per dirsi cursata, per riconoscersi nella ricorrente, atra sciagura. [Cursato ha le stesse ragioni di esistere di Basato, ovverosia, tradotto dall’inglese, ecc. È pur sempre un meme, e peraltro già morto – se mai vivo era stato].
Così lontane, irraggiungibili le sofferenze fattuali, conseguenza del reale… tutti si creano un mondo dorato perduto, più o meno indietro nel tempo, in cui risiederebbero le cose belle… il presente li repelle, il presente ci repelle. Così, si perde un po’ il senso dell’esserlo, cursati o meno, si fa un gran garbuglio di cos’è il bello e il brutto, e il cielo si rannuvola lesto, e romba la notte giungendo anzitempo, e minuscoli bagliori che non sono le stelle, qualcosa di più pericoloso, qualcosa di più terrifico…
Così era Jean. Per nulla francese, beninteso, e solare più di Tizio (e questo è nulla) ma in maniera più chiaroscura, più sinistra in certo modo… un orrore in piena luce… ero certo – e lo sono tuttora, magari seguendo pensieri pelo pelo differenti – che Jean avesse in qualche parte del passato perduto le redini della propria esistenza, spaccando il metro tramite cui giudicare e giudicarsi: si considerava e si considera (credo) il cursato fra i cursati, Jean, falsificando gran parte di ciò che prende in esame prima di dar fiato alla propria boccaccia. Io odio Jean, si capisce; ma col tempo e con la morte della logica ho dovuto far di necessità virtù, e imparare l’odio come una forma estrema di affetto: forse traviata, sì, ma valida fino a prova contraria.
Ben lungi dall’ipotizzare un magari liberatorio suicidio, egli viveva i propri equivoci lontano dall’assurda città, incantato dai prodigi mediocri del circondario che si trasforma, da quell’idea di Storia che forse non meriterebbe la maiuscola grandezza – s’emozionava a scorgere la linea del tempo andare e andare: talora per via del nuovissimo traforo, a collegare un fazzoletto e l’altro della provincia, talaltra per l’inesplorata viottola fra i campi scoperta giusto la sera prima, rapito dall’alcol. Tuttora, mentre ne scrivo, mi lambisce una certa qual tenerezza nell’immagine di lui, che mi fa da specchio mentre presuppongo il me innocente perduto.
Ma un nazi rimane nazi, e Jean peraltro è fra i peggiori, e forse del resto è tutto soltanto un astuto incantesimo – per abbindolarmi, per riconvincermi di qualcosa.
Era (ed è ancora, presumo) una persona furba, per parte sua, nel nascondersi dietro un dito, riparando nel proprio triviale provincialismo e pure nell’assoluta, millantata indifferenza, monolitica – deflorando i fatti, questi stessi sostanziati nei suoi comportamenti, nel proprio personale fiele: «Ma vecio… la politica, le omologazioni… sono tutte mondanità irrilevanti, di fronte al tedio dell’esistere: anche tu, che continui a dirti comunista… cessa questa farsa tossica, cessa di appellarti a supposte “categorie”…»
Era veneto e odiava le donne. Spesso fingeva di dimenticarsi delle proprie, di farse, si rivolgeva a una neutralità inesistente, si faceva capostipite d’una progenie intera di coglionaggini. Qualsiasi cosa voglia dire ciò – non mi è dato saperne di più. Trovo fin troppo spesso delle incongruenze dentro di me, vorrei raccontare storie ma mi riesce solamente d’infilare uno dietro l’altro una sequela di giudizi sommari, di pettegolezzi inutili, sperando pure (forse in mala fede) che mi portino a scoprire qualcosa, e dunque a sapere qualcosa. Ma l’immagine residua, evanescente del logico me a volte torna a battere alla porta, si fa molesta, mi strilla a gran voce la verità ormai inconoscibile o meglio irrilevante: volto il capo, mi tappo le orecchie, rifiuto il corteggiamento di sensi non complessi, una diretta conoscenza delle cose. «Rinuncia: non c’è nulla di interessante che tu possa dire» suonerebbe così, la voce dall’oltretomba, se davvero vi prestassi anche solo una briciola della mia attenzione, costantemente rapita da diverse stupidaggini. Non posso, nel rielaborare le accuse che rivolgo a me stesso, non ritrovarvi almeno in parte il riverbero di Jean, delle sue incredibili, finte delusioni.
Non capita di vedersi spesso, io e Jean. L’ultima volta gli ho rubato della droga – roba da nulla, uno o due grappolini d’erba avanzati sul fondo d’una qualche tasca mal esplorata. Non indulge nel suo sfrontato epicureismo a riguardo, ancor oggi di quando in quando mi scrive, recriminando sfacciatamente il fatto, accusandomi ma inconsapevolmente rivelandosi. C’è, forse, qualcosa di davvero maledetto in Jean, di cursato sul serio. Il suo mondo dev’essersi davvero fatto minuscolo.
Mentre fumavamo, su d’un terrazzo di fronte a delle montagne nel corso di una generica notte fra tante, Jean mi si è in parte rivelato: «Io non lo so… tutta questa storia dell’esistenza…» Non combinò ad andare avanti, ma mi parse – complice il fumo – che fosse già stato detto abbastanza.

