L’aperitivo

Sabato sera significa solo una cosa per me e per Viola: l’aperitivo. Si tratta di un rito che abbiamo introdotto nella nostra amicizia dopo aver constatato quanto i trent’anni atrofizzassero le persone.
La consapevolezza non è stata immediata, tutt’altro. È stata Lucrezia a dare il via al processo, quando dopo la sbronza colossale che le ha fatto passare il suo trentesimo compleanno sul cesso, ha scritto sul nostro gruppo Whatsapp “Gossip girls”:
«Basta, da oggi sono in pensione». E non scherzava mica. Dopo una trafila di sventure settimanali che le hanno impedito di vedere il nuovo film di Chris Evans, bersi un Gin Tonic – rigorosamente con il Tanqueray – nel pub a trenta metri dal suo bilocale, mangiarsi un hamburger di Hamerica’s alle 19.30 in punto, abbiamo accettato l’egemonia del letto. Poi, è stata la volta di Martina, record non solo di tisane allo zenzero alle 21.00, bensì anche di “visualizzato” su Whatsapp. Infine, Dalila e Serena, che, dopo essersi sposate e aver comprato rispettivamente una coccarda azzurra e una rosa, hanno chiuso le porte di casa – e della vita – a chiunque non producesse latte dalle tette.
Il fil rouge di questi addii? Il numero trenta sulla torta obbligatoriamente senza cioccolato per evitare di nutrire la cellulite. Così, prima che la maledizione dei trent’anni ci colpisse, io e Viola abbiamo deciso di istituire l’aperitivo, un eufemismo per non dire “serata che inizia con un Martini e uno sputo di olive e patatine – bisogna fare delle scelte consapevoli: o si risparmia sul bere o sul cibo – e finisce con cosa cazzo è stato ieri sera?!”. Inoltre, per rendere il rito un obbligo morale, abbiamo stabilito la regola per cui chi dovesse mancare a un aperitivo offrirebbe la bevuta – anzi, le bevute – la volta successiva. Non sono ammesse eccezioni: né malanni né funerali né qualsiasi causa che trascenda la propria volontà. È un’idea geniale, quella della regola. Data la nostra indole spilorcia, io e Viola siamo disposte a uscire con un blister di Brufen, piuttosto che pagare l’aperitivo all’altra, il che riduce drasticamente le probabilità di un’assenza. Inoltre, io e Viola stiamo allo spendere come un Martini sta allo shaker, e il binomio alcol e farmaci è il mezzo perfetto per una sbronza facile ed economica. Nel caso dei funerali potremmo sembrare poco empatiche, ma viste le nostre uscite è sicuramente più possibile un nostro funerale che quello di altri.

Così, eccomi, eccola, eccoci. Sedute al solito tavolo del solito pub da middle class che serve Martini non da middle class. Oggi siamo a quota venti patatine, quindici arachidi – per giunta da schiacciare – e dieci olive: meno dello scorso aperitivo, ma almeno ci fa piacere che conoscano la tabellina del cinque. Mentre sorseggia il secondo Martini, Viola mi parla dell’ultimo tipo che si è scopata, un personal trainer di sala di cui si è infatuata, e io le dico di stare attenta che molti di quelli lo prendono proprio per quello, l’attestato. Allora lei si innervosisce, mi dice: «Bianca ma tu che cazzo ne vuoi sapere che non ti vedi con nessuno da quando Marco ti ha lasciata», e io ordino due Gin Tonic, uno per me, uno per lei, mentre sto ancora finendo il mio secondo Martini.
Dopo i Gin Tonic scolati a goccia ci guardiamo, esaminando i rispettivi visi. Si tratta di un momento rituale, un intermezzo fra il terzo e il quarto drink che abbiamo stabilito per attestare se siamo abbastanza alticce per parlare di lavoro. Viola ha le guance più rosse, sotto i chili di blush che si mette per sembrare baciata dal sole; le palpebre sono calate leggermente, incorniciando le pupille più liquide e nere del solito; la scriminatura non divide più la cute in due parti simmetriche, segno del passaggio della mano per stemperare l’attesa tra un drink e un altro. Soprattutto, ha il sorriso alla Viola. Un sorriso complice, con gli incisivi che stringono il labbro inferiore, quasi a trattenere l’eccitazione per la vera parte dell’aperitivo che si fa sempre più vicina.
«Quindi come va il lavoro?»
«Una merda, Viola, hanno lasciato a casa Fabrizio, credo che la prossima sarò io. A te?»
«Una merda anche a me, sto campando con i noodles istantanei che mio fratello mi ha portato dal Giappone», dice mentre con la cannuccia fa ballare il ghiaccio nel bicchiere vuoto.
«Forse non dovremmo più ordinare drink».
«Sono d’accordo, dovremmo iniziare con gli shots». La lingua scivola sull’arcata superiore mentre si sporge per intercettare il barista. «Scusi, due shots di Tequila». Mi fa l’occhiolino. «Che c’è? Come se ti stessi obbligando…»

