Glitch

Nella parete della cucina, la voragine si aprì alle sette antimeridiane in punto. A dispetto dell’accaduto, la colazione non fu interrotta all’istante. Per un brevissimo lasso di tempo tutto si conservò nella purezza imenea delle cose così come non sono. Ciò che si manifestò sul volto di Tommaso, e di sua sorella Xenia, fu soltanto un rapido glitch. Propriamente detto, interferenza cognitiva. Una specie di défaillance nella trasmissione memoriale che ebbe come effetto indesiderato l’amplificazione, su scala trentennale, di quel sentimento di rifiuto provato durante il crollo. Un rifiuto categorico della realtà che Tommaso prova, ora come allora, in questo burrascoso scampolo di dicembre, sulla soglia del primo cimitero industriale della città.

Cosa non si escogita per differire la coscienza dell’inevitabile…? Sebbene le loro teste fossero state costrette a voltarsi dal fragore improvviso, e la cucina si fosse gasata di una caliginosa foschia, la loro mente indugiò in una dolosa distrazione, fintantoché le evidenze non furono così probatorie da non poter essere più ignorate: le bocche, già avviate all’uso, proseguirono a masticare il surrogato di pane e a deglutire il succo d’uranio; i timpani, allo stesso modo, si sforzarono di ignorare l’irritante assestamento dei calcinacci in terra e, cedendo alla consueta tentazione di mistificare la verità – affatto utile in casi del genere –, gli occhi continuarono a immettere nei loro cervelli immagini mistificatorie della parete inalterata. Ovvero, del disastro inespresso. Del mondo negato.

In genere, nessuno tollera d’esser molestato durante le proprie occupazioni mattutine, ma a quei due ragazzini insonnoliti, non sfuggì d’intravedere, tra le maglie di quell’increscioso impiccio, un’opportunità nascosta. Il loro spirito, finora disamorato e, in un certo senso, contrario alla violenta intrusività della sorte, si lasciò galvanizzare da un filo di malizia che, di lontano, trascinava con sé una carrellata di provvidenze alternative. Una serie di promesse che avrebbero potuto deviare il corso del loro consolidato trantran giornaliero. Xenia, che pure su quell’epoca barbarica non mancava mai di elargire, dall’alto dei suoi otto anni, una mitezza fuori dell’ordinario, si lasciò ammaliare dal carattere sovversivo che si cela dietro a ogni catastrofe e pensò che magari, quel giorno, date le eccezionali contingenze domestiche, sarebbe stata dispensata dai compiti ingrati che la quotidianità, non si sa bene perché, riteneva assolutamente necessario venissero portati a termine. Che forse le si sarebbe risparmiato il dovere d’esporsi alle prassi innaturali dell’Istituto o quello di andare con suo fratello a rubare la farina d’amianto dalle fattorie del vicinato, dopo l’orario curriculare. Senza l’onere della pena. Senza affanni. Senza dover stramaledire le fatalità che, in un modo o nell’altro, l’avevano relegata lì, in quell’angolo sbandato di mondo, a mangiare scorie, a vestirsi di stracci, a pregare con tutta l’ampiezza dell’anima che il prossimo miracolo non toccasse proprio a lei.

E perciò, anche quado il loro vecchio, col cappello e la vestaglia di lana addosso, strascicò le pantofole di vinile fino alla sedia, Xenia e Tommaso si astennero da qualsiasi commento e avallarono la sua incuranza circa l’accidente. «Tutti i giorni sono normali», scatarrò il vecchio «tranne il primo e l’ultimo». Poi, preso il telecomando, afferrò un biscotto di grafite e accese la televisione: “Fonti ministeriali affermano che l’incidenza degli ormai noti miracoli è in aumento in tutto l’emisfero boreale.”

