Fermava il cigolio metallico dell’altalena solo per dare un altro morso alla mela e, nello stesso momento, smetteva di oscillare anche la sfera sull’avambraccio destro, comparsa sottopelle alcuni giorni prima. All’improvviso due manine afferrarono il seggiolino vuoto accanto a lui.
“Vieni su questa,” disse Flavio alzandosi con aria bonaria. “Lì seduta c’è Sonia”.
Il piccolo caschetto biondo si guardò attorno con aria perplessa e poi sorrise, come se fosse parte di un gioco segreto. Tornò, infine, a correre verso l’amichetto, pronto a lanciarsi dallo scivolo a testa in giù. Flavio ricambiò il sorriso e riprese a dondolare.
Passava il tempo così, con la faccia al sole. In casa i pensieri giravano a vuoto mentre lì, tra i pioppi e le risate dei bambini, gli sembrava di ossigenarli. Certo, poteva mettersi a cercare un nuovo lavoro, ma ricominciare alla sua età gli pareva difficile quanto far passare il singhiozzo senza l’aiuto di una delle sue mele.
Si fermò di nuovo con i piedi ben piantati per terra, si accanì sulla parte centrale del torsolo e lanciò i resti nel cestino, mentre la protuberanza sferica scivolava in direzione del polso, dritta e veloce come una palla da biliardo verso la buca.
Non era servita neanche la visita di controllo di qualche giorno prima.
“Prelevo un po’ di liquido,” gli aveva detto il dottore.
L’ago era arrivato a sfiorare la spalla quando, sbirciando con la coda dell’occhio, Flavio aveva visto il braccio bloccarsi. Sul volto del medico era poi comparsa un’indecifrabile smorfia.
“È sparita”.
Gli occhi avevano brillato di una luce quasi sinistra.
“L’avevo avvisata, dottò. È una pallina pazza.”
Flavio non aveva saputo come altro definire quella anomala presenza sferica che vagava da settimane sul suo corpo. Mortificato dalle parole sciocche, si era concentrato sulla punta infangata delle scarpe, cercando di trovare un filo di voce e una frase appropriata in mezzo a quel silenzio soffocante.
“È così grave, dottò?”, quasi a richiamare le parole dalle suole di gomma.
Il dottore aveva iniziato a incalzarlo con domande a ripetizione. No, non si sentiva particolarmente depresso. E no, non beveva alcolici. Gli piaceva stare all’aria aperta, passeggiava tanto. Di recente era addirittura diventato vegano: tanto riso e fagioli, oltre alle mele che usava come rimedio per quel singhiozzo assillante.
A quell’ultima risposta, gli occhi del medico si erano spalancati di colpo e Flavio si era preparato al peggio.
“In Giappone potrebbe dirsi abitato dallo spirito della volpe”.
Il dottore era, poi, tornato alla sua poltrona e aveva iniziato a tossire, muovendo le spalle avanti e indietro come fosse un vecchio clown a molla. Flavio si era incurvato sulla sedia verso la scrivania e aveva tenuto lo sguardo basso. Magari era una battuta che non aveva capito.
“Invece in Italia?”, aveva provato tra l’ironico e il vago.
Per l’ansia, si era sfregato la bocca con il dorso della mano. Il viso del dottore era tornato compassato.
“Se sta vivendo un momento di forte stress, queste potrebbero essere reazioni psicosomatiche”.
“Ma la pallina?”
“Forse è solo pus. Se si forma di nuovo, torni a trovarmi. Nel frattempo, parlare con uno psicoterapeuta potrebbe farle solo che bene”, e gli aveva allungato un biglietto da visita.
Il dottore si era poi alzato e, con un inchino e un gesto della mano destra, aveva indicato la porta.
Fuori dallo studio, Flavio aveva subito preso il telefono e digitato sul motore di ricerca le parole “spirito della volpe in Giappone”. Una brutta abitudine, quella di autodiagnosticarsi tumori con l’aiuto di Google: una delle tante che faceva storcere il naso a Sonia. Nel frattempo il singhiozzo era ritornato a fargli compagnia.
