Nonostante suo padre fosse ormai giallo da qualche anno, con la gamba amputata sembra avere risolto ogni miseria fisica. Lo guarda prendere i primi bocconi della colazione. Lei è pronta per andare a lavorare, si stringe la sciarpa attorno al collo e sopra la testa. Sua madre è seduta fuori a pulire verdure. Una libellula salta sul lago, i pioppi bianchi sembrano pieni di occhi, i salici di argento macchiato e muschio.
«Già vai?» chiede la signora, tagliando le cime molle e scure dei fasci verdi. «Sì. Ma non mi va.»
«Difficile che va!»
Lei annuisce, alza gli occhi al sole primaticcio, li abbassa al muretto graffiato e roccioso su cui è cementata la mattonella con su scritto il nome della via.
Tre anni prima, lì, lui aveva accolto sulla mano un geco bruno. Posava le piccole zampe dalle dita a sfera sulle sue nocche, l’occhio giallo, aperto perenne, era terrorizzato. Sembrava conoscere le ragioni per cui entrambi si erano ritrovati a fissarlo insieme. Il rettile era pieno di bozzi, come brividi, lui li indicava lento, per poi oscillare il dito sulla coda, a debita distanza. «Guarda, è l’autotomia.»
Lei era confusa. «Sai che perde la coda?»
«So che ricresce. Ma non mi sembra una bella cosa.»
«No, non lo è.»
Lo aveva lasciato andare, il geco è scappato come colto da spasmi. «Possono… perderla da soli la coda, quella è l’autotomia. Si automutilano.»
«Perché dovrebbero farlo?»
«Eh, per confondere i predatori. La coda continua a muoversi quando la perdono, e distrae, così scappano. Quando ricresce è liscia, come quella bestia lì.»
Si era seduta sul muro mentre lo ascoltava, lui era rimasto accovacciato sulla terra, fissava il piccolo foro tra le pietre in cui si era insinuato il geco.
Dentro la casa, le due madri si erano sedute al tavolo da pranzo e avevano passato molto tempo a specchiarsi l’una nell’altra, con gli occhi umidicci. «Non so se posso permettermelo,» aveva confessato una, reticente. Il marito dell’altra sembrava sordo, o almeno, la moglie si comportava come se lo fosse, e di fatto rispondeva borbottando frasi coerenti alla situazione, ma non alla discussione. Aveva un polpaccio scoperto dal pantalone arrotolato, totalmente livido e fasciato da una garza pulita. «Credo che mio marito stia morendo, e mia figlia, io non so quanto ancora manterrà il controllo,» si era interrotta per soffiare il naso. «Ormai sono sedici anni che non vedo Placido, non sapevo conoscesse tuo marito, al telefono non mi raccontava mai niente.»
«Io lo sentivo poco. Mi raccontava tante cose inutili. Placido gli stava simpatico, credo ci cenasse spesso insieme.»
«Placido ci telefonava tutti i giorni all’ora di cena, mangiava solo.»
Erano rimasti tutti in silenzio, pure il vecchio aveva smesso di borbottare.
«Almeno si sono fatti compagnia. Le cose vanno come le vuole Dio.»
«Dio ha voluto tutti e due i miei figli, secondo lei?»
L’uomo ha preso un respiro grande. «Dio non li ha potuti proteggere i nostri figli, e nemmeno suo marito. Ma un funerale se lo meritano,» aveva preso a tossire. La vedova scuoteva la testa.
Fuori, il vento faceva vibrare ogni ramo di salice, e qualche tronco bianco si inclinava. «Vorrei cambiare pelle,» aveva mormorato lei. «Quando cambiano pelle, la coda torna come prima?» aveva chiesto a voce più alta, guardandolo con un guizzo bianchissimo sugli occhi bui.
«No.»
«Dammi almeno una speranza,» aveva riso, nel frattempo si torceva le dita. «Non credo in queste cose», si era sollevato e si stringeva la giacca al petto. «La legge di Murphy e bla bla bla», lo aveva preso in giro.
