Gioventù Basata

Fra le braccia del Diavolo ho incontrato un Titano. Ho sognato i suoi muscoli dominare i miei movimenti, guidare le mie mani a scoprire nel corpo del mondo qualcosa di sereno.

L’ho udito sussurrarmi all’orecchio: «Svegliati presto la mattina. Fai esercizio. Non buttare il tuo tempo. Crea. Ama, ma impara anche a odiare. Conosci le cose che possono salvarti la vita. Rigetta l’oscurità».

Credo, ora che la magia e queste mie allucinazioni tutte personali hanno soppiantato il pensiero, nell’alveo intoccabile che un tempo fu l’interno della mia scatola cranica – credo si stia avvicinando una gigantesca battaglia. Posso avvertire in lontananza i canti di morte, urla dissennate di bestie misconosciute che si dovranno per forza affrontare, un giorno o l’altro, la cui unica fine possibile è guerra e annichilimento. Sono bestie, ma sono anche un po’ noi – e questo pensiero semplice è un conforto incommensurabile, nella prospettiva di un universo al contempo evoluto e rotto.
Sto provando a seguire i dettami di una vita basata. Sto provando: ritengo di poter affermare di star per lo meno tentando l’avere cura del mio corpo, delle mie convinzioni, della mia salute. È un ciclico ritorno al desiderio di piacersi, in fondo, ed è un fallimento che ogni volta si ripete più o meno uguale a sé stesso: silenzioso, graduale, plateale seppur per nulla clamoroso.
Predispongo le mie membra al rituale; mi chino per terra, dapprima in ginocchio – le rotule soffrono, a contatto con il pavimento gelido e ruvido, cerco di far sì che trovino il minor dolore possibile. Mi piego ancora e posiziono le mani all’altezza delle spalle, i palmi schiacciati sul parquet, pronti a sorreggere il peso di me, che mi sento di pesare il doppio – mi percepisco addosso tutta la gravità del mio spirito e, nella maniera più accomodante possibile, devo sempre spiegarmi come ciò sia un ostacolo che supererò, prima o dopo, mi ridico che è ovvio che non è facile vivere nel modo in cui vivono tutti gli altri.
(Per dirsi basati si deve per forza e a tutti i costi ricercare un motivo di unicità, che metta a sistema l’intera propria esistenza. Stanti così le cose, e ciò del resto vale per molti altri prima durante dopo di me, non posso che constatare la mia genialità).
Sollevo le ginocchia, piantando i piedi ben fissi a terra e demandando ai polpastrelli il compito di sostenere l’architettura perfetta descritta dai miei arti e dalla schiena. Piano, inspirando come mi è stato insegnato, avvicino il petto al suolo, e il mio cuore sente appena appena più tumultuosi i rintocchi dal centro infuocato del mondo: molti piani al di sotto del pavimento, molti piani al di sotto della realtà. Espiro, elevandomi sulle braccia come verso le stelle, cerco il mio posto fra di esse, tento di disegnarmi nella loro distante, immobile beatitudine. Molti piani al di sopra del soffitto, molti piani al di sopra della realtà.
Ripeto, fino allo sfinimento e alla rottura dell’incanto – c’è stato un tempo in cui sarei arrivato fino al cinquantesimo, sessantesimo piegamento. Oggi me ne riescono molti di meno: è per me motivo di uno strano rammarico, a volte persino la ragione dell’ennesima rinuncia.