“La possessione della volpe, Kitsune-tsuki, si manifesta quando lo spirito della volpe (kitsune, in giapponese) entra nel corpo di un essere umano, talvolta attraverso le unghie”, iniziava una pagina dedicata alla cultura giapponese. Flavio aveva sorriso, mentre il singhiozzo gli gonfiava, quasi indisturbato, le spalle come spasmi elettrici. D’un tratto, aveva fermato il dito all’altezza del paragrafo “Disturbi mentali”. Si era affrettato a chiudere la pagina e a mettere il telefono in tasca, diretto a passi svelti verso casa.
Tornato dalla visita, Flavio era rimasto ore immobile davanti allo specchio della sua camera a osservarsi i capelli sale e pepe e la barba incolta. Non aveva trovato né traccia di peli rossi né una coda che spuntava dall’osso sacro. Anche l’affilatura dei denti gli era sembrata quella di sempre, magari era il loro colore a essere diverso, erano un po’ ingialliti, ma niente che un’accurata pulizia non avrebbe potuto risolvere. Dall’armadietto del bagno aveva afferrato una forbicina per tagliarsi le unghie fino alla pelle: se lo spirito della volpe era entrato da lì, avrebbe trovato un varco più grande per uscirne presto fuori.
Nei giorni successivi si era sforzato di non pensare più al dottore o a quelle assurdità giapponesi. Si era distratto con lente passeggiate lungo l’Almone, piccole compere al mercatino bio e nuove ricette da preparare per cena; in particolare, il profumo del curry con verdure, tofu e maggiorana lo aveva fatto sentire addirittura sereno.
Quella mattina, invece, senza preavviso, mentre tirava su le maniche della camicia per lavare i piatti, aveva rivisto la protuberanza sferica che lo osservava prepotente, ferma vicino al gomito. Aveva sferrato un pugno contro il muro ed era uscito di casa, lasciando le stoviglie a bagno nel lavello.
Ripensando a quel gesto, lasciò andare la catena dell’altalena e sfarfallò le dita della mano; si massaggiò le nocche ancora rosse dopo ore pensando al lato positivo: quanto meno non si era rotto niente. Si alzò e si avvicinò al cestino per raccogliere il torsolo della mela finito sul prato quando, improvvisamente, qualcosa in mezzo alla siepe si mosse. Flavio balzò all’indietro dalla paura. Attento a non fare rumore, scrutò il cespuglio senza riuscire a vedere niente. La sua testa, forse, iniziava a tirargli brutti scherzi.
Infilò così una mano nella tasca dei pantaloni e prese il biglietto da visita che gli aveva dato il dottore. Sì, era il caso di andare. Dopo aver controllato l’indirizzo, provò a piegare il foglietto rigido per creare un origami a forma di cigno. Il risultato sbilenco lo tranquillizzò: era evidente che non era posseduto da alcuno spirito giapponese.
La psicoterapeuta era restata in silenzio, seduta dietro al sinuoso tavolo di cristallo mentre Flavio parlava come non gli accadeva da mesi. Le raccontò della cassa integrazione (finita), della riconversione (una buffonata) e del sindacato (tutti purciari). E poi di Sonia, di quanto gli mancassero i suoi abbracci, le sue risate. In tutto quello che era successo, però, qualcosa di buono c’era. Da quando era solo e disoccupato aveva imparato a spendere meno, a mangiare meglio. Sonia canzonava la sua pancia e il suo doppio mento, diventato triplo. Certo, non è che se la passasse bene. Ma anche lavorare tutto il giorno montando e smontando lavatrici, sotto al neon che ronzava, con quindici minuti di pausa ogni tre ore, per lui non era vita.
“Me sentivo ingabbiato, dottore’. Forse non valgo niente, ma se mi voglio sveglià alle nove e fa’ ‘na camminata, nun me rompe i coglioni nessuno.”
