Una terrazza sulla città e sul mondo. Così il rettore dell’università aveva descritto il cortile dove si era tenuta l’inaugurazione della nuova sede di Lettere, affacciato su un conglomerato urbano che di notte, per i più poetici, sembrava un cielo fitto di stelle, per tutti gli altri era più un alveare di api ansiose e asmatiche.
Erano passati già due anni da quel giorno. Dan si era laureato e aveva cambiato città, si era iscritto alla Holden, anche se, a chi glielo chiedeva, diceva che stava frequentando un master di editoria. Le scuole di scrittura servono ad avere contatti e lui ne stava facendo. Aveva inoltre scoperto che era l’unico del suo corso a non andare in terapia per affrontare il rapporto con il padre e la madre, tema pervasivo degli elaborati finali. Ne era compiaciuto. La letteratura dei deboli non gli interessava. La grandezza degli autori italiani era sfiorita in questi eredi malaticci e troppo borghesi che leggevano in pubblico le loro pagine superflue e si leccavano vicendevolmente le lacrime alle cene organizzate dagli editori. Scriveva tutti i giorni, tutto il giorno, avendo chiari in testa i suoi riferimenti: Dante, Hemingway, London, Salinger, Emily Dickinson. Scrittori sì, ma in grado di affrontare una guerra.
Era seduto a uno dei tavolini esterni del bar di quella terrazza che lo faceva sentire un turista del passato, il cappotto slacciato e aperto sul petto, i guanti piegati che gli sporgevano lievemente dalla tasca, per una di quelle giornate invernali in cui il cielo è limpidissimo e il sole riesce a scaldare la pelle, come uno spettro d’estate. Le aveva chiesto di incontrarsi dopo pranzo, perché gli era sembrato opportuno che non mangiassero insieme, questa volta.
Di solito lui le scriveva il giorno prima di tornare e la sera passava da lei. Parlavano, cenavano, scopavano, tornavano a parlare fumando una sigaretta sul terrazzo e bevendo una grappa, era il loro rito. Si erano conosciuti all’università, lui si stava per laureare e lei iniziava un dottorato su uno scrittore argentino, Roberto Arlt. Da due anni avevano quel rapporto a distanza e senza promesse. Non aveva mai pensato fosse una relazione, né aveva smesso di frequentare altre ragazze. Anche se con lei stava bene, poteva parlare senza nascondersi, di sé, dei libri che leggeva, dei suoi scritti. Teneva molto al suo parere. Appena finiva di scrivere qualcosa glielo mandava o la chiamava per leggerglielo a voce alta. Lei ascoltava sempre con attenzione ed era accaduto alcune volte che gli desse dei buoni consigli. Nel tempo però qualcosa era cambiato e lui se ne era accorto. L’ultima volta che si erano visti, dopo che avevano spento le sigarette in uno dei due bicchierini vuoti, gli aveva chiesto se volesse fermarsi a dormire. Un giorno poi, per messaggio, gli aveva proposto di andare via qualche giorno insieme.
