«Non puoi portarmi via tutto».
Ilaria ha urlato queste parole precise, mentre si portava la mano destra al volto e con la sinistra si affrettava ad asciugare le lacrime. Quella era sempre stata la sua unica risposta per ogni errore che le ho visto commettere. Ha sempre fatto così, fin da quando eravamo piccoli.
Ilaria, la figlia mansueta, la ragazzina che indossava la gonna a pieghe per andare a scuola e a cui mamma dedicava troppo tempo per intrecciare i capelli, chinava lo sguardo e il capo contemporaneamente, si avvicinava a quello che tra i nostri educatori era il più esigente e si lasciava chiudere in un abbraccio.
«Potrebbe rompersi» sussurrava mia madre.
«È così fragile» le faceva eco mio padre, passandole un braccio intorno alle spalle.
Lei mi passava accanto, sfiorava la mia spalla e mi lasciava addosso quel sorrisetto a mezza bocca, con cui dava l’impressione di poter mordere portando via interi brandelli di carne.
Lo stesso che mi riservava quando da piccolo soffrivo di enuresi notturna e i miei genitori mi costringevano a guardare il suo letto asciutto.
«Franco, ancora? Ilaria è più piccola e riesce a non pisciarsi addosso» urlava mia madre schiacciando la mia testa tra quelle lenzuola, prima di lanciarle al centro della stanza. Mi schiacciava la testa contro il materasso, facendo forza con tutte e due le mani, mentre tutti i miei muscoli restavano tesi, io respiravo a bocca aperta e cercavo di non piangere.
Non potevo vederla, ma sapevo che Ilaria rideva.
E quel pisciare che mia madre sottolineava come se le corde vocali dovessero esploderle, mi rimbalzava nella testa come una pallina da tennis per l’intera giornata.
Nella mia testa sono rimbalzate così tante cose, a lungo e per tanto tempo.
Io mi mordevo la porzione di pelle sotto il pollice, fino a farla sanguinare e poi lasciavo una striscia di sangue in mezzo a tutto quel piscio.
Ingoiavo tutto.
Le umiliazioni sono come la semina di una pianta urticante, crescono rapidamente e germinano senza bisogno di cura.
Mia sorella ha continuato a raccontare questi episodi notturni, anche quando a sedici anni usciva con le sue amiche e io restavo in casa, seduto sul divano ad attenderla.
Riusciva a rendermi ridicolo tra i compagni e i nostri genitori al di là di cure materiali minime, di qualche predica e qualche rimprovero per i risultati scadenti a scuola o altro di simile, non si occupavano di me.
Quante cose i bambini imparano da soli pur di non soffrire?
Ho dovuto parlare con quel ragazzino e risolverlo.
Ho tenuto un diario, simile a quei grandi album della nascita a servizio dei genitori, in cui senza cadere in inutili piagnistei ho annotato tutte le parti che ha interpretato Ilaria da quando è nata.
Quelle pagine sono la mia testimonianza e la prova di tutte le volte in cui Caino ha provato a uccidere Abele.
Era lei a dormire nel letto di mamma e papà, a prendersi ogni spazio in casa con i suoi vestiti, i suoi accessori e le amiche sempre presenti.
Io ho passato ore ricurvo su quel quaderno, l’ho popolato di tutto quello che mi ha tolto, perché le sue necessità e le cure che le venivano riservate a me erano precluse. I suoi attacchi asmatici e le lacrime sempre presenti sono stati la sua strategia perfetta. E quando non c’erano crisi respiratorie così forti da chiamare il 118, mamma continuava a restarle accanto.
Mia sorella ricordava un’attrice che recitava la parte di un’ammalata.
Quando rientrava all’alba zoppicando su tacchi troppo alti, gonne che lasciavano in vista le mutande e una gomma alla cannella per nascondere l’odore di quello che aveva bevuto, ingannava tutti con quei baci appiccicosi sulle guance e con quei “ti voglio bene” sussurrati.
Io ero l’unico a vederla.
«Ragazzo puoi fare una cosa per me?» mi chiese una sera l’educatore più esigente, facendomi sentire come un adolescente musulmano a cui viene chiesta di indossare una cintura esplosiva per un’azione suicida.
Papà sapeva di essere l’unica persona per cui avrei fatto qualsiasi cosa.
«Tu devi vivere la tua vita, lontano da tua sorella e da tua madre».
Lo disse senza riservarmi un sorriso o un abbraccio.
Quando lui è morto e lo ha fatto senza avvisarmi, ho aperto il suo armadio, indossato i suoi vestiti, e bevuto la sua birra preferita. Quella stessa sera, mentre la mia famiglia e poche altre persone che non conoscevo, si erano riunite intorno al letto di morte, ho riletto tutte le pagine della mia storia.
Avevo perso mio padre, ma potevo riprendermi il resto.
La compassione che provavo per mio padre fu presto rimpiazzata da quella che provavo per quelle due donne.
Il giorno del trigesimo, mentre le donne della mia famiglia confermavano con nuove lacrime il rimpianto della perdita della loro guida, ho poggiato la testa sul cuscino di mio padre e mi sono steso nel suo letto, nella stessa posizione in cui faceva lui. Un braccio sotto la testa di mia madre che stava lì a fissarmi, come se avesse perso l’uso della parola e il respiro sibilante di mia sorella, accompagnato da tosse secca, oltre la sua testa.
