Diletto, dolcissimo, defunto

Elogio funebre pensato e non detto alle esequie del mio primo amore

Ora che sei morto mi sei dolce in ogni ricordo. Buono gentile altruista amato e benvoluto — cliché da epitaffio, esequie e convenevoli. E mi tiene sveglio la notte il dubbio, Gabriele, il dubbio di averti ucciso io con queste mani.
L’ultima volta in cui abbiamo parlato avevi diciannove anni e io altrettanti. Avevi gli occhi grandi, due pozze di sudore sotto le ascelle, minime e circolari, e lo stesso sorriso di tutti gli altri presenti: commiato protocollare, denti bianchi in mostra a dire “buona fortuna” e “divertiti” e “torna a trovarci”. Partivo per l’università e tu restavi al paese, era la fine dell’estate. Gli amici (miei e nostri) riempivano la stazione piccola e altrimenti deserta e anche loro sarebbero rimasti al paese. Mi pareva ingiusto fossi l’unico ad aver sentito il bisogno di andarmene e il tuo sorriso lo ricambiavo con rabbia proprio perché avevi scelto di restare, perché mi facevi sentire debole e piccolo e ostentavi, labbra arricciate, la forza di chi rimane. Mi salutavi senza scostarti dal copione socialmente stabilito, un «Ci vediamo presto» accompagnato da due pacche afone sulla spalla a cronometrare un abbraccio breve e sbilenco, superfici di contatto ridotte a minime tangenze. Ci eravamo scambiati due baci e nessuna promessa ed era pertanto corretto che in quel giorno di addii non mi riservassi nessuna attenzione particolare.

Del primo bacio ricordo il sapore. I capelli, tuoi e miei, infelicemente lunghi e slegati per entrambi, s’infilavano nell’incastro di visi frettoloso, impacciato. Erano salati. Le mani scivolavano tra le nuche e le schiene senza prendere posizione, sfregavano sulla plastica ruvida della sdraio vista mare. Era estate anche allora, tu avevi diciassette anni da poco e io sedici da un pezzo.
Non ne abbiamo parlato poi. Non avevamo le parole per farlo. La mattina i tuoi occhi chiedevano un’amnistia che ho concesso sigillando il silenzio. Nelle settimane successive ci siamo visti poco e mai soli. A settembre condividevamo un banco nella terza fila della 4^B.

Tra il primo bacio e il secondo sono trascorsi quasi due anni. Di quel tempo, gli eventi degni di nota: due volte mi hai preso per mano, un’altra mi hai tirato un pugno in viso. Ricordo le tre occasioni con lo stesso affetto — dei morti si ricordano con piacere anche le botte.
Due luglio, orale di maturità, trentotto gradi e la camicia appiccicata alla pelle ancora bianca. L’iniziale estratta a stabilire l’ordine degli esaminati mi aveva voluto ultimo dell’ultimo giorno, fuori dai cancelli tu solo ad aspettarmi. Tra gli amici eri stato il migliore e questo lo pensavo anche prima di vederti oggi dentro a un feretro, te lo riconosco in modo assoluto e non come attribuzione postuma di bontà. Gli altri erano già al mare, li avremmo raggiunti lì e tu, maturo da un paio di giorni (fortuna onomastica), ti eri intestardito che dovevi essere davanti alla scuola quando fossi uscito, ché non era possibile per tutti si fossero riunite le folle e per me nessuno. Buono gentile altruista, lo dicevo prima. Di quel bacio incolpo l’adrenalina di maturando liberato e la commozione per le tue premure.
Sul bus che portava al mare mi tenevi la testa sulla spalla e mi dicevi che no, non si poteva (non si doveva) fare. È seguita un’estate bella e velata d’imbarazzo, mi sgusciavi dalle mani senza che potessi oppormi: settembre mi avrebbe portato via e non c’era tempo per capirci.