Sull’uscio, Flavio chiese scusa per essersi accalorato, gli capitava tutte le volte che i sensi di colpa gli si strozzavano in gola. Lungo la strada di ritorno si rese conto che, preso dalla conversazione, non le aveva menzionato la protuberanza. La prima seduta non prevedeva un compenso ma le altre avrebbe dovuto pagarle ottanta euro e, in quel momento, proprio non poteva permetterselo. Provò a scacciare via quell’ennesima sensazione di incompiutezza e accelerò il passo, tra le file di lampioni che proiettavano le loro ombre come tagli obliqui sull’asfalto.
Passeggiò con le mani in tasca fino al parco e tornò a sedersi sulla sua altalena. Flavio scrutò il cielo alla ricerca di qualche stella, ma le arroganti luci della città gli permettevano solo una vastità piatta e nera.
“Dove sei, Sonia?”, chiese ad alta voce con gli occhi in su e l’innocente speranza di intravedere uno scintillio. Il sussulto improvviso del singhiozzo lo scosse e, come per riflesso, tirò fuori dallo zaino una Golden con le striature rosate, la sua preferita.
La finì in pochi morsi, quella chiacchierata dalla dottoressa gli aveva messo fame, e lanciò il torsolo verso il cestino, ma la sua mira non migliorava nonostante i tentativi quotidiani. Per nulla spazientito, Flavio impugnò le catene dell’altalena; mentre stava per alzarsi, qualcosa lo inchiodò al seggiolino.
Un muso affilato color ruggine comparì dalla siepe e sottrasse il torsolo, per poi sparire come inghiottito dalle foglie. Nella semioscurità del prato umido, tanto da sembrare liquido, Flavio credette di scorgere una lunga e folta coda tuffarsi nell’erba alta. Per diversi istanti fissò il punto esatto in cui aveva visto sparire la mela, ripentendo a sé stesso, con il ritmo di un mantra, che quello era semplicemente un gatto. Una specie di persiano, probabilmente.
Il giorno successivo, Flavio arrivò al parco con uno spicchio di luna che iniziava a brillare e si sedette sulla panchina accanto a quella occupata da tre ragazzi. Erano adolescenti, parlavano di regali alle fidanzatine. Un velo di malinconia gli si posò sulle spalle.
“Come sono giovani. Vero, Sonia?”, disse a mezza voce mentre cercava una battuta per entrare nella loro conversazione. Il diaframma fu, però, più svelto di lui e tornò a contrarsi nel solito singhiozzo, impigliando possibili parole alle corde vocali, come insetti sulle ragnatele.
Pazienza, si disse guardando i ragazzi allontanarsi. Adesso però posso iniziare.
Aprì lo zaino, prese due Pink Lady: ne mise una a due passi di distanza dal cestino mentre addentava l’altra.
L’attesa sull’altalena durò quattro morsi appena, poi un musetto indagatore bucò la siepe e annusò l’aria. Gradualmente, comparvero un paio di occhi del color della notte e due orecchie dritte simili a gommapiuma. Per la prima volta la volpe lo fissò, prima di avanzare lentamente verso la mela. Si muoveva cauta; Flavio si ricordò del collo di pelliccia poggiato sul cappotto beige di sua nonna. Come si poteva essere così crudeli con una simile bellezza? pensò, mentre la volpe era già scomparsa, con il bottino, nel buio.
Mentre tornava dalla sua abituale spesa al mercato, Flavio scoprì di avere meno di duemila euro sul conto; provò a non lasciarsi prendere dall’ansia e si impose di pensare a qualcosa di bello, in quella giornata. Lo meritava. Nel parco, quando l’imbrunire aveva portato via i bambini verso le loro case, lui si piazzò a qualche passo dal solito cespuglio, in ginocchio, con il frutto in mano, il più profumato del banco. Nel momento in cui vide la volpe zampettare fuori, le avvicinò cautamente la mela, con piccoli movimenti: non voleva farla sparire di nuovo. L’animale, allora, si mosse lentamente verso di lui e, quando alzò la testa, i loro sguardi si incrociarono: un attimo che cavò Flavio fuori dalle sue miserie quotidiane e dal mondo.
