Metempsicosi

Allaccio le scarpe e infilo gli auricolari. Metto nel marsupio il cellulare, le chiavi. Un rumore proviene dal piano di sopra. Guardo per un attimo le scale, nella penombra della sera. Sono illuminate da due faretti su sei. Gli altri si sono bruciati da. Non ne ho idea. Saranno passati dei mesi mi sa. Una cosa tra le tante, certo prima o poi da sistemare. Provo a scorgere qualche movimento di sopra ma non c’è niente – spengo quella luce inutile, apro la porta e la chiudo e sono sul viale. Qualche macchina passa, sempre di più a dire il vero. Anche l’aria da tempo è cambiata.
Marta vorrebbe che ci trasferissimo a Modena. Più vicino a dove lavoriamo. Più vicino al fluire di persone, treni e via – alle cose che accadono. Dice che l’aria pulita è l’unica cosa che le piace in appennino, ma se comincia a fare schifo pure l’aria non ha senso restare.

Attacco il bluetooth, collego gli auricolari e faccio partire la musica. Accelero il passo, prendo a salire verso via Dante. Attorno a me il condominio sopra il distributore di benzina, le case basse, i pochi passanti, sono ammorbiditi dalla lieve miopia. Non porto gli occhiali. Quando vado a correre rinuncio a vedere bene. Via Dante poi è questa, la stessa, pare sedimentata in una storia immutevole e così il paese. Anche quando cambia non cambia.
Passa una macchina nuova di zecca all’altezza delle scuole elementari, rallenta. Un uomo sporge dal finestrino.
«Con quelle braghine, che gnoccona che sei».
Dice qualcos’altro che non riesco a capire bene. Si morde una mano, ride forte e suona il clacson. Provo a metterlo a fuoco. Di certo lo conosco ma non riesco a metterlo a fuoco. La sua voce e il clacson si mischiano a un pezzo di Mingus.
«Ciao, fagiano», dico, rido anch’io sardonico e mi sbraccio per salutarlo. Lo seguo con lo sguardo rientrare dal finestrino, andare, fino a che non svanisce giù da via Dante. Provo a pensare chi era. Non mi viene. Uno strano senso d’angoscia mi prende a non ricordare il suo nome.

Attraverso il piazzale del Consorzio, inizio l’ultima salita per arrivare a monte Bagnolo. Alzo il volume della musica e lo sguardo sugli abeti. Il controluce della sera s’insinua tra le fronde. Nella maglia abbagliante di luce gli ultimi fuochi d’agosto vanno a morire. Mi riscaldo con qualche skip, un po’ di calciata dietro. A pochi metri da me, in un piccolo parco giochi, c’è una famiglia con madre, padre e una bambina. I genitori sono di spalle, cercano di fotografare il paesaggio e stanno sulla costa del monte – una collina a dire il vero – in mezzo a delle frasche, aggrappati a una ringhiera come due ruggini. La bambina avrà meno di dieci anni, va avanti e indietro su un dondolo a forma di coccinella. Poco più in là di dove sta giocando, proprio a fianco della strada in terra battuta, c’è un casotto di legno, due metri per due, con una finestra senza vetro e un ingresso a cui manca la porta.

Comincio a correre. Passo a fianco del casotto. Guardo dentro e vedo il corpo supino di una ragazza, gettata sulle assi del pavimento. I suoi seni nudi ondeggiano. Di fronte a lei – in ginocchio tra le sue gambe – va a scatti un ragazzo magro magro; si agita come la lancetta dei secondi di un orologio guasto, incantato in un istante. Il suo bacino muove al pari dello squittire di un topo, con il sesso coperto dall’ammasso di vestiti tirati giù alla meglio per entrambi. Due. Tre. Quattro colpi al corpo della ragazza nel poco tempo in cui supero il casotto, senza porta e praticamente allo scoperto, con la piccola a giocare vicina.
Poco più di bambini anche loro. Avranno al massimo quindici anni. Sui volti hanno i tratti alterati di un piacere che è nulla.

Ora nelle cuffie suona il pianoforte di Keith Jarrett. La strada davanti è un’ombra, il terreno pieno di avvallamenti e pesante quanto il fiato da spezzare. Lungo il percorso incontro cataste di legna. Fino a ieri la pineta era chiusa per lavori di riqualificazione – o almeno così li hanno chiamati. In cima a monte Bagnolo, il monumento ai caduti è visibile per via dello spaio d’alberi che hanno fatto. Di giorno ogni tanto gli operai, ma la sera non un’anima e forse per questo sono venuti. Fino a ieri era un posto appartato.
Corro e incrocio altri che corrono, camminano, ma non ci faccio caso. Ascolto la musica e penso soltanto a quei due corpi giovani, seminudi e impazienti, che un tempo anche io e Marta siamo stati.