Così, eccomi, eccola, eccoci. Ubriache mentre vacilliamo sui tacchi dopo tre o quattro o forse cinque shots di Tequila, sale e limone. Direzione? Lumen, ovviamente, nonché la discoteca più marcia della città. Quando siamo dentro, Viola mi prende per mano e si fa strada tra la matassa di corpi umidi per raggiungere la pista. Penso menomale che c’è Viola, perché sono talmente ubriaca che mi pare di non esserci mai stata, al Lumen. Balliamo e mi sembra che il corpo mi sfugga, mentre fluttua sotto i bassi che esplodono nelle orecchie. Chiudo gli occhi e penso la vita è proprio bella, quando giace sul fondo di un bicchiere e si destreggia tra corpi che si respirano a vicenda, in una sala buia che sembra crollare da un momento all’altro. Allora vaffanculo Marco e quella puttana ventenne che ti sei scopato il giorno prima del nostro anniversario.

«Bbianca io comunquee ti amoo», biascica Viola mentre un cinquantenne le si struscia sul culo.
«Non è veroo, tu mi ami sciolo durante l’aperitivo», dico mentre sorrido al suo pretendente.
«Ma che cazzzo disci brutta stronza, guarda».
Viola ride mentre mi afferra il mento con una mano e schiude le labbra sulle mie. Sento la lingua insinuarsi nella bocca, decisa mentre cerca la mia. Il mento ora brucia tra le dita. Penso ma che cazzo, poi mi ricordo che sono ubriaca, che è ubriaca, che siamo ubriache, e allora sveglio la lingua e la faccio piroettare con la sua in una danza che non ha passi. Le stringo i fianchi e Viola emette un gemito così pornografico che rimbalza sulle casse e muore sul mio clitoride. 

È Viola a staccarsi, la bocca una tela dipinta dal mio rossetto rosso. Abbozza il sorriso alla Viola, ma questo si scompone quando apre la fessura dei suoi occhi su di me. «Bbianca ma sstai piagnendo?»
Non faccio in tempo a registrare la domanda che il cinquantenne la gira e la bacia come se la volesse mangiare. Ingoio un conato, poi un altro, corro verso la scritta “Think less, drink more”, la mia bussola neon blu, e vomito appena valico l’uscita. «Che schifo cazzo!», urla una ragazza. Alzo gli occhi su di lei, la sigaretta che pende dalle sue labbra, il rivolo di saliva che pende dalle mie, e corro via.
Fortunatamente riesco a scomparire dietro un angolo prima di crollare a terra, il tacco dieci centimetri che si staglia dietro di me come un faro spento. Provo ad alzarmi, ma la testa è un carosello accompagnato dal fischio delle orecchie, così appoggio la schiena al muro e mi lascio cadere fino a quando non tocco l’asfalto. Mi guardo le gambe e vorrei essere il sangue che fluisce dal ginocchio, libero, senza tempo, un po’ come quando io e Viola beviamo e balliamo e ci baciamo per non essere noi.
Allora piango, mentre percorro con il dito la scia scarlatta e mi accorgo di esistere, di puzzare di vomito, di essere sola mentre la mia migliore amica continua a illudersi. Piango in silenzio, per non sentire l’esistenza che scorre sulla pelle senza abbandonarmi, e vorrei chiamare la mia mamma, dirle che la vita è una merda quando viene scritta dal tuo dirigente e si destreggia tra parole che parlano di soldi inesistenti, in un mondo che è crollato quando lui ti ha tradita. Mi immagino raggomitolata nel tepore delle lenzuola, come Lucrezia, persa nei sogni e nell’abbraccio dei miei figli, come Dalila e Serena, e i contorni dei pensieri si fanno sempre più sfumati, fino a sparire quando chiudo gli occhi.

Mi sveglio con la luce del sole che filtra dai palazzi e si stende lungo il mio corpo. Vorrei che sciogliesse il rimmel sulle ciglia, la maschera di cera sulla pelle e i residui di vomito che punteggiano la gonna. Una vibrazione mi segnala la presenza dell’iPhone in borsa: uno a zero per me nella solita partita domenicale contro l’hangxiety. La notifica di Viola mi fissa dal display.
«MA COSA CAZZO È STATO IERI SERA?!»
Visualizzo e non rispondo.

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