Da bambina dormivo in una camera con un letto singolo, ai piedi del letto mia madre aveva appeso una foto a grande risoluzione, montata su cornice a vista, un ingrandimento degli occhi gialli e verdi di un gatto.
Le avevo chiesto più volte di toglierla, ma si era sempre rifiutata. A letto restavo a fissare quegli occhi che neanche al buio sparivano. L’impronta di due lampadine fulminate che persistono. Mi aveva raccontato che la foto era un regalo del suo ex, di quando aveva vent’anni. Gliel’aveva fatta avere perché le ricordava i suoi occhi, che erano gialli con un cerchio esterno verde, colore che in lei predominava in un misto di melanina e blu riflesso, mentre i miei contenevano più giallo, in percentuale. Questo a causa di un pigmento, secondo gli amici pittori di mia madre: il lipocromo.
Era stato per quel ragazzo, diceva, che aveva ingoiato una boccetta di profumo regalatole per il compleanno, perché voleva essere vista e lui non sapeva da che parte iniziare. Mio nonno l’aveva portata al centro tubercolotici dove lavorava, le aveva mostrato le ragazze sottili come le ali dei maggiolini. Non lo aveva più rivisto, dopo. Di recente era scomparso e lei non aveva provato interesse, poche parole, c’ero solo io con lei e non valeva la pena impegnarsi. Le avevo chiesto perché lo avesse fatto se non c’era sentimento. Aveva risposto che faceva le prove. Consumava, deludeva per testare, era un modo come un altro.
Io immaginavo di non essere figlia di mio padre, ma degli altri uomini che mia madre aveva avuto prima di lui. Mi figuravo come una combinazione matematica di diversi DNA, opzioni di me da catalogo non commiste come le soluzioni, ma composte da una linea tracciabile che percorreva il mio corpo in verticale: una metà, quella di mia madre che conoscevo, l’altra un embargo da perseguire. Due parti da scucire e ricucire, posticce e mostruose come un gioco difficile ma non impossibile, accostabili e incontaminabili. Quando mia madre era anziana avevo provato a spingerla verso altri uomini, volevo testarne l’apatia, il disinteresse che provava verso di loro. Mi permetteva di restare con gli adulti alzata fino a tardi. Invitava pittori di Brooklyn, che avevano una casa a S. Frediano sopra una rosticceria, una coppia. Lavoravano con il catrame e l’asfalto, fino a quando non avevano iniziato a dipingere fiori inventati, su cui scrivevano una storia falsa. Gli aveva commissionato tutti i quadri della casa, tranne che per la mia stanza. Perché dovevo dormire con quella foto?, chiedevo al buio. Lei rispondeva di non fare domande, era per il mio bene.
Quando le chiedevano cosa avesse di speciale quell’uomo, se ne era valsa la pena, rispondeva che non aveva assolutamente nulla, era questa la bellezza. Dopo aveva avuto altri, in estate. Faceva finta di essere straniera. Le piaceva immaginarsi qualcun altro costantemente, ma non aveva messo a punto un sistema sufficientemente funzionante per entrare a freddo, uscire e rientrare da sé. Avrebbe voluto essere un apparecchio, azionarsi come un cancello automatico, una macchina, un phon da alberghi di quelli attaccati al muro, on, off.
On.
Mio padre.
Era stata lei a fermarlo in una facoltà che non era la sua, in pausa pranzo a una mensa dove non sarebbe dovuta essere. Lui era un oggetto delicato, scuro. Emanava elettricità statica, come quando si lecca da bambini l’estremità sporgente di una batteria e la lingua è percorsa da una fibrillazione leggera. Per questo lo voleva. Stavolta aveva trovato veramente l’espediente per uscire da sé e non tornarci mai più. Lui viveva in una comune con una pittrice greca, la figlia di un ministro che disegnava corpi di donne senza testa e non aveva mai imparato a dipingere le mani – anche i suoi di schizzi li avrei visti in casa dei miei lungo le pareti, donne ghigliottinate con colli evaporati e artigli notturni. Aveva fatto tutto mia madre poi lui era partito per il militare. La chiamava, le scriveva lettere che ho ritrovato quando mia madre è scomparsa. Raccontava delle giornate in caserma in cui faceva il sarto, delle divise che si erano strappate perché aveva dimenticato la cucitura doppia. Non sapevamo che lavoro facesse mio padre, neanche mia madre ne sapeva niente. Una notte non era tornato. Aveva fatto tardi per comprarmi un pupazzo in un minimarket notturno, dei black block gli avevano puntato addosso una pistola a Omonia, gli avevano voltato la faccia contro il finestrino, stavano per premere il grilletto, quando uno dei due aveva visto la mia foto sul cruscotto e lo avevano lasciato andare. Mia madre da allora era cambiata. Lo aspettava, cucinava. Era durato poco. Era tornata subito con me negli orti botanici e nei borghi, tra i pittori che inventavano storie per i fiori e gli animali di bronzo che non esistevano.