Quattro chilometri all’incirca. Un moto alla tonda che è sempre lo stesso, identico, solo più indolenzito a ogni giro. Fermo musica e gambe, tergo la fronte madida di sudore e faccio un po’ di stretching nei pressi di una panchina. L’ombra avvallata della sera si allunga anch’essa nell’assenza di cielo e di alberi abbattuti come le cose per cui rimanere. Penso che gli uomini che conoscevo sono diventati afflati – non so quando è successo ma è successo: hanno preso la consistenza del fiato che lascio uscire da me, cercando di toccarmi la punta di un piede. Espirano dentro macchine nuove di zecca, o altrove è indifferente; sono un continuo espirare di carne muscoli nervi epidermide. Una reticenza negli anni. Meno tempo passato assieme, e così via. La colpa è anche di questa corsa ridicola: da quando il movimento salutare ha sostituito il bancone del bar. Era sempre un giro, un girare in tondo anche con i bicchieri. Il poco di differenza che passa tra alzare un gomito o il culo.

Vedo la famiglia di prima. Mi vengono incontro e siamo ormai soltanto noi per la pineta: gli altri a correre e camminare andati intorno al terzo giro, i ragazzi andati ancor prima – appena dopo essere venuti, penso, e subito mi vergogno di questo becero pensare. Madre e padre tengono per mano la bambina, la fanno volare per la «‘Sera», dico.
«Buonasera», fa il padre.
La madre non dice niente, trascina un sorriso a terra con imbarazzo. In lei sento il riverbero dei gemiti che non ho potuto ascoltare, soverchiati dal contrabbasso di Mingus.
«Papà, cosa sono quelle?», fa la bambina. Si sfila dalle mani dei genitori, guarda qualcosa sopra di me, sul declivio. Indica dei frutti giallo-arancio e rossi aggrappati ai rami di un arbusto.
«Quelle? sono bacche», fa il padre.
«Bacche di che?»
«Questo non lo so».
Prova con la madre, ma nemmeno lei sa dirle di cosa si tratti. Smette di camminare, rimane immobile a guardare l’unico arbusto nello spaio d’alberi.
«È un biancospino», dico io, non so bene perché, forse intenerito dalla curiosità della piccola. «Sono le bacche di un biancospino».
«Si possono mangiare?»
«Certo».
«E che sapore hanno?»
Ritiro la gamba da sopra lo schienale della panchina, la riporto a terra. Mi sporgo verso il declivio, allungo il braccio per cogliere alcune bacche da dare alla bambina. Alle mie spalle sento il padre spazientirsi.
«Lascia stare il signore», dice. Prende per il braccio la figlia, la strattona e la trascina via, la madre al seguito, silenziosa, tra la legna e il paesaggio divelto vanno sempre più miopi. Li guardo andare per un attimo, getto in terra le bacche raccolte. Mi dico che sono musica da dimenticare.

Scendo verso il paese. Rincaso e corro ancora, passando per il centro. Davanti al bar di Kappa vedo parcheggiata la macchina nuova. L’uomo fuori fuoco è a un tavolino, in una compagnia dove ci sono Turdèl e la Rosga. Stanno facendo aperitivo. Mi fermo per salutarli.
«Veh chi si rivede», fa Turdèl.
«Il redivivo», fa la Rosga.
«Che sei diventato in cò? un Mennea dei poveri?»
Chiedono se bevo qualcosa, insistono, sbattono ipotetiche ali al vento po po po po po far mìa il pollastro bevi un quel assieme agli amici è tanto che non ci si vede.
«Va bene, una cosa veloce però», dico.
«Ecco, bravo. Ora sì che ti riconosco», fa Turdèl. Mi ordina un Negroni. L’uomo fuori fuoco batte sulla spalla e sfotte che puzzo da far schifo.
«Tutti a stare in forma, correre, che tempi del cazzo», dice, «che poi, dove c’avete d’arrivare?»
Lo guardo a lungo, provo lo stesso disagio che avevo a scoprire i ragazzi nel casotto. Penso che la loro impazienza era l’impazienza del padre, la mia curiosità identica a quella della bambina. Il corpo del ragazzo andava e tornava e in questo rimaneva come un ciclo di stagioni. Il corpo della ragazza invece era il biancospino, lungo quel ciclo – i suoi seni nudi, con i capezzoli arrossati come le bacche di fine agosto; la pelle dello stesso bianco dei fiori di maggio.
«Manca la madre, devi essere tu», dico all’uomo fuori fuoco, «ecco chi sei».
«Cosa?», fa lui.
«‘Na sorta di metempsicosi. Sai che cos’è, la metempsicosi?».
Sogghigno. Lui mi guarda come di fronte a un pazzo, ride e non capisce: l’incoscienza di una macchina che è l’unica novità. Ride. Ride. Ride di me. Ride. Ride più forte.

