Hulk Hogan

Eccolo lì che si agitava dentro il televisore a tubo catodico grigio e nero della Philips di mio padre mentre prendeva a pugni gli altri wrestler, li menava proprio tutti, nessuno escluso, li menava dal primo all’ultimo, ogni tanto fingeva di prenderle un po’, ma poi iniziava a fare no-no con la testa guardando il pubblico, e allora tutti davano fuori di matto urlando «Hogan! Hogan! Hogan!», e allora lui si caricava, pompava i bicipiti e si metteva a girare al centro del ring tipo elettrizzato da una scossa al due e venti, e allora tutto il pubblico giù a gridare ancora più forte – anche io in piedi sul divano giù a gridare più forte con mio padre dal piano di sotto che mi gridava a sua volta di stare zitto –, e allora quell’altro tizio arabo nel ring che sentiva tutti urlare come matti mentre provava a picchiare Hogan intento a fare i suoi no-no con la testa, ormai aveva capito che non c’era più speranza per lui, eppure continuava a fare andare inutilmente le mani contro la schiena di Hogan che faceva no-no con la testa, e poi, appena Hogan recuperava le forze ricaricandosi a dovere grazie a tutti noi che gli gridavamo nelle orecchie – io ancora contro il televisore e mio padre ancora contro di me dal piano di sotto –, ecco che finalmente il nostro pezzo di figo col baffo biondo si alzava in tutti i suoi due metri e centoventicinque chili di lisci, pomposi, drizzacazzomuscoliabbronzati strafottutamente americani, e questa volta i no-no non li faceva più con la testa ma con l’indice, quel suo ditone ben puntato contro l’altro tizio arabo che ormai aveva smesso di menarlo e tentava sconsolato l’ultimo cazzotto nei confronti dell’eroe, colpo che veniva immancabilmente intercettato da Hogan, e allora ecco che l’immortale partiva al contrattacco con dei cartoni micidiali sottolineati dagli «uh!» del pubblico nel momento esatto in cui le nocche del campione si schiantavano sulla zucca vuota di quell’altro, e allora Hogan afferrava quell’altro tutto rintronato, lo lanciava contro le corde e quando gli rimbalzava indietro lo fermava con un calcione al mento, il Big Boot, e tutti giù per terra, cioè, solo quell’altro giù per terra, Hogan no, e allora ecco che con tutta la calma del mondo faceva un po’ lo show, si metteva la mano all’orecchio per sentire quale zona dell’arena urlasse più forte scannerizzando come un radar le grida del pubblico provenienti da ogni lato del quadrato, mentre l’arabo, al posto di rialzarsi e dargli un cazzotto, o rialzarsi e andare via, o rialzarsi e fare qualsiasi altra cosa gli fosse passata per la mente, se ne stava ancora sdraiato al centro del ring ad aspettare i cazzi di Hogan che da lì a poco gli avrebbe schiantato le sue belle chiappotte giallorosse sul collo. E uno. E due. E tre. Suona la campanella. Hogan vince. Parte la canzone. «Ai em e rìal a-mè-ri-chèn, fait for ve rait ov è-vri mèn, ai em e rìal a-mè-ri-chèn, fait for uot rait, faìt for iòur làif!», e poi non so più come continui perché io a quel punto ero così esaltato che stavo cercando il mio cane Baster, l’American Staffordshire Terrier che il mio vecchio mi aveva regalato per la promozione della prima media, un pelosetto tanto caruccio che spupazzavo tutto imitando le mosse del mio beniamino, e allora io, reso un supereroe grazie allo strofinaccio da cucina arrotolato in testa a mo’ di bandana, puntavo il dito verso il cane e gli urlavo addosso con la voce ingrossata, e allora il Baster, che anche lui come quell’altro poveraccio arabo sdraiato in mezzo al ring aveva già capito che era arrivata l’ora del wrestling, zampettava via con la coda bassa, e allora io gli andavo dietro gridando «uòcciù gonna dù? uòcciù gonna dù bràder? uen ve pàuer of àlcamènia, rans! uaild! on! iuuuuu, bràder?», e allora il Baster aumentava il passo, e allora io lo rincorrevo per tutta casa ma quello era più veloce di me e finiva sempre per trovare una portafinestra aperta sul giardino, e allora io, incazzato peggio di Hogan quando faceva no-no con la testa, recuperavo un rastrello, perché se l’arbitro non vedeva tutto era valido e cazzi del Baster se non riusciva a prendere la ciotola del cibo e tirarmela in testa che non gliel’ho mica detto io di nascere senza mani, e allora io, brandendo ‘sto rastrello più alto di me, inseguivo il cane a grandi cerchi in giardino attorno alla casa, e poi lo raggiungevo, e lo prendevo, e gliene davo una marea continuando a gridare «uòcciù gonna dù, Baster? uòòòcciù gònna dù, Baster?», e allora il Baster, che era un cucciolotto e non aveva ancora imparato a ringhiare, emetteva dei gridolini strozzati rintanato dentro la sua cuccia grande quasi come camera mia e io da fuori, tipo Lanzichenecco con la picca, andavo giù dritto per dritto di rastrello contro il Baster, il tutto con l’uccello più duro di una supposta surgelata dimenticata per anni nel congelatore al pensiero di quei capezzoli abbronzati di Hogan che ballavano dentro il televisore della Philips di mio padre, e allora il Bellamoli, il vicino di casa, rideva di brutto affacciato alla finestra e poi chiamava la moglie per dirle che il bambino stava ancora giocando a fare l’Hulk Hogan, e allora ecco che arrivava anche lei di corsa per vedere il piccolo ometto con lo strofinaccio della mamma in testa preso bene a rastrellare il cane urlando «Hogan! Hogan! Hogan!», e allora si fermava anche qualcuno dalla strada a guardare il piccolo ometto che rastrellava il cane, e allora anche mio padre saliva dal piano di sotto e rideva, e allora anche mia madre dalla cucina rideva, e allora tutti ridevano, e allora mi toccava entrare nella cuccia con il Baster, lasciar cadere il rastrello e tirare fuori la supposta dagli slip di Batman, e allora il Baster si calmava perché aveva capito che l’ora del rastrello era finita, e allora io mi piegavo sul cane, chiudevo bene gli occhi e quell’Hulk Hogan era ancora lì davanti a me con i suoi pettorali divini che andavano in su e in giù a ritmo di musica, e allora io facevo tutto in fretta perché si sa mai che il Bellamoli o sua moglie o qualcuno dalla strada capisse cosa stesse facendo nella cuccia quell’ometto tutto carino con il suo cazzo di cane Baster, e allora uscivo veloce dalla cuccia e tutti di fuori erano ancora lì a ridere insieme al piccolo ometto, e allora anche io ridevo con loro, con mio padre, con mia madre, con il Bellamoli e con tutti gli altri, e intanto Hulk Hogan e i suoi capezzoli erano andati via, ma sarebbero ritornati presto e allora, e allora, e allora apriti cielo.

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