Le mani

La prima cosa che vide di lui non erano gli occhi e nemmeno il culo, come faceva la sua migliore amica quando incontrava un uomo per la prima volta. Non sentì neanche la sua voce quando lui le chiese come si chiamava, tanto ero concentrata sulle mani che uscivano dalle maniche della camicia come due tronchetti mozzi con bitorzoli al posto delle falangi. Si chiedeva come faceva a toccare le cose, come faceva a prenderle, come faceva con le donne lì sotto.

All´improvviso il tronchetto di mano sventolò davanti ai suoi occhi per attirare la sua attenzione e ironico lui disse, allora non me lo vuoi proprio dire come ti chiami, e alzò la testa come se parlasse al cielo e disse che a lui piacevano le donne misteriose.

Si chiama Francesca, è solo un po´ timida, vero, rispose in suo soccorso con un tono di scherzoso rimprovero la sua migliore amica che si era messa in testa di farle conoscere più uomini possibili perché non era più il caso che continuasse a pensare al suo ex marito dopo tutto quello che le aveva fatto passare. E poi dal divorzio erano già passati degli anni, la migliore amica non li contava più, ma lei sì: erano passati solo quattro anni e duecentoquarantasette giorni e glielo aveva detto cento volte che era ancora presto, che non se la sentiva di conoscere altri uomini, che non voleva conoscere nemmeno questo tipo e perché non glielo aveva detto prima che aveva le mani monche, come aveva potuto credere che le potesse piacere un tipo così, a cui mancava una delle cose più importanti per lei, le mani, come erano le mani del suo ex, così morbide, se le incremava tutte, e lisce, si depilava, con le unghie ben curate dall´estetista, con sopra lo smalto trasparente per fortificarle, quelle mani bellissime che avevano smesso di toccarla, che preferivano invece toccare altri uomini, come avrebbe potuto sostituirle con quei ciocchi nodosi che le ricordarono Pinocchio e non sapeva nemmeno lei perché.

Se non le erano piaciuti il giocatore di basket, alto due metri, il modello di Armani di venti anni più piccolo di lei, se non le era piaciuto nemmeno il filosofo perché la sua migliore amica ora le stava presentando un uomo così? Pensava e stava zitta, e quando lui non se ne accorgeva i suoi occhi tornavano a quelle pallottole di nodi.

Lui era in mezzo a loro due e camminavano a passo blando. Il caldo era tornato e lei si era vestita troppo, sudava, ma non si poteva togliere la felpa perché sotto aveva solo la canottiera della salute, era uscita così senza reggiseno, senza impegno, di malavoglia. La migliore amica si era tolta la giacca e la teneva sulla spalla con un dito, lui aveva slacciato il bottone ai polsini della camicia e si era alzato le maniche con movimenti delle nocche velocissimi e abili, e si era stupefatta di come fosse riuscito a farlo, come se non gli mancassero le dita, come se muovesse delle dita invisibili. Parlava con la sua migliore amica col volto girato verso di lei, a volte si toccava la fronte o si lisciava i capelli, lo faceva col dorso della mano non mano e le nocche nodose si muovevano come se fossero delle piccole montagne russe. Dopotutto, pensò vergognandosi un po´ di quel pensiero, non dovrebbe essere poi così male essere toccata lì, quell´alternanza di duro e molle, sarebbe potuto essere un dildo perfetto. E come per cacciare via quel pensiero si asciugò il sudore dalla fronte.

Arrivarono alla gelateria del laghetto, un chioschetto bianco e verde con tendine di plastica trasparente che tremolavano appena al minimo venticello. Davanti, invece di una fila ordinata, c’era un piccolo groviglio di persone, tutte strette in un mucchio confuso.

Due bambine grandi si spingevano per conquistare il primo posto. Io voglio tre gusti, gridava la prima, io quattro, ribatteva l’altra, come se fosse una gara a chi ne chiedeva di più. Il signore anziano vicino a loro le calmava dicendo, buone a nonno, fate le brave altrimenti il gelato ve lo scordate. Francesca sorrise senza volerlo.
Quelle finiranno per ordinare tutto il banco, commentò lui.
E poi vomitare dietro il chiosco, aggiunse lei, abbassando la voce. Risero insieme, piano, come due complici.
Speriamo che tutta sta gente ci lasci qualcosa, fa un caldo pazzesco, incredibile, è quasi natale, disse la sua migliore amica, Roma ormai è come Tunisi, commentò distratta, prendendo dalla borsa il telefono.
Dietro di loro, una donna anziana con un cappello di paglia enorme cercava di tenere a bada due nipoti scalmanati: uno saltava giù e su dal bordo del marciapiede, l’altro si arrampicava sulla ringhiera per spiare nei frigoriferi. Lei li chiamava con tono lamentoso e stanco, Gianlu, smettila e tu scendi subito, ma i bambini erano sordi alle sue parole.

