Le formiche scendono dal montante sinistro della finestra fino al battiscopa e lui da mezz’ora le sta fissando.
“È da tanto che sono amici secondo te?”, gli chiede Lucia, attiva dalle 6.45 come ogni mattina. Sta riordinando l’armadietto del bagno e lancia i farmaci scaduti nel sacchetto appeso alla maniglia della porta. Si referisce ai due tizi conosciuti la sera prima, dopo essere stati al Centrale per l’ultima proiezione.
Sandro annoda le mani e stiracchia le braccia: “Penso proprio di sì. Hai notato che sono uno l’opposto dell’altro? Ottavio è un chiacchierone, ha un bel modo e ama stare con le persone. Quanti anni avrà, una cinquantina? Patrick sembra parecchio più giovane e parla poco, a monosillabi… forse è meglio così, visti i commenti da stronzetto che ha fatto sul film…”
Il rivolo di formiche continua a vibrare e alcune si sono indaffarate nel trasporto di una vistosa briciola; Sandro ne apprezza la compagnia già da qualche mese e per evitare di vederle affogate in una schiuma velenosa, ha scelto fin da subito una sana omertà.
“Eh sì, il ragazzotto è un po’ pieno di sé… poche idee ben confuse. Ma secondo te… sono una coppietta?”, Lucia lancia l’ennesimo blister scaduto verso il sacchetto.
A Sandro, in effetti, era sembrato di aver visto la mano di uno sfiorare il polso dell’altro, per ritrarla poi all’improvviso, come se il contatto avesse generato una scossa elettrica.
“Mah, ci ho pensato anch’io. Abbiamo parlato tutto il tempo di quel film merdoso… io ho capito solo che fanno gli agenti immobiliari e vanno al cinema sempre lo stesso giorno.”
Sandro piega le gambe e le scuote come un calciatore per spegnere un crampo: “Mi sembrano comunque due persone in generale piacevoli. Potremmo rivederli giovedì, no?”
“Ma sì… alla fine sono piaciuti anche a me. Fammi capire, tu hai intenzione di stare a letto tutto il giorno? Non ti alzi stamattina?”
Sandro esamina la riga di chicchi neri, non rileva alcun cambiamento di forma o ritmo e pensa di alzarsi. Sentendo ancora il torpore del sonno, si sistema le lenzuola tirandole verso di sé e ci ristende le gambe sotto: “Ma tu, Lucia Pandolfo, quando ti sei sentita disinibita?”
“Ma tu, Sandro Pegoraro, che cazzo di domanda mi fai alle sette del venerdì mattina? Mi dai una mano a far qualcosa o no?”
“Continua a tornarmi in testa questo pensiero… seguimi un attimo: l’unico periodo della vita in cui un essere umano può dirsi disinibito dura pochi anni, tra i sedici e i diciotto… prima dei sedici sei ancora un bambino in balia dei desideri, che arrivano a folate da ogni direzione; dopo i diciotto hai già i piedi sui blocchi di partenza, e lì, guardando la tua corsia, inizi a invecchiare. Solo trentasei mesi, Lucia! Questo è l’unico momento. Tre anni, su quanti, facciamo… ottantacinque di aspettativa di vita? Sarà un tre, quattro percento, neanche. Con l’ultimo mese dei diciotto anni au revoir disinibizione… Ma ci pensi? Tu ad esempio, quando sei stata disinibita?”
Lucia risponde d’un fiato, come descrivesse una foto appesa allo specchio del bagno: “Era aprile, il giorno del mio compleanno. Ho preso per mano Renata, la mia migliore amica, e le ho detto: oggi a scuola non ci andiamo, si va a teatro. Quella settimana in paese c’era una compagnia di ballo e io adoravo ballare. Ci siamo nascoste in fondo alla sala, tra le ultime sedie; la prima ballerina provava un passo difficile senza riuscirci e il regista stava dando di matto. Mi sono alzata e ho gridato: VE LO MOSTRO IO! Renata mi teneva per un braccio, ma io volo su, con due balzi sono sul palco. Mi tolgo le scarpe blu di vernice, il legno è ruvido, pizzica. Il regista e i ballerini non si oppongono, anzi mi sorridono, per tenerezza credo. Così faccio un respiro profondo, due piegamenti, un inchino… ed eseguo il passo. Ed è un DI-SA-STRO: incespico e cado come un sacco rimbombando per tutto il teatro. Sono corsa via più veloce che potevo, con Renata dietro attaccata alla mia manica. Avevo da poco compiuto sedici anni.”
