Cosa c’è di peggio dell’essere compiuti?
Henri Michaux.
Ho incontrato il mio Dio a età avanzata, come è giusto e dovrebbe essere per tutti. Non mi fece impressione, eppure non aveva occhi, aveva la pelle come attaccata al teschio, mentre parlava lo fissai in bocca e non aveva denti né lingua. Teneva in mano uno specchio a manico, bianco, nessun dettaglio decorativo, e tenendomelo di fronte mi diceva chi ero.
Pensiamo di dover passare una vita a capire chi siamo, e invece no. Arriva per tutti il momento in cui si incontra il proprio Dio, e così capiamo noi stessi. Sapere chi siamo è la cosa più utile che ci possa capitare: ci predispone perfettamente alla fine; ci mette in condizioni di non dover recitare troppo, di non dover piacere a nessuno. Gli antichi la chiamavano saggezza, e invece è solo un banale momento mistico non trascendente, perché rivolto solo a noi, al nostro ego, tale da renderci inutili o perniciosi alla comunità. Il mio stesso Dio mi disse di non affannarmi per gli altri, perché la cosa non avrebbe mutato di nulla il mio destino.
Dal giorno dopo vissi chiuso in una stanza. Il mio cane, un meticcio di bassa statura dalla faccia da pit, usciva a procurare cibo a entrambi, mi faceva calore, mi chiamava per nome.
E invece gli altri, i giovani, entravano e uscivano con arroganza, mi chiedevano cose, spesso agivano su mio consiglio, eppure non conoscevano il mio nome. Se gli andava bene tornavano a chiedere, se gli andava male tornavano per darmi la colpa di tutto. Nell’un caso e nell’altro, scaricavano su di me ogni responsabilità. E così io ingrassai.
Per non farla lunga, divenni così grosso da riempire tutta la stanza, i giovani non vennero più, il mio cane mi vide morire. Restò l’unico a chiamarmi per nome, quando lo lasciai lì, libero da me.
Piangeva come un cane, spingendo le zampe sulla mia carne — voleva farmi tornare. Io però non sentivo niente, lo guardavo da un posto scuro, stretto, con qualche candela, solo. Non pesavo più di niente.
Ho incontrato il suo Dio mentre me ne stavo tranquillamente morto nella mia nuova stanza. Aveva capelli lunghi scuri, viso di donna giovane sorridente a denti bianchi, occhi che guardavano in basso, movimenti minimi, economici. Non era come il mio Dio, questo Dio era troppo giovane.
“Mio caro, mi hanno detto di venire da te” mi disse.
Io risposi che ormai ero morto e certe cose non le facevo più. Ma quel Dio grazioso non ascoltava, indicava.
“Lì c’è la mia Anima che è giovane come me ma già ha vissuto troppe cose e allora già devo incontrarla e tu lo sai come va a finire.”
“Non puoi aspettare? Già devi fargli vivere quest’ultima disgrazia?”
Questo Dio ingenuo mi guardava con la faccia di chi si sforza di capire.
“Perché farle perdere ancora tempo lì, quando già ha fatto le esperienze che segnano?”
“Perché quel tempo che per voi conta zero per loro conta tutto. Dopo moriranno di ricordi per sempre.”
Iniziavo a scaldarmi, quell’Anima una volta era entrata nella mia stanza e mi aveva raccontato la sua storia e mi aveva chiesto di aiutarla. In quel caso sapevo di non esserle per niente di aiuto e allora mi inventai una parabola per farle capire qualcosa che potesse esserle meravigliosamente inutile.
Parabola del buon manipolatore.
Un giorno una donna venne da me e mi disse che io sapevo dire alle persone cosa fare e queste persone facevano quello che dicevo dimenticando sé stesse.
“Voglio dimenticare me stessa anch’io, fare qualcosa di grande senza averlo deciso, sperimentare l’assenza di volontà.”
“E perché?” le chiesi per niente stupito.
“Perché ho una certa età, tutto quello che ho fatto l’ho deciso io, sono stanca di incolpare me stessa.”
Io fissai quella donna e non ebbi alcun dubbio che avesse urgente bisogno di quanto mi chiedeva, non ero solito tirarmi indietro a certe cose oltremodo discutibili, anzi erano proprio le richieste che preferivo. Sicché dissi alla donna che di lì a dieci minuti si sarebbe presentato nel sentiero un vecchio claudicante in bastone, e che lei doveva fargli uno sgambetto, farlo cadere e farlo crepare a suon di calci. La donna sorrise, aveva gli occhi lucidi, e con esattezza eseguì.
Morto il vecchio la donna mi disse:
“Io ho ucciso ma non ho ucciso io, sono solo stata il tuo strumento. Di questa morte non ho alcuna colpa.”
E io risposi alla donna:
“È vero, ne ho sentite tante parlare come te e di fatto esse vivono innocenti, dando la colpa a me o a altri. Tu vivrai allo stesso modo, per una volta hai compiuto una azione non per tua volontà. Nessuno in questo mondo è chiamato a rispondere della differenza tra ciò che vuole credere e ciò che vuole fare. Alcuni sono ciò che credono di essere, altri ciò che fanno. Va da sé che la felicità sorride ai primi. Sei felice, ora.”
La donna mi guardava illuminata, di fatto era finalmente felice, sotto di lei carne vecchia e sangue avrebbero lasciato una macchia destinata a sparire.