Quella sì che è una nonnina coraggiosa, disse lui, io sarei già scappato lasciandoli lì.
Io li avrei venduti al primo passante, aggiunse Francesca, e si accorse che non rideva così da tempo.
C’erano anche due vecchietti che se ne stavano fermi come statue, con le mani dietro la schiena, indifferenti al caos. Non ci sono più le mezze stagioni, diceva uno, eh non ci sono proprio più le stagioni, ribatteva l’altro.
Oddio sono uguali ai miei vicini di casa, solo più vecchi, disse Francesca, insopportabili.
Forse sono proprio loro, travestiti, rispose lui, sorridente.

Un ragazzo con la felpa legata in vita, invece, con strafottenza si fece largo, deciso a passare avanti.
E tu dove credi di andare, cocco? La voce di Francesca era tagliente, lo sguardo di sfida. Il ragazzo la guardò appena, fece spallucce e le voltò le spalle, come se lei fosse aria. Fu allora che lui mosse un passo avanti, si piantò accanto al ragazzo, dritto, con le braccia piegate, i moncherini ben visibili.
Ehi, noi eravamo prima di te, disse con tono calmo, senza alzare la voce.
Il ragazzo si girò di scatto, lo squadrò con disprezzo e sbottò: Fatti gli affari tuoi e non ti azzardare a toccarmi con… con quelle cose che hai al posto delle mani.
Ci fu un breve silenzio, teso. Una delle bambine smise di ridere, la nonna col cappello di paglia rabbrividì, i due vecchietti si voltarono, interrompendo il loro discorso sul tempo. Tutto si fermò, come in attesa.
Francesca sentì il cuore accelerare. La rabbia le salì improvvisa, senza che potesse controllarla. Fece un passo avanti e si piantò tra i due. Chiudi quella boccaccia, disse secca, ma come ti permetti?
Il ragazzo rise, un ghigno vuoto, ma qualcosa nello sguardo fermo di lei lo fece arretrare. Tanto mi è passata la voglia, e facendosi largo tra la piccola folla se ne andò.

Lui, accanto a Francesca, non disse nulla. La guardò soltanto, con un lampo ironico negli occhi. Sai che sei pericolosa, mormorò piano, appena per lei.
Solo quando serve, ribatté Francesca, sentendo il calore montarle alle guance. E per la prima volta, invece di guardargli le mani, si sorprese a guardarlo negli occhi. Erano chiari, di un azzurro che cambiava col riflesso dell’acqua dietro di lui, come se avessero dentro il lago stesso. Le sopracciglia scure li incorniciavano, accentuandone la profondità, e un guizzo ironico faceva da contrappunto alla calma che vi abitava.

Rimasero così, a studiarsi senza dire niente e attorno la caciara della gelateria si era come smorzata: il vociare dei bambini, il rumore della macchina della panna montata, persino il battibecco dei vecchietti sul tempo.

Lei deglutì. Il calore le salì al collo, era bollente, sicuramente avvampata e rossa. Distolse lo sguardo verso il bancone, finendo per fissare a caso la pila di coppette di plastica. Si mosse appena, come se volesse aggiustarsi i capelli, ma in realtà stava solo cercando un alibi per rompere quel filo invisibile che li aveva legati poco prima.

Lui rimase immobile, con un mezzo sorriso sulle labbra, come se avesse capito tutto. Il vociare riprese e si mescolò di nuovo al rumore della macchina della panna montata, ai cucchiaini che tintinnavano nelle coppette e al profumo che usciva dal barattolo delle cialde quando la gelataia lo apriva per prenderne una con le pinzette. Francesca respirò quell’odore, si girò a cercare la sua migliore amica, ma era sparita, dove era andata?

Allora, cosa prendi, le chiese lui.
Un gusto solo.
Solo uno?
Sì. Il limone. È l’unico che non tradisce mai.
Interessante filosofia di vita.
Lei lo guardò di lato come a evitare i suoi bellissimi occhi. E tu?
Tre gusti. Perché nella vita bisogna rischiare.