Quella sera ho pisciato nel letto dei miei genitori ed è stato liberatorio e consolante. Siamo rimasti a dormire lì, in quella puzza di ammoniaca e uova marce.
Il ruolo che avevo assunto era una necessità di cui quelle due donne avevano bisogno e quella nuova situazione era un fatto che però Ilaria non superò mai troppo bene.
Non provò a ribellarsi o a ripristinare il passato, io lo avevo cancellato, la cancellatura era stata dimenticata e avevo trasformato le nostre vite in una celebrazione di questa nuova famiglia.
Uscivo di casa al mattino quando mia sorella e mia madre dormivano ancora e ritornavo che la cena era fredda da un’ora, loro però erano lì ad attendermi, sedute in modo composto e con i capelli sempre in ordine. Il disordine nelle persone mi fa male agli occhi.
Quando mia madre apriva la porta, sembrava si trovasse di fronte Leatherface con indosso la sua maschera di pelle umana, mentre brandiva una motosega. Ma mi bastava abbracciarla perché fosse di nuovo felice.
Un pomeriggio sono rientrato prima, la finestra sopra il lavello era socchiusa e in casa faceva freddo. Vedendomi mamma si era messa ad asciugare i piatti, ma si vedeva che era un gesto improvvisato; Ilaria aveva la faccia arrossita, come davanti a un enorme peccato.
Ho premuto con il palmo sulla finestra, per sentire l’aderenza del legno contro il telaio.
«Dovremmo murarla. Ci penserò domani io, mamma» entrambe hanno annuito.
Io provvedevo a loro, l’unica cosa che chiedevo era che non mi mentissero e non permettessero a nessuno di entrare in casa.
Mamma si occupava della spesa, della casa e delle piccole commissioni; mentre Ilaria doveva solo badare che non ci fossero imprevisti e che le uscite non superassero le entrate.
Tutto quello che di perfetto c’era in mia sorella, lo aveva sciupato.
Le sue mani erano diventate più piccole, ed era arrivata a rosicchiare anche le cuticole. Le cadevano intere ciocche di capelli, anche se io credo se li strappasse via, così ho pensato fosse liberatorio per lei che io glieli tagliassi.
A causa delle forbici non professionali, mi sono accanito su quelle asimmetrie che non riuscivo a mettere in ordine e il risultato ottenuto è stato buffo. Mi chiedo cosa avrebbero detto le sue amiche adesso.
Le ho fatto indossare la gonna a pieghe che papà le aveva proibito di mettere, ma che le piaceva tanto e ho scoperto che aveva sciupato anche quella per i troppi lavaggi.
Ilaria non riesce a lasciare nulla di integro, fraziona la perfezione fino a demolirla.
Mia madre, invece ha troppe responsabilità, per riuscire ad arginarla.
Quando Ilaria ha compiuto venticinque anni, ha iniziato a pretendere più di qualche uscita con me la domenica e il cinema una volta al mese.
Qualche giorno fa ho trovato un cellulare nascosto nella federa del suo cuscino.
Quella stupida aveva lasciato che squillasse di notte. L’ho sentita avvicinarsi alla camera, per accertarsi che stessi dormendo. Potevo vederla camminare aderente alla parete in punta di piedi.
Di sera sono abituato ai rumori sordi dell’acqua che circola nei tubi o della caldaia affaticata.
Sono stato bravo a fingere. Le ho lasciato credere che stessi dormendo e qualche giorno dopo le ho preso quella piccola scatolina di plastica che emette radiazioni che friggono il cervello e ti rovinano la vita e l’ho buttato via.
Ha provato a dire qualcosa, a far sentire la sua voce, ma quando la rabbia spinge dalla pancia per salire alla testa e poi spostarsi alle mani, dalla bocca mi escono solo consonanti storte e brutte, che non riesco a tenere a bada.
In quei momenti non riesco a tenere a bada nulla.
Reagisco in modo rabbioso e mi trascino questa cosa anche per giorni.
Mia sorella è compiaciuta dei miei difetti, si aggrappa alla mancata pronuncia della erre o alla mia esse sibilante, scambiando sguardi di intesa con mia madre.
Come se non sapessi che la colpa è loro. Non si sono mai occupate di me.
Fin da piccolo ho imparato che chi è capace di ridere è pericoloso, perché può prendersi gioco di tutto.
Ma quando nel gioco dello schiaffo del soldato sei sempre quello che volge le spalle agli altri e oltre al ceffone sul palmo esposto, ti prendi anche un calcio nelle palle, senza riuscire a individuare lo schiaffeggiatore, anche per ore, sei più pericoloso che vittima.
E io sono sempre stato bravo a distruggere barriere che gli altri non volevano fossero abbassate nemmeno di un’unghia.
Ieri prima di andare al lavoro ho chiuso tutte le finestre, ho girato più volte la chiave nella serratura, e quando i perni erano tutti sollevati e l’allineamento dei controperni era perfetto, ho immaginato quelle due donne sospirare dopo lo scrocco a scatto.
La chiave l’ho messa in tasca. Pensavo pesasse di più.
Da qualche tempo mi sembrava che Dio vegli di nuovo sulla mia famiglia.
Mi occuperò io di loro.