Xenia si alzò dal tavolo e andò alla finestrella della cucina, opaca di polvere. Il che non le impedì di scorgere comunque, laggiù, sul piattume cittadino, il profilo austero dell’Istituto, con le sue cimarole fumanti, calligrafiche come guglie di cattedrali su carta, e il resto del comprensorio, più in basso. Una specie di giarrettiera cementizia di casupole e di cascine in cui lei, qualche volta, contravvenendo al regolamento, era riuscita a intrufolarsi nell’enorme meraviglia per il variegato campionario di oggetti che vi aveva scovato: anticaglie da rigatteria, divani sfondati e specchiere, macchinari a lame rotanti, ninnoli dell’altro secolo, statue di Madonne decapitate, strumentazioni ambulatoriali, forcipi, bisturi, pinze e datate riviste politiche. Xenia si rivolse all’interno della cucina e, attraverso la voragine nella parete, notò nell’appartamento attiguo un paio di scarpe da donna accanto a un mobiletto pencolante, con sopra una foto e un mazzo di fiori di plastica. Una corrente d’aria gelida trapelò dall’apertura. Sbatté una porta. Dentro e fuori la finestrella, si sentì schiacciata tra poli negativi e tanto bastò a renderla ancora più diafana del solito.

Tommaso, nel vederla mutare, si fece coraggio e domandò: «Pa’ possiamo…?». «No», rispose lui, aggiungendo: «anzi, Tomma’, ti spiace? I miei piedi…». «Ho dieci anni, ormai». «La disciplina non ha età». E allora il ragazzo, nonostante avesse imparato a non credere in niente se non alle ragioni incontestabili dell’autorità, e pur irritato dall’incombenza, scostò ugualmente la sedia e si inginocchiò sotto al tavolo. «Mi raccomando, con amore, Tomma’» lo ammonì il vecchio. Sfilò al vecchio quei calzini più e più volte rammendati, rinvenendo due piedi antichi, scheletrici relitti di capodoglio stondati dalle fatiche del mare. Tommaso inspirò e prese a leccarli dall’alluce fin sopra la caviglia, passando per le unghie incarnite, per le piante lerce. Usava la lingua per diluirne il sudiciume e, di quando in quando, mentre Xenia compativa la sua umiliazione, sputava per terra le granulose incrostazioni tra quelle dita, ossute come denti. Le gengive abrase da un sapore alcalino di terra bruciata. E quando ebbe finito, cioè dopo che il vecchio, controllandosi alla buona, si ritenne modestamente soddisfatto, Tommaso fu spedito all’abbeveratoio per sciacquarsi dalla lordura, e poi, con sua sorella, dritto in Istituto.


All’Istituto si tenevano in gran considerazione l’età e il peso dei sodali. Ma anche i valori nutrizionali, le philie sessuali, la solerzia di risposta sensoriale ai pericoli e l’inclinazione all’obbedienza, specie in situazioni di collaudo con stringenti e controversi vincoli morali. Tanto che, prima di entrare nelle sale di contenzione, la popolazione degli iscritti veniva sottoposta di routine a una sfilza di controlli cognitivi e accertamenti biometrici, utili a istruire i modelli computazionali per la distribuzione egualitaria dei miracoli. Per strada, mentre il vento spazzava i marciapiedi dalle cartacce, Xenia si sentì sul punto di scomparire e disse: «Tomma’, se muoio, piangi?». «No». «Mi sento che muoio». «Ne dici di cretinate… non puoi, senza autorizzazione».

Non appena varcarono le porte dell’Istituto, Xenia ebbe una fitta acuminata all’utero. I nastri trasportatori, lunghi serpenti di polietilene, li presero di peso e li spostarono da un punto all’altro dell’androne circolare. Li piazzarono sui dock d’accertamento assieme ad altri settantacinque sodali. Tra tutti, oltre a quello del Sondaggio, dell’Ispezione Genitale e della Fedeltà Totale, il test più temuto da Xenia era quello dell’Agoaspirato che, a più riprese, asportava quantità minime di sangue e tessuti dal corpo. Se le altre verifiche, una volta passato il dolore fisico o lo sconcerto psichico – dipendeva dalla qualità dell’indagine – non lasciavano tracce tangibili, l’Agoaspirato, colpendo a mo’ d’insetto con un pungolo di quindici centimetri, manteneva costante il numero di tumefazioni su braccia e gambe, e qualche volta anche in viso. Questo faceva sì che nessun estraneo incrociato in strada, o al mercato automatico, o in uno dei centinaia di checkpoint per l’affidabilità del consumatore, potesse dubitare che lei stesse seguendo il programma di irreggimentazione. Nessuno poteva esimersi dal leggere su quei lividi il marchio dell’ubbidienza in fieri, sentendosi perciò autorizzato a nutrire il legittimo sospetto dell’innata disonestà del portatore. La pubblica vergogna instillata da quei segni violacei, alla luce del giudizio indagatore degli altri, la faceva sentire indifesa. Nuda come un animale.