Francesca rise scuotendo la testa e quando arrivò il loro turno, si accorse che si sentiva meno a disagio.
Ok raga, scusate, ma ora devo proprio andare. La migliore amica, rispuntata fuori da non si sapeva dove, lo annunciò con la solennità di chi aveva ricevuto un ordine dall’alto, ma Francesca sgranò gli occhi. Come sarebbe a dire? Dove vai? E il gelato?
Ho… ehm… un’urgenza. Una chiamata. Una roba.
Una roba?
Sì. L’amica aggrottò la fronte, calcando la voce; si vedeva benissimo che stava fingendo, era una pessima attrice. Una roba molto, molto seria.

Francesca le afferrò il braccio, e lo lasciò lì con i gelati in equilibrio sui moncherini, come candelabri sospesi nell’aria. La tirò di lato, fuori dal groviglio della fila, sotto l’ombra di un platano. Non ci pensare neanche. Tu non mi lasci sola.
Ma scusa, è solo una passeggiata! Non ti mangia mica.
Non è questo il punto.
E allora qual è?

Francesca si morse la lingua, senza avere una risposta. Intanto lui osservava la scena divertito.
Va bene, ho capito, ribatté l’amica, allora facciamo così: mi nascondo dietro a quell’albero. Ma sei scema?
Con un gesto teatrale si portò la mano al cuore. Amica mia, fidati di me: è un uomo simpatico, divertente, ma hai visto che occhi?, lascia perdere le mani, e, detto ciò, si allontanò di corsa e finse di rispondere al telefono. Pronto? Sì, certo, arrivo subito, gridò sparendo dietro dei cespugli.

Francesca rimase immobile. Giuro che l’ammazzo, pensò.
Lui si avvicinò con passi lenti e oculati, i gelati già gocciolavano sui moncherini. Attenzione, pericolo di lava in arrivo, disse, fingendo di scansare ogni goccia come se stesse evitando trappole invisibili. Le sue scarpe erano bianchissime e nuovissime, sicuro non le voleva sporcare.
Camminarono qualche metro in silenzio. Lui riusciva a sorreggere la coppetta di gelato e a tenere il cucchiaino che si portava in bocca. Si chiese quanti anni c´erano voluti per arrivare a quella destrezza e si chiese anche se lei ce l´avrebbe fatta, se le fossero capitate due mani così. Le avrebbe ancora chiamate mani? 

Il sentiero scendeva leggermente verso il lago, l’aria diventava più fresca, e ogni tanto un raggio di sole passava tra i rami.
Lo sai che è buffo, disse lui, improvvisamente.
Cosa?
Che cerchi di guardare ovunque tranne me. Gli alberi, il cielo, le scarpe… tranne me.
Lei si irrigidì. Non è vero.
Ah, no? Allora adesso guardami.
Lei lo fece con riluttanza. Contento?
Molto. E già che ci siamo, vuoi sapere un segreto?
No.
Perfetto, te lo dico lo stesso. Si piegò leggermente verso di lei. A me piacciono le donne che si mettono sulla difensiva. Sono quelle che, quando mollano, ti sorprendono di più.
Lei lo fulminò con lo sguardo, ma non riuscì a trattenere un mezzo sorriso. Sai che sei arrogante?
Lo so, ma funziona.

Finirono i gelati e buttarono le coppette nel cestino vicino alla panchina vuota di fronte al lago. L’acqua era piatta, come vetro, con le colline riflesse dentro. Una coppia di anatre passò lenta e il vento portava l’odore fresco delle canne palustri.
Qui ci venivo da piccolo, disse lui, con mio padre. Si pescava poco e male, ma tornavamo sempre a casa raccontando di mostri enormi scappati all’ultimo secondo, solo per far sorridere mia madre. Lei invece immaginò grossi pesci piranha che gli avevano strappato via le mani.

Camminarono lungo la riva, fianco a fianco. Francesca teneva le mani nascoste dentro la felpa, lui invece lasciava penzolare i suoi moncherini. Si fermò a osservare il riflesso del sole sull’acqua e lei seguì le anatre in volo. Senza aspettarselo, sentì un leggero sfioramento sul braccio. Il contatto durò un istante e poi scomparve. Sai, funzionano anche così.

Lei abbassò gli occhi. Avrebbe voluto ritrarsi, avrebbe voluto urlare all’amica nascosta dietro agli alberi di tornare indietro e salvarla. Ma non lo fece. Lasciò che la sua mano scivolasse dentro la sua, con un gesto incerto ma deciso.
Non c’erano dita da intrecciare, ma c’era calore. C’era fermezza. C’era, soprattutto, la sensazione di non essere più sola.
E mentre camminavano, Francesca pensò che forse, solo per quella passeggiata al lago, la sua migliore amica aveva avuto ragione.

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