Il viale è un deserto d’asfalto. Le montagne poco più di un velo bianco nel crepuscolo, abbacinanti nell’ultima luce del giorno. Trascino tre Negroni fino a casa – molli il colpo per uno e sono minimo tre, cosa vuoi, n’altro, via, dai su che è ancora presto ti far di problemi era tanto che noi – dissimulo equilibrio pure se c’è nessuno a osservarmi, prendo le chiavi dal marsupio e fatico a infilare la serratura. Ma poi riesco. In qualche modo si riesce. Levo le scarpe: è la regola. Levo anche la maglietta pregna di sudore e di bere sversato. L’annuso. Odora di qualcosa che si è perso.
Getto la maglietta nella cesta dei panni sporchi. Raccolgo gli occhiali da sopra un comodino. Salgo al piano di sopra, vado verso i cassetti della credenza in cucina. Dei passi stanchi mi arrivano alle spalle, accompagnati dalla stanca voce di Marta.
«Cosa cerchi?», chiede.
«I faretti per la scala, sono sicuro di averne da qualche parte».
Si avvicina, sento che sta per accarezzarmi i capelli ma si ferma.
«Non è il caso che prima ti fai una doccia?»
«Adesso vado, dammi due secondi. Voglio prima fare qui sennò poi mi scordo per altri settecentocinquantamila anni».
La guardo e con gli occhiali è diverso e lo stesso, sorrido, ma anche lei non può capire. Apre il frigorifero, afferra una bottiglia di bianco. Versa in un bicchiere che era già sul tavolo, vicino al vaso con un’orchidea patita e il laptop. Nel lavabo ci sono i piatti lasciati dal pranzo, con le posate, la pentola e la padella sporche. Un senso di sfinimento mi prende all’idea di dover sistemare. E non è la fatica, non è la fatica.
Fischietto la canzone del Banco del Mutuo Soccorso intanto che cerco. Afono, canticchio alcuni versi. Marta sblocca il laptop, parla, non si muove dal tavolo ma la sua voce s’allontana come tutto è distante, miope – occhiali o meno – in un crepuscolo di stanchezze.
«Qui c’è un bilocale che fa al caso nostro».
«…ti danza il seno, mentre corri…»
«È su via Giardini, l’affitto è poco più di quanto paghiamo qui».
«…corpo stesooo… sto qui a vederti…»
«Assurdo che a Castelnovo si paghi così tanto per non avere nulla in cambio».
«…possederti io non posso… io non posso…».
«Si potrebbe andarlo a vedere all’inizio della prossima settimana. Cosa ne pensi?».
Trovo i faretti in fondo a un cassetto. Prendo anche un cacciavite. Scendo la scala, stacco la corrente dal differenziale. Il vano non è molto alto e riesco ad arrivare al soffitto senza problemi. Levo il primo faretto dall’incasso, svito e lo faccio venire via dalla morsettiera. Lo sostituisco con quello nuovo. Mi sposto tre gradini sopra, vado avanti nel lavoro e fischietto e non ho voglia di altro.
Marta compare mentre sto avvitando l’ultimo che manca.
«Allora? mi vuoi rispondere?».
Non dico niente. Appoggio la mano che regge il cacciavite sul petto nudo, gelido di sudore rappreso – in un caldo agghiacciante.
«E smettila con questi cosi», dice.
«Ho finito», faccio io.
«È un lavoro inutile da fare, proprio adesso che ce ne andiamo».
«Questo era l’ultimo».
«Perché presto ce ne andiamo, vero?»

Scendo, riattacco la corrente e arriva una botta soverchiante di luce. Rimango in silenzio. Marta continua a chiedere se ce ne andiamo, quando ce ne andiamo. Domani sarà la fabbrica. Ancora. Alzo gli occhi a guardarla e invece di trovare lei rivedo il velo bianco delle montagne. Marta non c’è più, la sua voce non c’è. Ogni cosa è diventata di luce. Penso al frutto di due corpi, l’amplesso di angoscia e desiderio che lo genera e condanna. Ogni cosa esiste in questa luce.

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