Lui aveva scosso la testa, ridendo un poco. «L’altro tuo fratello, cosa gli è successo?»
«Questioni territoriali di pascolo.»
Lei lo ripeteva come una frase fatta in latino, come un decoro di morte. «Sparato» aveva terminato, lapidaria.
«Quando è morto Franco, Placido non è sceso per vedere il funerale. Se ne è andato a sedici anni, e non è mai più tornato» si era ammorbidita spiegando, in qualche modo addolcendo anche le sue parole precedenti. Lui non aveva risposto.
«Tuo padre perché era in Germania?» gli aveva chiesto lei.
«Credo avesse un’amante. Ma davvero era per le pecore?»
«Non penso.»
Lui si mordeva le labbra in silenzio. «Sto pensando una cosa orribile,» aveva sbottato. Lei aveva solo incrociato le braccia, lo guardava al buio, aspettando continuasse. «Sono finiti tutti e due sotto una pressa. Sono poltiglia.»
«Lo so che non vuoi vedere la salma di tuo padre, e nemmeno io quella di mio fratello. Ma ora tutto è fatto solo di soldi. Nel senso che se lo dici, penseranno che è perché non pensi che valgano quei soldi che vanno spesi per riportarli qui.»
«È miserabile dare un prezzo a due uomini morti.»
«Fa ridere, dal gran materialista.»
Gli spiaceva non poterla tacciare di essere infestata da un’apatia o qualche genere di crudeltà fuori dall’umano. La sua sofferenza doveva essere grande più del suo corpo, che forse abitava a malapena. Un giorno sapeva che l’avrebbe accettata, che avrebbe detto le stesse cose, ma era ancora troppo presto. «La coda ricresce, anche se liscia», gli aveva detto poi. Aveva preso, sotto il suo sguardo, tutte altre forme e colori. Si ripeteva: ho capito, ora pretendo di avere capito. Piena di rami, aveva la sagoma dei bronchi. E così lei pensava di lui.
Nella stanza completamente grigia, la sera, lui crede che lei stia dormendo. Ogni tanto si volta, solo per via dei capelli scuri che scivolando dalla schiena sembrano ombre, figure che infestano la visione periferica. L’unica luce viene da un file word incompleto, sono le ventitré. Si decide a sistemare un grafico, e proprio in quel momento lei parla. «Perché non penso mai cose importanti?»
Come accadeva ogni volta, a qualsiasi tentativo di strapparle di bocca qualcosa, non se ne sbroglia niente. Posa tutto e si distende.
«Non c’è nulla di importante adesso.»
Gli occhi di lei si fanno umidi, ma sorride un po’. Lui sente di avere detto la cosa giusta, nonostante detestasse l’idea sia dell’esistenza di qualcosa da potere indovinare, sia della riduzione al nulla che aveva operato per darle pace. Il dispiacere passa quando lei gli poggia una mano ciecamente sulla guancia, fissando il soffitto. In quel momento è molto fredda. Intende che sa che è una cosa che aveva detto tanto per dire, ma che è sufficiente. Quando si avvicina alla sua spalla, per farsi circondare interamente dal braccio meno grigio del resto del buio, lei ricomincia a parlare. «Credo che Dio pensi sempre agli altri e mai a me.»
«E da quando preghi?»
«Mi pensa solo se prego?»
«Sai, the phone works both ways?»
«Ma che schifo.»
Ridono. «Hai bisogno che Dio ti pensi?» le chiede, avendo paura della risposta. Accarezza il braccio che gli copre il collo, passandoci le dita con la delicatezza che servirebbe per delle ali di mantide. «Vorrei pensasse solo a me», sentenzia. Le stringe la mano e le bacia il polso, ha paura.
«Ho capito.»
Dopo pochi minuti si volta a dormire, portando con sé la mano che ancora gli stringe. Lui si addormenta alle quattro.