Dacché superava la linea di demarcazione luminosa tra l’androne circolare e la zona operativa dell’Istituto, Tommaso veniva pervaso invece da un senso di smisurata fiducia e il suo assetto neurale formulava le condizioni per credere, proverbialmente, al migliore dei mondi possibili. Nella pancia dell’Istituto infatti, come ogni mattina, si spalancava quel grande, immenso cielo striato di bianco e color sodalite, silicato d’alluminio e sodio, col sole alto e non visto, puntellato di cardellini in stop motion e cormorani che, da qualche parte, nello scrosciare stereofonico, e non udito, del fiume, si tuffavano a capofitto nell’acqua corrente. In quella fase distensiva, gli iscritti venivano istradati nelle celle di contenzione, giganteschi contenitori trasparenti in vetro o plexiglass dove ci si poteva dedicare liberamente alla progressiva costruzione di un atteggiamento, di un personaggio e, addirittura, di una vita intera che fossero quanto più possibile adeguati alle proprie conclamate attitudini. Ciascuno lì dentro svolgeva le mansioni, manuali o intellettuali, più consone alla sua natura, e queste abbracciavano ampi spettri d’impiego. Dalla totale nullafacenza alla più dura dedizione, circonfusa nelle produzioni artistiche, nelle espressioni della scienza medica, della finanza e dell’ingegneria.

Se pure quel giorno Xenia non morì, i suoi nervi subirono cedimenti strutturali e irreversibili. Il che attirò in un baleno l’attenzione poliziesca dei Controllori. Non appena indossò l’uniforme grigia e si sedette al banco di lavoro inondato da una marea di viti e bulloni, che doveva separare e catalogare per grandezza e stato d’usura, la crisi iniziò a divorarla dall’interno con effetto immediato. Anche per via di queste debolezze, aveva i voti più bassi di tutto l’Istituto. E se a Tommaso, che non aveva mai dimostrato propensioni particolari per alcunché, e che per questo motivo veniva considerato all’unanimità il miglior sodale dell’anno in corso, era stata assegnata la sala di contenzione Marittima – dove non doveva far altro che stendersi sulla spiaggia sintetica, guardare il mare in uno schermo e sorridere quando il fotografo ufficiale lo immortalava –, a Xenia era toccato uno tra gli uffici rieducativi più duri e sfibranti dell’offerta formativa, che aveva l’unico scopo d’appiattire le asperità in germe della sua indole. D’annichilirla nella volontà.

Quando la crisi raggiunse livelli insostenibili, Xenia raccolse le energie residue per alzarsi dal banco e, approfittando del punto cieco nella ronda dei Controllori, lasciare la sua camera di contenzione, tremante, il fiato corto, la paura della reprimenda. Giunta sulla spiaggia di Tommaso, seminando scalpore in lui e negli altri sodali della stessa classe, fece a tempo a dire: «Tomma’…», e lui: «Che fai… mi rovini la media». Xenia svenne nelle sabbia, accanto alle infradito del fratello. Tommaso allora, in pieno panico, fece finta di asciugarsi col telo e, sotto lo sguardo di sadica soddisfazione dei compagni (dunque il migliore ha un problema, pensavano, finalmente riusciremo a tirare giù il dio dalla croce!), prese sua sorella sulle spalle. Senza sapere bene né dove andare né cosa fare, si mise a correre. Appena prima di lasciare la pancia dell’Istituto, levò lo sguardo sull’altoforno che, incendiario, torreggiava sulla zona della attività, come monito alle contravvenzioni del codice. Quell’anno erano già stati cremati trentasette intemperanti. Per quanto, in un primo momento, avesse pensato di abbandonarla al suo destino, se c’era una speranza di salvezza per sua sorella, denigrata da un negativo e plebiscitario giudizio, era portarla via, alla svelta. Farla sparire per un po’, forse per sempre. Lui – non era detto – se la sarebbe potuta cavare con una tirata d’orecchi, ma Xenia, recidiva com’era, coi suoi voti ridicoli… Tommaso, gravato da quel fardello, si infilò in un dedalo di corridoi di servizio e condotti d’areazione, mentre i Controllori, dato l’allarme e sguinzagliati i cani, gli stettero addosso. L’aria mancava. I cunicoli, sempre più stretti, osteggiavano la fuga. Dietro l’ultima delle porte, si nascondeva un cielo di piombo, e leggera cadeva la neve. A contatto con l’aria fredda, quando Tommaso la posò per rifiatare, Xenia rinvenne: «Scusami, Tomma’». «Debole, maledetta… che m’hai fatto fare?! T’ammazzeranno nell’altoforno, lo vuoi capire…!».
Xenia girò gli occhi. Le sirene in lontananza. I latrati dei cani, più vicini.
Tommaso se la ricaricò in spalla, e corse a perdifiato per i campi incolti, tetri e pieni di nebbia.
Al mondo, esisteva un solo luogo dove nascondere sua sorella.