“Hai visto? Sedici ne avevi, proprio sedici!”
“Ma sai quante altre ne ho combinate dopo?”
“Comunque, cara mia, questo mi sembra più un caso esemplare di spregiudicatezza. Sei stata spregiudicata Lucia, tutto qui. Disinibizione è di più, molto, ma molto di più.”
“Oh, sentilo il precisino mio! Tu che avrai fatto di tanto sconvolgente?”
Sandro si siede sul bordo del letto senza rispondere e cerca di fare il ghigno di chi la sa lunga. Si picchietta due volte la pancia per assicurarsi di non averla persa nel sonno, sposta la levetta della sveglia per disattivarla, trova le ciabatte e si alza.
Ottavio aveva vissuto a lungo in Giappone, prima a Kyoto poi a Okinawa, lavorando come responsabile commerciale per un’azienda australiana di tessuti, “Il periodo migliore della mia vita, mai stato meglio”, e lo diceva come per riversare sugli altri, all’istante, la passione che sentiva per quelle terre. Lì aveva conosciuto una turista toscana della sua età, ed erano stati assieme due giorni e due notti perdendo il contatto con le loro differenze. Tornati in Italia per sposarsi, si erano separati pochi mesi dopo, malamente, lancio di vasellame incluso.
Patrick al contrario non si era mai mosso dall’Italia. Unico figlio di una famiglia di notai, non si capiva bene cosa avesse fatto finora per campare. Adesso lavorava nell’agenzia di uno zio da parte di madre. Grande appassionato di nautica, Patrick raccontava di essere in grado di far funzionare una barca a vela in qualsiasi condizione, anche la più estrema, ovvero quella di avere proprio lui come capitano.
“Sapete,” dice Lucia, “stamattina con Sandro si parlava di disinibizione, di quando siamo stati disinibiti nella nostra vita… lui sostiene che abbiamo solo una piccola finestra temporale. Sandro dillo te, spiegagli la tua teoria.”
Sandro aveva già scosso la testa varie volte, per dirle ti prego evita – lascia stare – non è il caso, ma Lucia l’aveva schiaffeggiato con un’occhiataccia: Svegliati! Parla! Non fare sempre l’orso in caverna.
“Sì… dicevo con Lucia, che di solito, nella nostra vita, la vita di una persona normale intendo, un gesto di disinibizione possiamo concedercelo esclusivamente tra i siedici e i diciotto anni, tutto qui, questo era il mio ragionamento, solo un pensiero, niente di che.”
“Voi due quando siete stati disinibiti?”, chiede Lucia, secca come l’avesse scagliata da una balestra, ricevendo da Sandro una pedata allo sgabello, senza capire il perché. Tanto che lei gliene dà una di ritorno da farlo quasi volare di schiena: “Oh, scusami amore mio, ti ho urtato?”
Per Patrick, il massimo della disinibizione era stato arrampicarsi sulla grondaia della scuola durante l’autogestione e mettersi in mutande sul tetto: “Dovevo impressionare una ragazzina di terza A, Letizia chiamata Bolt, aveva un fulmine disegnato sulla guancia. Ci avevo parlato una volta sola per prestarle un libro, era una tipa bellissima, sveglia, che andava già ai concerti, tra le poche che poteva tenermi testa all’epoca. Un sabato mattina la vedo che fuma con le sue amichette dark. Mi avvicino, me la guardo dalla testa ai piedi, mi sputo sulle mani e inizio ad andar su per la grondaia, che scottava perché faceva già caldo. I miei amici mi incitano, altri mi urlano che sono un coglione, comunque lei mi osserva, mi sorride e io procedo deciso… finché salgo, un po’ mi guarda, un po’ fa finta di niente, fuma, scherza con le amiche… dopo un quarto d’ora, arrivo sul tetto esausto, fradicio. Mi tolgo tutto, scarpe, pantaloni, polo, e resto in mutande. Mi giro per vedere che faccia fa e non la trovo, non riesco a vederla. Sempre in mutande cammino sul tetto per cercarla, mi affaccio a ogni angolo, avevo pure preparato una dichiarazione o qualcosa del genere, adesso che ci penso… ma lei, sta stronza, non c’era più. Dopo ho saputo che era andata via quasi subito, con un ragazzo di quinta.”