Bologna era piena di cose che mi distraevano dal pensiero di te, all’inizio presenza penosa e ubiqua e poi sparpagliata sempre più negli angoli a cui non mi davo accesso. Tra le distrazioni la prima si è chiamata Marco, a te in tutto dissimile e per questo utile nel limitarti, non farti sconfinare, lasciarti riposto, lontano.
Ti pensavo sicuramente le prime volte in cui tornavo al paese e uscendo con gli amici mi pungeva secca la tua assenza, ago infilato all’altezza dello sterno: «Da quando si è messo con Marta non si è più visto» / «Sta con Marta?» / «Non lo sapevi?» / «Non ci siamo sentiti molto ultimamente». Come l’essere rimasto e l’esserti negato, Marta si aggiungeva alla lista di cose che sentivo di non poterti recriminare. Mi ero liberato nella fuga rinunciando a qualsiasi pulpito da cui impartire lezioni — questo lo pensavo allora e non lo penso ora, ma del senno di poi sono piene le fosse, Gabriele, la tua in particolare.
Con il tempo sei diventato un globo piccolo e gommoso che tenevo sul costato, sottopelle, lì dove mi aveva punto il tuo latitare. Le piaghe hanno modi curiosi di rimarginarsi. Gonfiando i polmoni c’è un moto inceppato, se ci presto attenzione: a frenarlo un impedimento, appunto piccolo, sferico e gommoso. Ma lo dimentico con facilità: ci si scorda di avere al polso l’orologio, al dito un anello, pure i capelli sulla testa ci stanno senza necessità di pensarli e così anche tu, palla di epitelio e rozzo rammendo cicatriziale, ti ho portato dentro in questi anni senza darti attenzione, fino a convincermi che il segno che avevi lasciato non ti riguardava poi tanto, che raccontava di me più che di te.

Dopo Marco c’è stato Leonardo, Bologna era ormai casa e al paese tornavo sempre meno, non ti vedevo da due anni e le notizie su di te si facevano rare e incerte: ti eri allontanato da tutti e nessuno più mi collegava a te. Una volta si è detto che tuo padre ti avesse sbattuto fuori di casa, che ti aveva trovato con un ragazzo: assurdità subito liquidata da tutti («Chi, scusa?» / «Gabriele Beltrame» / «Chi te lo ha detto?» / «Sicuro è una stronzata»), chiacchiera di provincia dimenticata nel tempo di un aperitivo. Ho avuto voglia di chiamarti, assicurarmi stessi bene, e non l’ho fatto (in questa storia, Gabriele, non riesco a vedermi pulite le mani). Sei mesi più tardi qualcuno diceva ti saresti sposato.
Un giorno caldo, maggio sotto un tiglio dei giardini Margherita, stavo a pancia in giù sull’erba e Leonardo mi si è steso sulla schiena. Incastro di decubiti, si innestava su di me: nuca nell’incavo del collo, collo sulla curvatura delle scapole, scapole posate dove la colonna vertebrale inverte il verso del suo arco. Nel suo peso c’era il tuo: il mio corpo, Gabriele, ti conserva in memorie tattili e muscolari. Ho ruotato su un fianco, disarcionandolo, «Stavo bene così» / «Mi stavi schiacciando» / «Fottiti», con il respiro lievemente inceppato.
Mi sono laureato d’inverno, cielo grigio sulle torri. Dopo Bologna c’è stata Milano e dopo Leonardo altri nomi variatamente significativi. Di te non sapevo più nulla. E andava bene. I primi amori — così ho imparato a chiamarti — sono famosamente fatti per non essere scordati e passati dieci anni dall’ultimo «Ci vediamo presto» ero convinto di aver fatto pace con l’idea di te. Ma sei sempre stato tu a decidere i termini delle nostre dipartite.

Hai riempito giusto le prime sei file di panche, la chiesa è piena per metà. Davanti a tutti tua madre e tua moglie — Emma, qualcuno mi dice all’orecchio. I turiboli fumano d’incenso («Questo odore fa sboccare», mi hai detto una volta, gita di classe in una qualche cattedrale).
Fisso l’altare e tu sei lì, legno verniciato di fresco. Il basso ventre mi si torce, non sarei dovuto venire.
Tre giorni fa, dopo aver ascoltato tua madre al telefono (l’annuncio, la chiesa, l’orario, «Com’è successo?», solo singhiozzi) ti ho sentito scivolarmi dal petto allo stomaco, Gabri, sotto la pelle, lungo lo sterno, giù a bucare il diaframma fino al fondo della pancia.
«Posso fare qualcosa?» ho chiesto a lei, avrei dovuto chiedere a te, «Qualsiasi cosa».
Ora che sei morto mi sei dolce in ogni ricordo. Buono gentile altruista amato suicida — esequie e convenevoli. Ma mi terrà sempre sveglio la notte il dubbio, Gabriele, il dubbio di averti ucciso io con queste mani.

1 Reply to “Diletto, dolcissimo, defunto“

  1. leggoo molti racconti e questo l’ho trovato particolarmente intenso e scritto davvero bene. Le parole non scivolano via, si appiccicano addosso. complimenti all’ autore

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