Stese poi completamente il braccio e la volpe gli leccò le dita. Alzando di tanto in tanto gli occhi verso di lui, iniziò a mangiare la mela senza timore, mentre Flavio rimaneva immobile, chinato sul prato, noncurante della terra che gli sporcava i jeans. Resistette perfino alle punture della zanzara che gli torturava il braccio. Aveva occhi e pelle solo per la volpe, ferma con lui in mezzo al parco, legati com’erano da una invisibile forza d’attrazione. Fu il momento in cui si domandò sul serio, per la prima volta, se il suo spirito gli stesse davvero abitando dentro. I loro occhi si incrociarono ancora una volta, prima che una folata di vento tiepido pettinasse le foglie, ripulisse il cielo dalle nuvole e portasse via la volpe, come in un sogno di Miyazaki.
Sulla strada di ritorno, Flavio camminò con il sorriso. Arrivato a casa, guardò il braccio e si tastò tutto il corpo: della protuberanza sottopelle non c’era più traccia.
La primavera iniziò a scaldare l’aria. Flavio imparò a tenere nello zaino, assieme alle mele, qualche lecca-lecca da regalare ai bambini con il permesso dei genitori. Perse il poco interesse che aveva per gli amici rimasti: era stufo delle occhiate di compassione degli ex colleghi, delle discussioni fatte sottovoce per offrigli una birra e di chi voleva convincerlo ad accettare un lavoro qualunque, anche se in nero e per pochi spicci al mese. In quel parco era semplicemente Flavio, l’uomo seduto sull’altalena a mangiare la sua mela, con qualche caramella e sorriso da regalare.
Non poteva, però, ignorare che a breve, senza entrate, sarebbe stato costretto a lasciare casa e magari tornare da sua madre a Palestrina, con l’aggravante dei quaranta minuti in macchina e della benzina che serviva per arrivare tutti i giorni al parco. Come lo avrebbe spiegato questo cambiamento alla volpe?
Una sera di luna piena, finita la solita mela, la volpe abbassò la coda e si fermò di colpo mentre zampettava via. Si voltò e rimase immobile per pochi istanti, fece poi un piccolo cenno con la testa china, come a chiedere a Flavio di seguirla. L’uomo non pensò neanche per un secondo che fosse un’allucinazione. Prese lo zaino poggiato sulla panchina e la seguì, accelerando di tanto in tanto il passo per non restare indietro all’animale. Arrivati in una fitta boscaglia, accese la torcia del telefono per non perderla di vista e proseguirono oltre per qualche metro, fino ai piedi di un robusto alloro. La volpe si fermò e iniziò a scavare, disseppellendo la carcassa di un topo. La prese tra le fauci e rifece il movimento della testa di poc’anzi. Flavio si sforzò di restare imperturbabile, non era educato fare lo schizzinoso a casa d’altri. Avrebbe giurato di aver visto un sorriso sul volto dell’animale.
“No, grazie”, disse a voce alta e prese una busta di carta dallo zaino. La volpe addentò la sua cena con gusto mentre Flavio mangiò un panino ai semi di zucca e girasole. Rimasero così, seduti in silenzio, uno accanto all’altra, a guardare il cielo. Flavio vide finalmente una stella brillare e pensò a quanto sarebbe stato bello se Sonia fosse stata lì con loro. Rapito dalla magia del momento nemmeno si accorse di non aver ripreso a singhiozzare.
Durante un tardo pomeriggio di inizio estate, Flavio impacchettò tutte le sue cose e le mise su un furgoncino. Prima di partire per Palestrina, voleva rivedere la volpe per provare a spiegarle cosa stava succedendo. Sperava che non sarebbe stato il loro ultimo incontro.