Eppure, devo continuare il rituale, devo perpetuare la ciclicità. Devo battere il futuro. Un meme una volta mi ha detto, guardandomi fisso nelle palle degli occhi, che da qualche parte in questo mondo lontano esiste un altro me, che non fa che allenarsi in trepidante attesa del giorno in cui ci dovremo affrontare; il cui unico scopo e istinto è quello di sconfiggermi e, io credo o meglio deduco, di soppiantarmi. Egli vive in una caverna, il meme mi disse, molto più in là di dove il tuo sguardo può arrivare e di dove la tua mente è abituata a vagabondare. Non fosse il mio presente quello che è, troverei in tutto ciò un’estrema idea di conforto. Una morte segnata e certa, l’apoteosi della vita nella resa, un destino completamente delineato devono apparire, per una mente pigra, come un bel finale: una chiusa perfetta. Ma io desidero una mente non più pigra, forgiata a nuovo, sebbene questo desiderio mi arrechi un dolore infinito, svelando in un sol colpo tutta la mia impreparazione.
Devo continuare il rituale. L’uomo nella caverna, in questo momento, si starà sicuramente allenando. Devo battere il futuro. La avverto, la battaglia è ogni giorno alle porte. L’altro me, di certo, adesso sarà per lo meno al sessantesimo, settantesimo piegamento. È il momento di ricominciare.

«La fonte? Me la sono inventata».
Ulrich ha delle braccia enormi, muscolosissime, saranno il doppio se non il triplo delle mie. È un fatto di costituzione naturale, dice, crede di essere venuto al mondo così: basato per diritto naturale, di nascita. Si alza ogni mattino alle sette, ma non credo lui senta il bisogno di fare esercizio. Lui non teme l’altro Ulrich, quello che sta nella sua personale caverna: per quanto costui possa allenarsi, afferma, se c’è un altro sé stesso lo scontro dovrà per forza essere condotto ad armi pari, e quando avverrà non potrà mai avere fine. Mi sa che lui non ci crede, all’altro sé nella caverna lontana. Comunque, questa specie di idea di un pareggio infinito mi sembra quantomeno inverosimile. Chi è basato non può che essere unico.
Quanto alle sue opinioni, Ulrich ha formulato dei pensieri interessanti riguardo alla superiorità specifica delle donne col cazzo. È un uomo di larghe vedute. Non sono ancora riuscito a fargli capire, tuttavia, questa storia della magia, e dei basati e poi ancor prima dei cursati, degli estremi opposti di una morale nuova e stringente come quella vecchia, ma a differenza di quella vecchia ‘stavolta veramente necessaria. «Cringe» mi risponde laconico, esausto per ciò che certo deve apparirgli come una reprimenda. È un uomo di (((scienza))), d’altro canto, studia i segreti della fisiologia dalle pendici di un vulcano attivo: è uno stregone laico. Sa perché la gente muore.
L’ultima volta che ho incontrato Ulrich, ho scoperto che è più giovane di me. Forse solamente per via di una certa deformazione personale e personalizzata del tempo, che (ho appreso) non è più una forza in grado di unificare le parti nel tutto. Saltando di frammento in frammento nella realtà, penso sia possibile, oggi, essere al contempo giovani e antichi, in orario e in ritardo, nati e morti e resuscitati o ancora reincarnati…
Non penso però lui abbia colto nemmeno questo. Ho ancora molto da imparare da Ulrich, dalla sua protervia nel rifiutare le cose così come sono divenute, com’è stato necessario divenissero. Ma deve valere anche il contrario, e per forza qualcosa di me sarà trapelato, lungo il tragitto inverso oltre la coltre di luce del suo pensiero, del suo sguardo ben informato.
«Morale? Non ho mai sentito parlare di alcuna cosa chiamata “morale”. Comunque, credo che lo odierei, un nome del genere, se esistesse».
«Ma sul serio… nemmeno un piegamento? Nemmeno con i pesi ti alleni? Davvero sei fatto così e basta?»