Xenia conosceva l’urgenza devastatrice dei miracoli. Quando sentì la parete dell’ingresso crollare, nemmeno provò ad alzarsi dal divano. Lasciò correre come il resto della sua vita, corso tra omissioni e abiure, ch’era stato una celebrazione trentennale del diniego, in cui tutte le sue età avevano dovuto accettare il deprezzamento e il compromesso e che, una volta liquidate, s’erano adattate al recipiente dell’indolenza imposta.

Adesso, protetta dalla penombra del tardo pomeriggio, schifata di sé stessa e della sua vigliaccheria, Xenia decise ancora di percorrere la strada della prudenza. Di tenersi alla larga dalla voragine nel muro, per non rimanere invischiata nei gorghi energetici sopravanzati all’accaduto o per non ammettere che in fondo il miracolo era tutto ciò che aveva da sempre desiderato.

Nell’appartamento, c’era odore di naftalina e spezie orientali. Sul tavolino di fronte a lei, un set di coltelli da carne, derivazioni di un elettrocardiogramma scollegato dalla macchina, aghi di siringa, pillole e un paio di orecchini d’argento.

Il ragazzino giunse davanti a quegli oggetti che era già sera. Vedendolo arrivare con sua sorella in spalla, Xenia pensò che la loro straordinaria presenza non chiedeva un armistizio col passato, ma che, al contrario, reclamava per lei la massima pena. Perché proprio stasera, questo magnifico e triste dono?, pensò Xenia raccogliendo le lunghe gambe sul divano e proteggendosi il ventre con le braccia.

Trafelato, il ragazzo abbandonò sulla poltrona il corpo esanime della sorella, ormai sbiadito e quasi senza peso. Una sorta di memoria olografica discontinua e frammentaria, la cui trasmissione era tormentata dai glitch che degradavano il segnale e, un minuto dopo l’altro, minacciavano un interrupt definitivo. È disumano, si disse Xenia, lo sforzo che ci vuole per accettare le cose così come sono.

Profondamente turbata dalla visita, Xenia si sentì giudicata dal silenzio del ragazzo, dal suo sguardo acceso di rimprovero che le imponeva di risolversi, in breve tempo, in un modo o nell’altro. Lei si alzò, gli diede una carezza mentre, seduto per terra, lui riprendeva fiato e sua sorella, progressivamente, si spegneva sulla poltrona, lasciandosi dietro un alone biancastro appena percettibile. E quando la bambina scomparve del tutto, Xenia ne ebbe abbastanza di recriminare sul suo conformismo, di avere un’anima così grande e inutile da non essere in grado di contenerla con la dovuta grazia. Indossò gli orecchini d’argento, aprì la portafinestra del balcone consapevole che, quella, sarebbe stata l’ultima volta che attraversava una voragine. Fuori, inspirò l’aria fredda. Scavalcò la ringhiera. In caduta, finalmente libera.


Tommaso, nel cimitero industriale, si gratta la barba ispida davanti alla bara parzialmente inumata. Sono ore che, sotto la pioggia, attende che accada qualcosa di innovativo, e di giusto, e di consolatorio. Che sua sorella Xenia si decida a bussare contro il coperchio e che i pochi pugni di terra sparsi sul feretro si mettano a tremare, reclamando vita. «Mi devo muovere, che devo finire il turno» dice il becchino iniziando a spalare. Tommaso stacca il cordiglio che collega la sua nuca alla lapide di marmo. Conclude che è troppo tardi per credere nei miracoli.

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