Camminava verso il parco quando si ritrovò in mezzo a una piccola sagra di quartiere, poca gente che sembrava in festa.
“Vuoi conoscere il tuo futuro, giovanotto?”
Flavio si girò verso la voce. Una donna sulla sessantina, con abiti sgargianti, era seduta a un tavolo e le sue mani mischiavano un mazzo di carte.
“Mi chiamo Cassandra e leggo le Sibille. Un’offerta a piacere”, continuò con aria furba. Non gli staccava gli occhi di dosso. Flavio si sedette, d’altronde non aveva niente da perdere. Non credeva alle coincidenze: se aveva incontrato quella donna in quel momento, doveva scoprirne il motivo.
“Sono disoccupato, non c’ho ‘na lira. Magari un’occhiata al mio futuro lavorativo, se è possibile”.
Si appoggiò allo schienale e riprese fiato, come se quelle verità e quella speranza gli fossero uscite da bocca dopo una lunga corsa. La donna mescolò le Sibille e Flavio restò in silenzio, a scrutarne le mani. Poi Cassandra separò il mazzo in tre piccoli blocchi e posizionò tre carte, ciascuna presa da un mazzo diverso, davanti a lui. Infine, dal mazzetto più vicino, la cartomante ne recuperò un’ultima e la ripose, sempre di dorso, alla sua destra.
“Sono le carte del passato, del presente e del futuro e, a parte, quella del consiglio”, spiegò indicando le carte coperte.
Quindi, Cassandra girò la prima Sibilla. La carta del sole, attraverso cui identificò il passato di Flavio, con caratteristiche e squarci di vita a lui familiari. Raccontò di un tempo in cui aveva un lavoro stabile, buone entrate, una persona importante che adesso non c’era più. Flavio strofinò le mani sui jeans e si limitò ad annuire. Scoprì poi la seconda carta, la luna, metafora di un presente buio come la notte, faticoso e complicato. Flavio ascoltò in silenzio e si asciugò gli occhi umidi con un dito. Quella donna gli stava fotografando l’anima. La terza carta, il cavaliere, fu un incoraggiamento a tenere duro. Cassandra predisse un futuro migliore, pieno di novità positive, forse un nuovo lavoro o qualche amico con cui condividere momenti felici.
“E il consiglio?”
Flavio era ormai rincuorato dalle carte.
Cassandra girò l’ultima Sibilla con tocco vellutato.
“La volpe”.
Entrambi rimasero in silenzio, a guardarsi negli occhi.
“Grazie”, disse Flavio con una risata di bambino felice. Si alzò, prese il portafogli e lasciò venti euro sul tavolo. Scappò via senza salutarla, non aveva tempo da perdere.
Il giorno successivo Flavio mise in moto il furgoncino e guidò fino al parcheggio di un grande negozio. Tirare il freno a mano gli bloccò ogni perplessità. Stette ore tra gli scaffali degli articoli da campeggio mentre valutava con l’addetto alle vendite tutto l’occorrente. Non sarebbe tornato dalla madre, avrebbe sistemato una tenda in mezzo al parco. Ormai conosceva bene i guardiani e, fiducioso del loro buon cuore, pensava che non gli avrebbero impedito di trascorrere l’estate lì; quella sarebbe stata la sua casa, con i bambini, gli alberi, le stelle e la volpe. Che cosa bizzarra, la sua amica non aveva neanche un nome.
Nella testa iniziarono a ronzargli nuove idee. Pensò che si sarebbe goduto il profumo dell’erba, i colori dell’alba e del tramonto, il silenzio della notte. Poi, chissà, magari avrebbe avuto il coraggio di cercare un lavoro, magari qualcosa all’aria aperta; forse sarebbe tornato dalla dottoressa, oppure avrebbe addirittura conosciuto un’altra donna. Mentre formulava questo pensiero, Flavio teneva stretto un fornelletto da campeggio.
Spese i risparmi così, immaginando una nuova vita.