Non le avrebbe dato spiegazioni, non servivano. Un caffè di arrivederci. Non voleva perderla certo, è difficile raggiungere una simile intimità con qualcuno. Solo allontanarla. Sarebbe stato cortese. Diede un’occhiata al telefono per vedere l’ora. Lo schermo riportava una chiamata senza risposta, di suo padre. L’appuntamento era alle 14 ed erano già passati tre minuti. Strinse un poco le palpebre e si passò la mano destra sulle guance lisce, rasate con cura la mattina stessa. Agli altri tavoli erano seduti studenti vestiti da studenti, jeans e felpa, jeans e maglione oversize, scarpe da ginnastica adidas o nike. Lui aveva smesso al liceo, per indossare i panni dell’uomo che si sentiva di essere. Elegante. Nella voce, nelle parole che sceglieva, nei vestiti. Ma non un cicisbeo, solo uno che ha il coraggio di stare al mondo, già che ci si trova. L’opposto di Marta. La vide comparire dalla porta d’ingresso della facoltà con il suo solito maglione bianco e i capelli cortissimi, magra, gli occhiali dalla montatura spessa, stonata sul suo viso minuto. Non la vide avvicinarsi perché preferì fingere di non essersi accorto di lei. Attese che fosse a pochi passi di distanza per alzarsi e sorriderle. Marta si mosse verso di lui per abbracciarlo ma una smorfia di risposta la costrinse a fermarsi. A Dan venne in mente la parola scialba, come una zia che non si è mai sposata e che ha smesso di sperare di attirare l’attenzione di chicchessia. Marta abbassò la testa e passò le dita della mano sinistra sulla fronte. «È strano vedersi qui, stiamo sempre da me». «Avevo voglia di fare un giro in città, ora che abito via a volte mi manca. Ma non ricordavo che qui non servissero alcolici». Marta abbassò le maniche fino a coprirsi le nocche delle mani ed entrò a ordinare due caffè. «Resti qui per tutte le vacanze, quindi?» chiese, quando fu di ritorno. «Devo vedere, ho un’amica che mi ha invitato a Bologna e magari vado a trovarla». «Un’amica?». Dan distorse la faccia in un ghigno, spostando lo sguardo verso la porta del bar. Bevvero il caffè in silenzio. Ora lui la fissava con un gomito appoggiato sul tavolo, premendo con il pollice il suo labbro inferiore e scorrendolo da parte a parte. Sentì il telefono vibrargli in tasca, ma preferì non rispondere, doveva restare concentrato. Le chiese come procedesse la ricerca e Marta rispose che sarebbe andata due mesi a Buenos Aires in primavera per i suoi studi. Era felice di tornarci. Lo disse guardandosi le dita magre che circondavano la tazzina ormai vuota. «Cerca di non restare tutto il tempo in biblioteca anche lì, magari incontri uno scrittore vivo, in qualche bettola. A proposito». Dan recuperò dalla tasca del cappotto un fascio di fogli arrotolato. «Sto lavorando a un nuovo progetto, questa volta penso di ampio respiro ma per ora ho scritto solo i primi capitoli. È sulla vita di Patrick de Gayardon». «Una biografia?». «Un romanzo, penso. E una scusa per scrivere della voglia di rischiare tutto pur di dare un senso alla propria vita». Glielo porse e Marta sciolse l’elastico che stringeva i fogli per dare un’occhiata alla prima pagina. «Poi mi dirai che ne pensi, se ti va». «Io le prossime sere ci sono, basta che mi scrivi quando vuoi passare». Lo sguardo di Dan cadde sulle sue scarpe, delle gazelle lise, il ghigno gli riprese la faccia. Marta si alzò dalla sedia che strisciò sull’asfalto. «Devo andare». «Di già?» «Ho una scadenza per oggi. Per i caffè non preoccuparti, li ho pagati». Gli si avvicinò e, questa volta senza curarsi della sua reazione, si aggrappò a lui stringendolo e infilandogli per qualche secondo le dita tra i capelli. Si dissero «a presto» negandolo con gli occhi.
Dan uscì dall’università. La città allestita per il Natale sembrava la scenografia di una commedia per famiglie. Non riusciva a smettere di sorridere. Sarebbe tornato a casa e avrebbe acceso il computer, quel giorno aveva già perso fin troppo tempo. Poi il telefono, di nuovo. Rispose nervoso, quando tornava a casa era felice ma si sentiva controllato, costretto a recitare una parte, quella del figlio, che non sentiva più sua. «Papà sto arrivando, che c’è?» «Dan sono arrivato ora in ospedale, tua madre è stata male dopo pranzo, è svenuta e l’hanno portata via con l’ambulanza. Un infarto. Non me la fanno vedere ancora, dicono che devo aspettare». «Arrivo subito». «Puoi passare a prendere un pigiama, una salvietta e le sue medicine?». «Certo, arrivo».