Rimase in silenzio, non so dire se fino al punto da tradire una propria eventuale bugia – ma mentire, d’altro canto, sarebbe basato. Dal sommo della collina dove, quell’ultima volta in cui io e Ulrich ci vedemmo e appresi che lui è più giovane – benché a questo punto lo sia soltanto nominalmente – dal sommo della collina si vedeva stendersi l’autostrada. Era deserta, perché nessuno al mondo poteva davvero desiderare di incontrare Ulrich, oltre a me. Credo l’abbia costruita lui stesso, accatastando masso su masso, acciaio su acciaio tutto da solo, con le sue braccia gigantesche, una delle grandi potenze del mondo. D’altronde, solamente un testardo come Ulrich poteva permettersi l’azzardo di costruire un’autostrada alle pendici di un vulcano attivo.
«Mi difenderai? Quando l’altro me mi troverà, quando un giorno non troppo lontano lui verrà per la mia testa, mi aiuterai? Ci sarai per me, sempre?»
«Sì. Ci sarò per te, sempre».
Finimmo di bere, lui graniticamente vinto da quella come immagino dalle mille altre tentazioni dello spirito. Poi ci alzammo e mi condusse giù dalla collina, poi di nuovo su, lungo le nebbie verticali, caliginose e ardenti, verso il vuoto colmo del vulcano. Ivi stava una gigantesca casa assolutamente deserta: Ulrich mi invitò a entrare. L’interno era buio e fumoso, e non sapevo dove il prossimo passo avrebbe dovuto condurmi.
Mi sdraiai su di un letto matrimoniale. Di fianco c’era una finestra che rimandava a un abisso perfetto, non ricordo se ebbi il tempo o il coraggio di spogliarmi. Fissai a lungo il nero sopra di me, facendo a pugni con le lacrime, con la cenere o con la commozione.
Mi sentii come appena sfiorato. Non so se Ulrich, o qualche cosa d’altro… Non ricordo di averlo visto o avvertito entrare assieme a me. Deve avermi scambiato, nel suo blando disinteresse verso le cose di una certa importanza, per una donna con il cazzo. È al contempo la ragione di un dolce conforto, e di una profonda tristezza.
Il mattino dopo, fuori dalla finestra c’erano un bosco e una strada di campagna. Il cielo era sereno, e non ci fu altro da fare se non riprendere la via di casa.

Mentre ero al volante ed ero completamente ubriaco, e la macchina andava sfuggendomi dalle mani e da sotto il culo e da dietro il capo, mentre insomma mi sentivo come attraversato dalla macchina e lasciato da qualche parte, indietro, mi ha colto la consapevolezza che in una sensazione del genere si può in qualche modo osservare l’interezza della mia vita, il suo completo fallimento tanto quanto il suo più geniale trionfo.
Ho dovuto mettere da parte il rituale dei piegamenti. Il mio corpo, per quanto non esista più il tempo com’era prima, non è in grado di migliorare in tal senso, oltre il limite stabilito. Né la mente (figurarsi) è pronta a infrangere dogmi che, nel corso di momenti celati alla parte cosciente di me, essa stessa ha meticolosamente eretto intorno a certe verità, sortilegio dopo sortilegio: a occultarle, come a proteggerle dalla violazione del mutamento, dall’abominio che sarà l’uomo futuro… Riproverò con la corsa: se non posso sperare di surclassare l’altro me nella bruta forza, di certo ritengo di riuscire a diventare più veloce di lui.
A lui, il vasto mondo che mi circonda (per adesso) è negato, non gli sono note la distanza, la prospettiva, non potrà mai evitarmi se mi punto dritto contro di lui, se caricandolo lo abbatto in un solo, fragoroso impatto, alla velocità con cui mi sono sentito attraversato dal metallo, ubriaco ancora mentre non percepivo il tempo e l’alcool e la strada passare. O, viceversa, non potrà raggiungermi se fuggo. Non gli sarà concesso il momento culmine di entrambe le nostre esistenze: rimanderò e rimanderò fintanto che io (o meglio: lui) non morirò (o meglio: non morirà), delle cause più naturali e innocue possibili. Si capisce, in fondo egli è pur sempre me. Io gli voglio bene, a differenza sua.