Immaginai il tono eruttivo di un “vaffanculo”, detto nella maniera giusta, alle persone giuste, un’intera narrazione su di noi esplodere, un’altra generazione andata a carte quarantotto, con tutto il resto della Storia – persistente malevolo fantasma – poi mi riebbi e uscii dall’autostrada, a due ore buone da casa mia nel buio più sconsolato della sera… non erano nemmeno le sette in un inverno perfetto, un inverno appena appena più caldo, non era un momento in cui il mondo sarebbe dovuto esser morto… oltre ogni ragionevole dubbio… ancora ancora qualche minuto di strada, nella notte… qualche chilometro ancora… mancava, alla fine, soltanto il più nazi di tutti, il più crudele… si prendeva tutto il mio affetto, indebito.
Ero partito da casa ancora benvoluto dal sole. Ogni tramonto è in fin dei conti un abbandono. Sogno un giorno in cui non cessi mai la luce, un’insonnia infinita in cui trovarsi redenti, a un certo punto, in cui non dover temere il vizio della notte… le lunghe ore a pensarsi deboli onde giustificarsi… ma sono soltanto le sette, le sette di sera, ed è l’inverno che inganna… e notte non è ancora… e vinti non siamo ancora… e nulla è ancora, nella notte.
L’ultimo scontro del mondo sarà con Tanaka. Non è nemmeno asiatico, non sta più a Est di questa pianura sterminata… nato come tanti, dalla curiosità esotista di mezzi genitori, di mezze calzette… su di sé dunque, la responsabilità di un nome così… “destinativo”… un verbo si piega, foss’anche lo stesso dal principio, si inginocchia di fronte a Tanaka… costui era pronto ad accogliermi; «Vieni» dice, «vieni qui da me. Vivi questa vita qui meravigliosa, assieme a me. Vedi il sole cascare senza motivo ogni giorno, sulla linea del nulla che queste terre senza significato compongono, dove sono io a plasmarmi, e a plasmare la terra. Bevi la birra che faccio, il vino che stappo per te, divora le bestie che uccido soltanto perché si è già fatto prima, assapora le mie mani attraverso la mostruosità e la fatica. Ti piacerà, io ti piacerò, quest’esistenza qui è piaciuta a tutti…»
E così sono andato. Infestato da malignità e orrori, ho attraversato la pianura. Ho visto le mille case tutte uguali, in ognuna di esse immaginato una bellezza e un calore fatti soltanto per me, e alla curva dopo infranti e dimenticati ho rimpianto quei sogni. E ho imboccato l’autostrada e mi son fatto nulla per un po’, ho fissato quel che volevo esistesse ancora di me alle onde radio interrotte nelle gallerie, ho corso incontro alla notte.
Poi, come detto, ho preso l’uscita, e un grande vero nero è piombato su di me. Stavo per incontrare Tanaka. Un coglione – ma lui annuisce fiero se gli dici che è coglione. Un mostro imbattibile. La strada correva sul fianco delle colline, sopra la pianura, e io mi sentivo all’incrocio fra due mondi, suturati l’uno addosso all’altro da una striscia di lampioni mezzi spenti, affievoliti. È una disperazione che non meriterebbe alcuna parola.
Parcheggiai infine, mi avventurai a piedi lungo il vialetto oscuro, potendo a malapena disegnare con gli occhi solamente i bordi del reale. Una lucciola a fatica segnava la linea del traguardo in fondo al nero pesto. Ivi stava, ma avrei potuto saperlo solamente per via d’una sporca abitudine, la “taverna” di Tanaka, e ivi stava Tanaka. La lucciola si fece lampada e poi cosa viva, abitata, e giunto sull’uscio mi avventurai nella luce, dentro; non salutai, giacché era difficile che Tanaka non sapesse io fossi già lì, che non avesse indovinato il mio arrivo. Forse, i miei passi sulla ghiaia, o qualsivoglia presagio…
Non s’usava salutarsi mai, a dire il vero, io e Tanaka. Scambiammo a malapena un cenno, una mezza frase, senza alcuno sguardo che non fosse il suo, fugace, a trafiggermi e inchiodarmi. Lui armeggiava nel camino, e io non potei non scorgere nella sua figura quella di un creatore di realtà, un ingegnere infernale, dispensatore di vita, di infinite sofferenze, di tutto il tragico ambaradan… la legna era umida, ed egli si adoperava in profondi scossoni, col suo pungolo di metallo, a ravvivare e ravvivare la fiamma, a impedire ch’essa infine si quietasse. Solamente come fra parentesi, fra una stoccata alla brace e quella dopo, si premurò di offrirmi della birra.

«Ricordi, Tanaka, quella primavera in montagna di qualche anno fa? Eh? Io lo ricordo bene, era casa mia. Fu forse l’ultima volta in cui venisti tu, a trovare me. Ma è un ricordo così vivido per me… ci hai detto che ci volevi bene…»
«Sì, lo ricordo».
«Uscisti di corsa dal bagno, ti accasciasti a terra, vomitasti tutto ciò che il tuo corpo poteva contenere, fino al fondo della tua anima. Poi ti rannicchiasti in un angolo, avvolto in tre coperte, e piangesti. Piangesti a dirotto, e fu allora che ci dicesti, a me e agli altri: “Io vi voglio bene. Io vi voglio bene”. Fosti quasi strozzato dalle lacrime…»
«Mentivo».

Il fuoco ora divampava giocondo, divorava la legna in un battibaleno. La taverna si era popolata di altri demoni, banchettavano brindando alla mia salute, innalzavano inni litigiosi in lingue a me sconosciute, incomprensibili. Distratto com’ero dal sabba infernale, per poco un pezzo della bestia morta per me non mi andò di traverso.

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