Sandro si gira verso Lucia e le sorride, le sta dicendo hai visto che ho ragione? E quanto è egocentrico questo ragazzino invecchiato.
“E tu, Ottavio?”
“Ancora, Lucia!” sbotta Sandro, “Ma vuoi lasciarli un po’ in pace, ci siamo appena conosciuti! Scusatela è una piccola impicciona…”
Ottavio ripensa a una domenica di giugno di tanti anni prima: “Concerto dei Clash a Bologna, primo giugno 1980.” Lucia, che da giovane per i Clash impazziva, si illumina e saltella sulla sedia: “Ma davvero, Ottavio? Quel maledetto concerto! Avevo dato ripetizioni tutto l’inverno per prendere i biglietti e il giorno prima mia madre mi ha messo in punizione. Non le ho parlato fino al compleanno!”
“Eh, eh… e invece io c’ero, cara mia. Aspetta che ti racconto perché merita davvero. È appena iniziato il sound check, alla mia destra c’è un gruppetto di tecnici del suono, enormi, due metri per uno. Mi stacco dai miei amici e mi nascondo tra di loro. Cammino allo stesso passo facendo finta di niente e piano piano mi avvicino al palco. Loro si fermano e vanno ad attaccare dei cavi, io mi nascondo tra due colonne di bauli. Vedo che le tavole del palco mi arrivano qui, al petto, e che posso andarci sotto, perché è tutto aperto, non hanno ancora chiuso l’accesso. Mi infilo e gattono per un po’ di metri; a un certo punto alzo lo sguardo e vedo un quadrato di luce illuminato: è una botola. Do un’occhiata attorno e non c’è anima viva. La sollevo di due dita per capire dove sono… e vedo il piede del batterista che pesta sul pedale. Sarò stato a due, tre metri al massimo.”
Lucia, dall’ansia, fa tremare con la gamba tavolo e bicchieri.
“Spalanco la botola, mi tiro su con un balzo da giaguaro e abbraccio Joe Strummer per, non so, venti secondi. Il pubblico impazzisce, vogliono tutti salire per menarmi o abbracciare Joe, non lo capisco in quel momento. Poi arrivano due energumeni della sicurezza, mi sollevano per la cinta dei pantaloni come una valigia e mi scaraventano fuori dal palco.”
Lucia sgrana gli occhi, si versa un altro calice per ripigliarsi. “No, vabbè, non può essere, è una palla, dai Ottavio…”
“Tutto vero cara, ci dev’essere ancora qualche video su YouTube, prova a cercare. E vi aggiungo un’informazione: avevo compiuto da poco diciassette anni… la tua ipotesi è giusta Sandro… forse hai proprio ragione.”
Sandro, che di solito ama aver ragione (lo fa sentire sazio e luminoso), si limita a un sorrisetto sbadato, tirato via a denti stretti: del ricordo di Ottavio non ha sentito una parola. Questo clima da schitarrata attorno al falò lo infastidisce e dopo un po’, in situazioni simili, sente il desiderio forte di appartarsi.
“E tu Sandro? Ora ti tocca!”
Era stato proprio Patrick a fargli la maledetta domanda.
Sandro sbatte le palpebre e alza le sopracciglia. Sembra voler scorgere qualcosa di distante nelle vetrate del locale, in fondo, dopo la muretta del parcheggio: pure oggi un ricordo degno di essere detto non riesce a trovarlo. E inventarne uno non è nelle sue corde, figuriamoci così, a richiesta, su due piedi.