L’Anima mi ascoltò in silenzio, la sua espressione passò dal candore all’orrore e poi alla rabbia. Mi disse che s’era sbagliata, che era venuta da me con fede e se ne andava disillusa, che io conoscevo troppo bene il Male per poter aiutare quei giovani che mi chiedevano consigli.
Io le risposi che in parte aveva capito, solo nella parte del Male, ma che non la biasimavo perché alla sua età non sarebbe giusto capire tutto.
Se ne andò arrabbiata.
E ora che la vedo da qui, quell’Anima è ancora arrabbiata.
“Non è il caso che quell’Anima riviva ciclicamente il dolore, alla sua età può solo sentirlo e esasperarsi, e invece se le parlo e la metto allo specchio può trovare pace.”
Quel Dio era troppo giovane, proprio non capiva il punto.
Il punto è che le giornate finiscono, viene la notte, e si sogna. Questi Dèi non conoscono la notte, è evidente: non hanno mai sognato. L’Anima per una qualche ragione mi stava a cuore. Mi venne un’idea.
“Caro buon Dio, ti propongo una scommessa.”
“Ti ascolto.”
“Fammi tornare lì, dammi sei giorni, e quell’Anima tornerà a vivere per il futuro, non più per il passato.”
“Non mi costa niente darti sei giorni” rispose il Dio, “ma se perdi cosa ne guadagno?”
Ci pensai un po’, non era facile trovare una penitenza degna di un Dio, ma mi riuscì di proporre qualcosa.
“Se non riesco, puoi fare anche di me un Dio. Dimenticherò tutto, sarò costretto a pensare esclusivamente agli altri, porterò sempre quel pesantissimo specchio.”
Ovvio che il giovane Dio accettò, e io mi ritrovai nella mia vecchia stanza, al cospetto del mio cane. Ce l’aveva fatta il mio cane, piangendo e spingendo con le zampe mi aveva fatto tornare in vita.
Il giorno dopo, riposatomi parecchio e perso tutto il vecchio peso delle storie dei giovani, uscii dalla stanza insieme al mio cane. Chiesi a lui, animale magico, di guidarmi presso l’Anima che già una volta avevamo incontrato.
La trovammo seduta su una panchina che leggeva un libro di una certa Annie Ernaux. C’era il sole, lei era assorta, il mio cane prese l’iniziativa e cercò le sue coccole.
L’Anima posò il libro e lo accarezzò e entrambi, lei e il cane, godevano di una allegrezza infantile.
Io chiesi scusa per l’interruzione, richiamai il cane, stavo per dire altro quando lei mi interruppe, “Ma tu sei…”, “Sì, sono io”, “E cosa ci fai qui fuori?”, “Ti cercavo”, “È tardi, è tardi”, “Lo so, ma ho fatto una scommessa e quindi ora devo risponderti diversamente da quel giorno, devo aiutarti”.
L’Anima mi guardò malissimo, e aveva anche le sue ragioni, ma il cane le si accostò e mi facilitò la situazione.
“Mi hai raccontato delle tue cose che erano piuttosto brutte, poi tu sei così giovane e ferina e dolce che quelle cose erano ingiuste. Tu non avevi colpe ma dentro te le davi. Io volevo farti capire che è sempre meglio incolpare sé stessi che gli altri. Certo sono stato brutale.”
“Stronzo, sei stato stronzo.”
“Va bene. Però ci ho ripensato e non ho cambiato idea.”
“E che vuoi allora?”
“Voglio dire che noi siamo quello che diciamo e tu mi hai parlato come parlano i colpevoli e quindi per logica sei…”
“Sono cosa? Non ci posso credere…”
“Il trucco sta nel defenestrare il complesso di colpa. Basta seguire un po’ la via del Male, capire cosa significa agire per sé, esercitare la violenza, tutto in modo controllato. Assaggiare una vita da giustamente condannati senza farsi condannare.”
“Tu non sei stronzo, tu sei cattivo come nessuno.”
“Lo so, però una volta capito che giudicarti non ha alcun senso e che è una tortura, ti assicuro che ti sentirai rinascere.”
L’Anima mi mise le mani al collo, io lasciai fare senza oppormi. Doveva aver capito, c’era speranza.
“Ah, già di ritorno? Sono passati solo due giorni.”
In effetti potevo godermi di più quei giorni, ma per il mio scopo dovevo lasciar fare.
“Hai perso la scommessa.”
“No invece, l’ho vinta. L’Anima ora è rinata, guarda al futuro.”
“Sei uno sciocco. Non ti sei accorto di averle parlato come un Dio, un falso Dio, agendo su di lei come un vero Dio? Io non dovrò incontrarla perché lei ha incontrato te al mio posto.”
Digrignavo i denti, odio accorgermi di essere anche stupido.
“E ora?” chiesi, “Che ne sarà di quell’Anima?”
“L’animale magico veglierà su di lei per questi ultimi mesi che le restano. Sarà serenamente infelice. Poi verrà qui e condividerà l’eternità con te.”
“Eh? E perché?”
Non capivo, e volevo capire.
“Non capisci niente. Quell’Anima doveva vivere insieme a te ma né tu né lei siete stati capaci di vedervi, di conoscervi. Non ti toglierò i ricordi, non muterò la tua attuale condizione. Non ci sarà più il tempo a permettervi di allontanarvi, avrete l’eternità per unirvi, e una volta uno, voi due creerete altri infiniti mondi.”
Fu così che capii il Tutto.
Antonio Russo De Vivo © 2025
* L’immagine di copertina è di Valeria Puzzovio (il mondo fuori, 21×29,7 cm, matite su carta).