A ogni modo, cerco di correre il più spesso e il più velocemente possibile; spero che, in questo caso, io riesca almeno per una volta a non tradirmi.
La macchina continuava e continuava ad attraversarmi, viaggiava dentro di me e sopra e sotto di me a una velocità per me inconoscibile: mancai una svolta.
«Di là dobbiamo andare».
Sergej aveva nei miei confronti un tono paterno, o fraterno – non so ricordare: lo vedo di solito quando mi ubriaco, e allora l’imminente rovina futura mi appare appena appena più distante e sfocata. Sedeva al mio fianco, sul sedile passeggero, a volte potrei pensare (ma sempre in maniera sfasata e confusa) che in lui risieda davvero almeno una parte di me.
Inchiodai, attendendo invano che il mio organismo si ricostituisse in quanto tale, e non alterato in funzione di un’errata percezione della macchina – l’unica valida, in base ai riferimenti in cui mi riuscivo a raccapezzare.
«Andiamo?» Anche Sergej mi sembrava ubriaco. «Se vuoi, guido io». Lo ignorai, inforcai la retromarcia maneggiando a tentoni nel buio e ripresi la via che mi era sfuggita, come si fosse ricreata dal nulla nello stesso istante in cui non l’avevo potuta vedere. Presto la via mutò in un’altra autostrada, che non era l’autostrada di Ulrich, qui ogni tanto una macchina o un camion passavano e talvolta mi suonavano, quasi svegliandomi, mentre sbandavo e poteva sembrare volessi coinvolgerli in una qualche fine gloriosa. Per l’appunto: il più geniale trionfo tanto quanto il completo fallimento.
Attraversammo un confine deserto e potevo indovinare che fossimo diretti verso il mare: la sua distesa nera sfondava chiaramente un plotone di piccoli bagliori tremolanti, e solo in fondo, quasi allineati sull’orizzonte curvo che ipotizzavo nella notte, essa era puntuata da ancor più minuscoli fari, a momenti confondibili con lo specchiarsi delle stelle più luminose.
«Qui dentro c’è puzza di morto. È una fortuna che noi siamo ancora vivi».
«Sì. Lo so».
L’abitacolo della mia macchina è lo spazio di mondo che ho sigillato. È una capsula temporale, per conservare “me” anche quando io sarò diverso da “me”. È organico ed emancipato e sono io, se mi si chiede di rappresentarmi all’esterno del mio corpo – ma a questo punto, l’abitacolo della macchina diventa giocoforza l’estensione fisica del mio corpo, una sua parte materiale. Prima o poi mi tumulerò qui dentro, cancellerò l’universo che sta al di fuori delle portiere e del parabrezza e dei finestrini, e forse allora mi sentirò al sicuro. Chissà se l’altro me potrà raggiungermi qua dentro…
… … …
D’un tratto, il metallo smette di passarmi attraverso, e io vengo colto da un terrore non intuibile.
Osservo Sergej: nel buio e nell’alcool vedo i suoi lineamenti e mi paiono i miei. Sono pietrificato dall’immagine distante di una caverna vuota, abbandonata chissà quando, e mi abbraccia l’idea orribile (perché possibile) di un errore di valutazione o di una profezia sbagliata, di un meme preso troppo alla lettera. Dovrei guardare la strada. Non ci riesco, e ogni mio sguardo segue la linea di caduta dell’irrazionale, osservo le sue mani poi il torace e le spalle, poi i capelli che sembrano così simili ai miei, e il viso come fossi dinnanzi a uno specchio. Dovrei guardare la strada. Ma se il mio fantasma mi avesse accompagnato per tutto il tempo necessario alla mia disfatta? Se mi fosse strisciato intorno, nutrendosi ignaro delle mie debolezze e profondità, dedito a un allenamento più sottile delle semplici, glorificate imprese del fisico? Se la battaglia fosse, in fin dei conti, già qui e al contempo già perduta?