“Io, ehm, io…”, Sandro balbetta, incespica, si morde il labbro: “Io, vi, vi posso raccontare, vi racconto di quella volta…”
Sandro cerca nella sua memoria un guizzo, qualcosa di sfacciato, basterebbe un piccolo atto di coraggio: gli scorrono davanti gli anni del liceo, gli intervalli tra un’ora e l’altra, a ridere, a provocare le compagne, le assemblee infinite, a parlare e fumare senza decidere nulla; rivisita le estati dai nonni, la casa gialla macchiata di zanzare, le biglie dei ciclisti, i piccoli lividi che facevano sulla schiena, le battaglie con i legni trovati a riva; un odore impastato di miele col sale, di spalle abbronzate, di primi baci a vuoto dietro al Bluemoon; gli esami di maturità, l’orale di storia con la iena della Iuzzolino che ancora si sogna, e dopo, a petto nudo, ubriaco marcio, dietro la chiesa a vomitare, con Paolo a tenergli la testa; e quella tremenda estate che iniziava, quella in cui una scogliera lo fece cadere, Paolo, e lui, ad aspettarne il ritorno fino a notte fonda; le scene madri dei suoi pochi amori: cadere in acqua a Venezia con un mazzo di peonie gialle, dormire di notte su una rotonda, fratturarsi due dita in una porta sbattuta; donne con occhi enormi, con la pelle color terra, con un profumo che ti sembra di perderle appena lo senti; relazioni brevi, accennate, alcune solo intuite, come i film delle locandine che intravedeva dal tram; e finalmente Lucia, così seriosa e appartata da non poterle resistere, i litigi in studio lanciandosi le planimetrie, la camminata lenta delle otto verso la fermata per scusarsi, le loro invenzioni per allungarla; le gite fuori porta, i picnic, e i primi viaggi all’estero; quello più amato, in Spagna, quando lei davanti a una tortilla de patatas fumante gli sussurrò: “Probemos, Alejandro”.
Sandro aveva accompagnato ogni visione con un evidente dondolio avanti-indietro, chiudendo gli occhi allo stesso ritmo. Pareva muoversi, allo sguardo degli altri, in un pantano.
“Sandro? Sei dei nostri?”, Ottavio gli agita le mani davanti alla faccia mentre Lucia, inquieta, gli prende il polso.
“Sì, sì, ci sono, ci sono… vi dicevo, posso raccontarvi di quella volta che ero… ehm…”
Ora mette i gomiti sul tavolo, congiunge le mani, apre i palmi e dentro ci appoggia la testa. Sul tavolo le bottiglie di bianco e i calici filtrano le luci, generando strani vortici blu e verdi. Da uno di questi, Sandro vede emergere un punto nero, piccolo, luccicante, che trema come per nascere o svegliarsi e si trascina per piccoli movimenti: una formica. Ne sbucano altre tre, e una manciata arriva dietro, a incolonnarsi in un rigo che cammina tra le bottiglie, disegnando un otto, ma guarda… sono venute tutte… pure la briciola si sono portate, fin qui… Le palpebre si fanno pesanti e Sandro ha bisogno di serrarle, che per sentirsi meglio deve stare così, con gli occhi chiusi.
Dopo forse cinque secondi, o mezz’ora, non sa dirlo, gli soffia in faccia un vento leggero che porta polvere, graniglia, e gli secca la pelle. Un odore di resina e vegetazione cresciuta e morta sul mare. È seduto su un tronco mozzo, enorme. La fila delle formiche esce dai suoi piedi e si ingrossa salendo sul palo di fronte a lui, con i cartelli bianchi e rossi per l’inizio dei sentieri. Si alza, fa due passi, capisce di essere su qualcosa di alto. È una scogliera bruciata dal sole, a picco su un mare celeste increspato di schiuma, ossessivamente regolare, ricordo questo mare, sembrava la trapunta di un letto di vecchi.
Una scogliera ben distinta nella sua memoria: sa perfettamente dove si trova, quale giorno della sua adolescenza sta occupando, quali avvenimenti lo hanno condotto fino a lì. Ora ne fa parte e si sente calmo. Sa che per tornare a quel momento, per tornarci dentro, deve prendere il sentiero. Si batte le cosce e si alza. Scavalca arbusti nodosi, mezzi alberi e residui di piante battute dal sole a picco che li ha resi legno e sterpi. La testa intontita dal sole gli pulsa ad anello e il collo lo sente infuocarsi. Scorge, qualche metro più in su, uno zaino verde e il ragazzo che lo porta. Ha una maglietta gialla e lisa, la faccia da adolescente inasprita da una barba incolta: eccoti Paolo… così ti avevo lasciato, così ti ritrovo.