Si mise a correre, fermandosi a tratti per delle fitte che gli tagliavano il respiro. Prese quello che il padre gli aveva chiesto e aggiunse mutande, calzini di ricambio, il libro che la madre teneva sul comodino e che sapeva stava leggendo e il sacchetto dei biscotti che avevano aperto quella mattina. Non aveva tempo di cercare una borsa, mise tutto alla rinfusa in un sacchetto dell’Esselunga e andò a recuperare l’auto di sua madre che era rimasta nel parcheggio del supermercato, usando le chiavi di scorta che aveva recuperato dal suo cassetto. Si perse per diversi minuti nei corridoi prima di trovare qualcuno a cui chiedere aiuto per raggiungere il reparto. Il padre era seduto in sala d’aspetto, gli disse che l’avevano appena operata, le avevano impiantato due stent. Rimasero seduti per ore, senza quasi parlare. Dan lesse alcuni capitoli del libro di sua madre, L’orologiaio di Everton, di Simenon. Attraversava le parole restandone in superficie, senza capirle mai del tutto. Si alzò solo per prendere un caffè e quando tornò il padre non c’era. Lo vide seguire un infermiere e li raggiunse. Entrarono in uno stanzone in cui erano disposti in parallelo sei letti. Suo padre si guardava attorno smarrito. Dan indicò in fondo. La madre era sveglia, entrambe le braccia attaccate alle flebo. Quando arrivarono accanto al letto sorrise. Aveva gli occhi socchiusi. Chiese se fuori c’era ancora il sole. Dan si guardò attorno in cerca di un comodino o un tavolo dove appoggiare le cose che aveva portato ma nella sala non era presente nessun mobile. Solo quei letti in fila, con i pazienti attaccati alle macchine e gli infermieri che ronzavano loro attorno. Poggiò il sacchetto a terra e recuperò il libro per darglielo. La madre allungò le braccia ma la macchina accanto a lei si mise a suonare uno squillo acuto e intermittente. Un infermiere si avvicinò e disse di non affaticarla. «Come stai?». «È l’holter che suona. Dicono che adesso dipende da me». Dan mise il libro con il resto. Guardò i pazienti negli altri letti, avevano tutti età diverse. Non resse la faccia di suo padre più di un secondo. Sua madre aveva un’espressione serena. «Vedrai, tesoro, non è niente». L’infermiere controllò il battito e l’andamento della somministrazione del farmaco. Chiese alla paziente se avesse bisogno di qualcosa. Gli rispose che doveva fare pipì. Dan si avvicinò al letto, «Vuoi che ti accompagni al bagno?». «Non può alzarsi mi spiace, ci penso io. È meglio che per oggi la lasciate riposare». Rimase immobile sperando che la madre lo pregasse di sfidare l’infermiere e di restare. Ma lei disse solo che non dovevano preoccuparsi, li avrebbe aspettati il giorno dopo. All’imbocco del corridoio però Dan si voltò. Non potendosi muovere, la madre aveva abbassato la testa per seguirli mentre lasciavano lo stanzone della terapia intensiva. Il suo sguardo era un filo scuro, tristissimo. In quel secondo Dan capì che cosa stesse accadendo.
In macchina chiamò Marta. Poche parole. Madre, ospedale, improvviso, posso passare da te? Non parlarono, cenarono in silenzio, scoparono, fumarono sul terrazzo una sigaretta bevendo una grappa. Marta gli sedeva accanto, appoggiata alla ringhiera. Aveva lasciato gli occhiali sul tavolo. Indossava gli orecchini a cerchio d’argento che le aveva regalato il Natale precedente. “Da pirata”, come li aveva chiamati lei. Il suo corpo sottile era avvolto in una coperta. Dan finì il bicchiere chiudendo gli occhi mentre la grappa gli bruciava nel petto. Sentì la sua mano accarezzargli il collo e le dita infilarglisi fra i capelli. Gli venne da piangere, non riuscì a trattenersi. Era la loro ultima notte insieme, e non era riuscito ad abbracciare sua madre. Avrebbe passato le vacanze nella sala d’aspetto dell’ospedale, a cercare invano di descrivere sul foglio bianco lo sguardo che le aveva sorpreso quel giorno e forse la sua scrittura, in futuro, non sarebbe stato altro che quel tentativo.