Precipitiamo la macchina contro la città, lungo la china del buio che riconduce alla luce – l’avvicendarsi dei lampioni sul suo viso mi impedisce di capire se egli ricambia il mio sguardo. Dovrei guardare la strada…
… … …
«Là c’è un muro».
L’incubo crolla, e io sterzo violentemente. La macchina sembra spezzarsi mentre slitta su due oppure su tre delle sue quattro ruote, bruciando la gomma sull’asfalto, sino a occupare entrambe le corsie e solo poi fermarsi, risputando sommessamente dal cofano una sequela di bestemmie meccaniche.
«Tutto bene? Non ti preoccupare, non è successo nulla. Può capitare. Siamo ancora vivi, no? Se vuoi, davvero, guido io».
Cedo il volante a Sergej e prendo il suo posto sul sedile accanto. Non so più cos’è l’affetto, non so più cos’è la fiducia; sono abbastanza sicuro di non aver mai saputo né l’una né l’altro; vorrei scoppiare in lacrime ma, oltre che imbarazzante, non sarebbe per nulla una cosa basata.

«Io lo capisco, credimi, il tuo problema con le donne, con il sesso. Te lo assicuro, anche per me era la stessa cosa: finché non è passato, alla fine. Sono cose che passano o a cui ci si abitua, o che inevitabilmente tocca accettare per quel che sono. Perciò, in via del tutto eccezionale e solo a scopo di consolazione, ti do il permesso di chiamarmi Melody».
«Posso abbracciarti, Melody?»
«Se proprio c’è bisogno… uwu. Ma non farti strane idee, eh. Non è sempre così, con gli altri…»
Mi sporsi verso di Melody e la abbracciai. Non so se sia giusto dire “la abbracciai”, o se forse sarebbe meglio lo, oppure ancora , l*, lu… non credo che in quel momento fosse una questione rilevante, per Melody. Il mio capo, posato sui suoi possenti pettorali, ricolmava il vuoto lasciato dai pensieri sfuggiti con il suo profumo, e tutte le mie idee erano dedicate a lei, e soltanto in lontananza mi chiedevo perché quell’abbraccio non fosse la vita reale.
Melody era il corpo di un maschio (basato) così com’è stato inventato da un meme, era uno sguardo fisso negli occhi rassicurante e terribile allo stesso tempo. Era, perché sono abbastanza sicuro che Melody non ci sia più; non c’è più nella mia vita, a ogni modo, ed è a causa di Melody se, soltanto a volte, mi sento un po’ triste e come se stessi per morire.
Non so se Melody abbia mai fatto sesso. Di certo, in quanto lei è come me (o ancora: era come me), deve aver ritenuto il sesso un sacrilegio, un vezzo degli inadeguati. Ma è anche vero che spesso siamo stati bravi, noi, a barricarci dietro le scuse più idiote, fingendo di non conoscere parole migliori. Avrei voluto Melody mi avesse preso, prima di scomparire fra le vertigini del futuro.
Riesco tuttora a percepire una mancanza che è come una voragine abominevole dentro di me, e mi rifiuto di darle un nome perché so che quel nome sarebbe il nome di Melody. Forse, tuttavia, dovrei rallegrarmi: saper percepire e costruire dei sentimenti, per quanto ritorti e annodati come un cappio attorno alla gola, rimane un bel gesto da dedicare a sé stessi.
Ero chiaramente innamorato di Melody, benché all’epoca non fossi pronto a concedermi il lusso di esserne messo al corrente – figurarsi metterne al corrente lei, che era schifata dall’amore e dal sesso e probabilmente era schifata anche da me, trascinata verso di me soltanto dalla compassione.