Era stato il solo, Sandro, a metà della terza media, a fargli un cenno con la testa, che andava bene, che si sedesse pure vicino a lui. Di lì a pochi giorni sarebbero diventati uno l’ombra dell’altro fino a quell’escursione: Sandro apprezzava che Paolo avesse scelto la pulsione come sua unica forza consigliera, mentre lui, di una decisione, contemplava ogni possibile deriva.
Dopo tre anni di scuole medie, Paolo, eccellente in lettere e storia, aveva scelto il liceo scientifico pur di seguire Sandro; sua madre, per placarne l’insistenza, gli disse che non era stato possibile iscriverlo nella stessa classe, mentendo.
Ora Sandro vede anche il resto della compagnia, una decina di ragazzi. Salgono piano, si intrecciano per parlarsi, si spintonano, ridono, bevono, fumano. Fa un respiro profondo, sa che tocca a lui, sa che deve entrare in scena nel suo stesso ricordo; si annuncia con una voce nuova, forte e ferma: “Son qua, possiamo andare.”
“Ma dove cazzo sei andato a pisciare, Sandro? È mezz’ora che ti aspettiamo!” Gli sbotta contro una, Giulia forse. Lui e Paolo gli altri li hanno appena conosciuti, un gruppetto che si ritrova nei mesi estivi, quando le famiglie migrano nelle villette sulla costa.
“Ci diamo una mossa? Qui fra due ore è scuro. Dai, via!” dice qualcun altro. Paolo si rivolge a Sandro: “Andiamo su assieme?”
Certe mattine Sandro, ancora steso a letto, rivedeva proprio questo del suo ultimo sogno: il braccio imbrunito di Paolo e il suo palmo sudato che aspetta di essere stretto. La stessa mano che gli aveva fatto da leva in tante altre occasioni, per saltare dal terrazzo del primo piano o scavalcare il cancello di una casa abbandonata. Ma adesso, gli altri, praticamente degli estranei… che idea si sarebbero fatti? Cosa avrebbero pensato di loro, di lui?
La mano di Paolo attende, tesa. Sandro sente gli occhi di tutti armeggiargli addosso come punte di bastone. Non vuole, come quarant’anni fa, correre via fino al porticciolo, con gli occhi viola e la nausea che gli tracima dallo stomaco in gola. Non vuole aspettare Paolo fino a notte fonda, per parlargli, per chiarire. Non vuole andare con la polizia a riconoscerne il corpo e tentare, la mattina dopo, di abbracciare sua madre. Resta lì. Guarda la mano di quel ragazzino, e la sua, la mano di un vecchio. Gliela prende, la stringe un poco, se la tiene vicina, piega il braccio per mettersela sopra la pancia. Fanno un passo assieme, poi altri due, salgono come i merli che spiavano tra gli alberi dietro scuola. Sono già in cima, a vedere la costa rossa di case, le scie dei pescherecci, a indovinare il nome di un’isola che galleggia grigia sul filo dell’orizzonte.
Collassa a terra Sandro, senza più forma, come se il suo contenuto fosse fuoriuscito all’istante dalla bocca. Ha gli occhi sbarrati, i pochi capelli neri si sono appiccicati sulla testa. I lamenti che sente potrebbero anche essere i suoi; i rumori arrivano diluiti, da uno spazio profondo e ovattato, dall’interno e da fuori. La bocca è sabbiosa, i nervi delle braccia fanno male fino alla base del collo, le gambe sono pesanti. Ha caldo, chiede acqua o pensa di farlo, perché le ombre che lo accerchiano non gli rispondono. Disteso sulle mattonelle azzurrine del locale sforza il collo per guardarsi attorno, una mano gli spinge la fronte: che resti disteso. Una mano piccola, tremante, congelata. La riconosce dalla fede, è Lucia che gli accarezza il braccio e gli dice qualcosa all’orecchio; ma Sandro non capisce, il suono è liquefatto in tante voci e non le distingue… non li buttare via tutti quei medicinali… quelli scaduti da poco tienili Lucia, mica ci faranno male… le confezioni sono quasi piene, è uno spreco, uno spreco…