Le sue gambe ormai sono fatte di niente, coperte per poco, tiene la tazza stretta al grembo tra i palmi rossi. Ustiona due quarti di cerchio rossi e perfetti speculari su una coscia e l’altra pure. Dentro l’acqua bollente, il filtro dai fori troppo larghi si lascia sfuggire coriandoli di fiori e foglie lilla e verdi che galleggiano sulla superficie grigiastra. Lei aspetta il profumo, ma l’aria è ancora infestata di sonno. Si convince che la colpa sia del cucchiaio col miele che si è assopito, lo tira fuori e lo poggia sulle sue ginocchia dritte incastrate al bordo del tavolo. I talloni premono forte contro il bordo della sedia per bilanciare. Dal nulla, i suoi capelli dondolano, strofinandosi sulle braccia nude. La finestra era stata aperta, lo riconosce con amarezza, voleva tenere ancora per poco quell’odore simile alle lacrime, ma il vento lo porta via subito. È freddo e azzurro, quando si volta, delle nuvole passano lentissime. Tre, sottili, l’espressione di un volto. Lui le guarda pure, sulle lenti degli occhiali delle fasce di luce viola e verdi gli nascondono gli occhi. Non vede un volto, ma due gambe e un braccio. Reciproca la vista, gli occhi di acqua nebbia e blu vedono due visi grigi, pesanti e sempre spaventati, per un poco ancora in rara pace. Lui ha una coperta piegata in mano, la porta vicino a lei. «Guarda che vento, copriti.»
«Eh, il favonio.»
«Ma ti senti, il favonio. Ce l’hai davvero quel fatto.»
Ride e poggia la coperta sul tavolo, lei gli sorride e con una mano bollente gli tocca un fianco.
«Ho pregato stamattina», dice a voce bassa. Nell’appartamento di fianco si svegliano i bambini, piagnucolano in arabo, poi urlano, e la madre più forte, “la la la”, si sente mentre separa due fratelli scalpitanti.
«Che cosa significa?»
Lei abbassa gli occhi al fumo che ancora sale dalla tazza, la stringe finché le dita da rosse non si fanno trasparenti.
«Sempre quello che ti ho detto ieri.»
Lui sospira, trovando il bordo del vestito. Strofina la cucitura di tessuti capillari tra le dita. La costringe a mettere la coperta sulle spalle, si siede sul pavimento.
«E chi hai pregato?»
Lei sorride, gli stringe la mano che si regge al bordo del vestito.
«Sai che si può avere un Dio ciascuno. È bello, perché non serve a nulla. Fa più domande di quelle che gli faccio, sa meno cose di me. Così rispondo. È come se me lo fossi mangiato intero, il mio Dio. Mi perdona perché non conosce nient’altro che me, è il mio Dio nella gabbia. Lo possiedo e ci posso parlare e mi capirà, e sarà confuso con me, quando lo sarò io.»
«Non puoi parlare con me?»
Scuote la testa. «L’ho mangiato.»
«Cosa vuol dire che…»
«È senza condizioni l’amore e io ti amo come la coda ricresciuta, non ti vorrei in nessun altro modo.»
«Cosa dici?»
«Invece l’ho mangiato il mio Dio ed è sotto il mio giudizio e prima o poi mi chiederà scusa perché è lui il colpevole.»
C’è una luce nel petto, è la corona di spine che ha il cuore che sanguina per ogni diastole. Lei è la forma dei bronchi, lui è la forma dei bronchi, e Dio è l’aorta che per morire va recisa, la ghigliottina che segue la condanna.
«Chiudi la finestra? Ho freddo a morire.»
Lui si alza, serra la maniglia. Le nuvole sono diventate nere, piove sugli alberi, gocciolano i balconi e le insegne spente. I bambini vanno a scuola il sabato, si spingono fuori dallo stesso ombrello a gomitate. La madre urla ancora, ma non la sentono. «Astagfirullah», sospira.