Non ci siamo mai baciati, non abbiamo mai ballato assieme, non ci siamo mai tenuti la mano, non siamo mai stati in piedi assieme fino al mattino, lei non mi ha mai accarezzato e, a ben pensarci, lei non mi ha mai nemmeno abbracciato. Ero sempre io, al termine di una supplica infinita, a stringermi al suo corpo che era uguale al mio, senonché era migliore del mio, e a trovarvi impressa sulla pelle sudata e tesa una speranza e una disperazione infinite. Lei rimaneva immobile, monumentale e indifferente: ma sul serio non mi meritavo nemmeno una carezza? Una pacca sulla spalla, tuttalpiù?
«Sai, un giorno o l’altro dovresti proprio impegnarti, e imparare a superare i tuoi drammi da solo…»
«Sì, Melody… un giorno o l’altro, hai ragione Melody…»
Forse dovrei mettermi soltanto l’animo in pace, e abbandonarmi al dubbio se Melody sia mai stata effettivamente reale e, conseguentemente, se lo sia stato anche io. Sarebbe comunque una debolezza minore del ricordo dei nostri momenti: dev’essere certo più bello sognare di esserseli tutti inventati.
Spesso, quando la abbracciavo, potevo sentire il suo pene (che io immaginavo enorme) strisciare addosso al mio addome al ritmo del suo respiro terso, calmissimo.
Piano piano, allora, le mie paure si scioglievano, e io provavo a respirare come lei.

Quando vidi l’altro me, nel dojo dorato alla fine del mio tempo, e dunque capii che il giorno e la caverna lontani erano divenuti qui e ora, e mi ero già detto: allora il meme aveva ragione, dopotutto – quando mi vidi come sarei potuto davvero diventare, non potei che fermarmi e contemplare la mia meravigliosa, mastodontica bellezza (che però non era per nulla mia), e mi dovetti dapprima disprezzare e dovetti maledire tutta la mia inadeguatezza, e infine non mi rimase altro che osservarmi impazzire, divorato dall’orrore.
Ed ecco realizzarsi uno strano destino.
Mentre io emettevo un patetico gridolino, senza nemmeno potervi ipotizzare dietro un significato qualsiasi, lui aveva già stretto impercettibilmente i suoi pugni d’acciaio, e mi era addosso ormai da un pezzo. Un singolo gancio ben piazzato mi fece sentire esplodere le mie costole dentro al petto, mentre gli organi interni si scambiavano di posto e io risputavo un fiotto di sangue, muco, bile, ogni liquame possa aver mai attraversato le cavità del mio corpo andato in malora. In questo primo schianto sentii l’immagine di Ulrich, e mi chiesi perché, alla fine di tutto, egli non avesse desiderato mantenere la propria promessa. Avrei tanto voluto fosse lì con noi, almeno per guardarmi morire… poi, con la pianta del piede l’altro me si era già messo a spingere deciso sul mio ginocchio, sino a costringerlo, in uno schiocco agghiacciante, a rivoltarsi al contrario: «Scusa, scusa, scu…» balbettai barcollando, non so nemmeno dire rivolto a chi (forse al mio caro Sergej o al ricordo di Melody), prima che un secondo e un terzo pugno riducessero in frantumi la mia mandibola, e i denti schizzassero tutti fuori come in un sol colpo fulmineo, spargendosi sul pavimento di bambù a voler suggerire il corso del futuro senza di me. L’altro me mi afferrò per i capelli, prima che potessi crollare: le linee del suo petto e degli addominali, le sue braccia enormi imperlate di sudore e del mio sangue, il suo viso perfetto, serafico… riconobbi l’aspetto stupefacente della fine di tutte le cose. Volli dirgli che l’amavo, ma lui, con un solo fendente del suo braccio sinistro, troncò di netto il mio capo dal collo, e mi fu impossibile proferire altro verbo di lì in avanti.
Gettò la mia testa mozzata lontano, e io intuii ancora per qualche istante il fiato della vita attraversarmi, senza però avere il tempo di nominare le cose che vedevo.

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