Ricordo una novellina popolare scandinava: tre giganti abitano nella Scandinavia lontani uno dall’altro come le grandi montagne. Dopo migliaia d’anni di silenzio, il primo gigante grida agli altri due: «Sento muggire un armento di vacche!» Dopo trecento anni il secondo gigante interviene: «Ho sentito anch’io il mugghio!» e dopo altri 300 anni il terzo gigante intima: «Se continuate a far chiasso così, io me ne vado!»
Antonio Gramsci, I tre giganti.
Facciamo una prova. Dimentichiamo per un attimo tutto ciò che pertiene a un buon racconto scritto; immaginiamo, narriamo, per una volta, liberamente. Diciamo “c’era una volta”, come nelle fiabe.
C’era una volta, in Sardegna, un bambino: chiamiamolo Francesco; una giovane donna, ingegnere di professione, che chiameremo Paola; una guida turistica, dai capelli e dalla barba completamente bianchi, che chiameremo Massimo. Massimo ha poco più di sessant’anni. I primi due sono nati in Sardegna, il terzo no. È forestiero. Ha scelto di vivere laggiù, in Sardegna, perché se ne è innamorato. Come ogni innamorato, è testardo.
I nostri tre protagonisti sono a passeggio, in una bella giornata di fine maggio, con il cielo sereno e l’aria pulita. È quasi il momento del tramonto: a pochi passi c’è una tomba enorme, ciclopica. Gli abitanti dell’isola, da un bel po’ di tempo ormai, le chiamano le tombe dei giganti. Tombe che a vederle ti lasciano senza fiato e ti fanno sentire, in un attimo, l’infinito peso dei secoli che sono alle tue spalle, avvoltolati come un serpente.
I nostri tre personaggi sono davanti all’ingresso della tomba, affascinati dall’oscurità che porta dentro. La donna, Paola, cammina stringendo un paio di bacchette di rame a forma di L e tiene i gomiti stretti ai fianchi. La minima oscillazione delle bacchette risente dei campi elettromagnetici terrestri e, quando si incrociano, vuol dire che siamo in presenza di un nodo di Hartmann. Così dice la donna. Massimo socchiude gli occhi, lascia che sia il vento a portarlo altrove, nelle tracce dei luoghi lontani che la polvere reca con sé. Ha un’espressione di gioia calma, le rughe formano piccole grinze ai lati degli occhi. Francesco, il bambino, è nascosto dietro la grande esedra dalla tomba. Dove ti sei cacciato, piccola peste? Eppure un attimo fa eri qui.
È un gioco, si rincorrono, Paola quasi lo acciuffa, lo perde, il bambino è sul dorso della tomba che ora pare un drago addormentato. Massimo è seduto con le gambe incrociate, nella posizione del loto: sta facendo una meditazione.
Il gioco è ripreso, adesso il bambino è di nuovo vispo e in un attimo è sceso dal dorso della tomba, si nasconde tra gli alberi. Paola non lo vede più.
Il sole, intanto, tramonta con una certa tranquillità e le ombre iniziano ad allungarsi. Ma poi a chi importa questo farsi sera del giorno? Ritorneremo a casa quando ci verrà voglia di tornare. Stasera va così, pensa Paola. Un rivolo di sudore le scende dalla fronte, scivola sulla tempia e viene assorbito dal cotone della felpa con cui la donna si asciuga. Eccomi, adesso non mi sfuggi, piccola peste. Il bambino gioca con la fitta trama dei tronchi e dei rami, ora appare da un lato, ora dall’altro. Quando la donna lo vede, lui si è già spostato più in là, dove gli alberi sono numerosi. Come uno spiritello allegro e scanzonato, si muove rapido e in piccoli saltelli. La donna lo cerca tra gli alberi, il bambino è già dall’altro lato e, appoggiata una mano sul granito millenario, entra nell’utero scuro e umido della tomba.
Dove sei?
Oh! (le sembra un verso di sorpresa)
Il bambino, infatti, non sa più dove si trova. È ancora nella tomba? Non riesce a capirlo. Si siede, ha un forte capogiro.
*
Fuori dal corpo della tomba non c’è nessuno. Il sole è tramontato. Si sente soltanto il vento che fa la voce grossa e accoglie l’arrivo della sera. Quando passa tra i rami e scuote le foglie sembra dica kaa kaa kaa. Quando incontra le pareti rocciose dell’entrata fa guu guu guu. A tratti, invece, è un dolce fiu fiu fiu fiu quasi flautato. Francesco gioca con le voci del vento perché sente, ora chiaramente, la musica del mondo.
Ma dove sono Paola e Massimo? Che fine hanno fatto? Il bambino si guarda intorno, non c’è nessuno. Il cuore inizia a battere più forte, lo può sentire. Ora il cuore e il vento suonano; la mente è preda della prima disperazione della sua giovane vita.
Massimo! Paola!
Nessuna risposta.
Maaaaaaaaassimo! Paaaaaaaaaaaaaaaaaaaola! Dove siete?
Una poiana risponde da un ramo.
Il bambino non può, non riesce a sopportare l’angoscia e scoppia a piangere. Piange finché non ha più lacrime da versare e pare così disperato che, per un momento, gli stessi alberi si piegano verso di lui per coprirlo e fargli sentire un po’ di sicurezza. Tutto ciò che lo circonda ora gli sembra più vivo, più rigoglioso e selvaggio. La tomba stessa sembra ringiovanita, le pietre sono più chiare e più alte. Eppure Paola e Massimo sono andati via. Perché l’hanno lasciato da solo, per giunta di notte? L’hanno abbandonato?
Perché mi avete lasciato da solo? Cosa ho fatto di male?
Allora il bambino si ricorda cosa gli aveva raccontato Massimo, una sera d’estate, forse uno, due anni prima. Gli aveva detto che le tombe sono delle astronavi e che possono farci viaggiare avanti e indietro nel tempo, se siamo abbastanza bravi a collegarci a loro.
Ecco cosa mi è successo, sono andato indietro nel tempo e Massimo e Paola non ci sono più.
Per un momento l’idea lo rasserena, come ci rasserena qualsiasi idea abbia un valore chiarificatore delle nostre angosce. Poi però il pensiero di non rivederli più getta il bambino in uno sconforto ancora maggiore.
Vieni, piccolo, su, ritorna nella mia bocca.
È il vento?
Ti riporto io a casa.
Il bambino si guarda intorno, non capisce da dove provenga la voce.
Sono qui, alle tue spalle.
Un enorme signore giace con la bocca spalancata e il mento poggiato sulla terra bruciata.
E tu prometti che non mi mangerai?
Certo che non ti mangerò. Noi giganti siamo buoni, non mangiamo i bambini.
Il bambino – fino a quel momento seduto con le braccia strette intorno alle gambe – si leva in piedi e, con un gran sorriso, entra nella bocca del gigante. Quando lo ingoia, riacquista le energie che aveva perduto e si rimette in piedi. È così alto che gli alberi intorno sembrano tanti piccoli broccoletti verdi. Ne sradica un paio e li lancia lontani, così, solo per il piacere di mettere tutto a soqquadro. Poi si incammina, nella notte, a passi lenti e sicuri.
*
L’indomani Francesco si sveglia nel suo letto. Nessuno però, neanche Paola, crede alla storia che racconta. «La prossima volta, farai bene a non allontanarti troppo» gli dice la donna, prima di stringerlo forte in un abbraccio.