Mio padre aveva continuato a regalarmi giochi da maschio come se fossi ancora riprogrammabile. Non ero di quelle che preferivano i giochi da uomo, li trovavo semplici. Ma i giochi che mio padre mi portava dagli autogrill, di ritorno dopo settimane da città che io non conoscevo e mia madre non memorizzava, li aspettavo tutta la notte. A volte credevo di volere che tornasse solo per questo, per indovinare il nuovo arrivato. Immaginavo che fossero fabbricati lì dentro in luoghi sul confine, a immagine e somiglianza di un ricordo trasmesso in continuazione. Mi regalava soldati, macchine, trasmittenti e radio portatili, mia madre bambole, sirene dai capelli lilla, gli occhi e la coda indaco. Quando lui non c’era lei si sdraiava sul mio letto davanti al quadro del gatto, e pettinavamo insieme i capelli lilla e blu di quei pezzi di plastica abissini, che mi vietava di portare nella vasca perché non si rovinassero.
L’unica cosa che mi avrebbe vietato per sempre.
Mia nonna pronunciava ‘bambina’ con cautela, mi chiamava la piccola, mai con il mio nome. Mia madre aveva scelto di chiamarmi come l’amante di suo nonno. Aveva aspettato che crescessi per domandarmi quale altro nome volessi. L’Iliade era uno dei primi libri che mi aveva regalato, lo portavo con me a sette anni, al teatro. Avevamo il nostro palco privato. La sera mi strofinava le scarpe sporche di terra prima di andare al Maggio musicale, perché nessuno capisse che al mattino mi aveva portata nelle comunità dei krishna sui colli toscani, tra le ville e i parchi con i pavoni selvatici, dove i bambini erano bianchi e biondi, senza melanina perché vegetariani. Mi portava alla certosa, dove mescevano i liquori per l’asma o nei borghi medievali. Andavamo a cercare uova di marmo e serpentino dipinte, che collezionavo nelle vetrine insieme agli insetti, alle sirene violacee e alle rose del deserto, prese nelle oasi in Africa. Dovevamo sempre andare, partire. Scappare come se qualcuno ci inseguisse. Speravo che piovesse la domenica, per non andare da nessuna parte. Una volta glielo avevo detto, non mi aveva parlato per giorni. Poi mi aveva chiesto cosa volessi vedere, avevo risposto che non aveva capito. Non volevo vedere niente, continuava a non capire, e per farla contenta avevo scelto la chimera di bronzo ad Arezzo. Rettili a mazzi fuoriuscivano dalla coda vivi, la testa di leone era fatta di parti composte come le mie origini. Le avevo chiesto di farmici pensare, per il nome.
Una sera, nel palco, le luci intermittenti per richiamare la fine dell’intervallo, avevo scelto per secondo nome Eléni. Risuonava con il mio primo nome, l’amante. Aveva risposto che era perfetto. Mi aveva portata all’anagrafe per aggiungerlo e poi mi aveva regalato la biografia di Elena di Sparta. Perché la casa di Elena era una, dove era nata, prima di essere rapita da Teseo e violentata.
Mia madre mi tingeva i capelli già a dodici anni, diceva che l’estate era una stagione che indossavo bene e mi donava, per questo non sarebbe dovuta finire mai, neanche nello stacco tra il biondo schiarito e le radici. All’asilo mi ero fidanzata con un bambino che volevano tutte. Nel weekend ero partita con mia madre per la montagna, noi due sole.
Non riuscivo a sciare, sentivo la febbre. Qual è il problema? mi aveva chiesto la mattina dopo. Facevo nuotare la bambola della sirena lilla nella neve, le avevo tolto la coda, una lamina plastificata con la coda zigrinata, era possibile farla diventare umana.
Non lo voglio più, non voglio essere la sua fidanzata, avevo risposto. Allora chiamalo e diglielo, prenditi la responsabilità. Era la prima volta che mi dicevano avessi una responsabilità su qualcuno. Gli avevo telefonato con lei davanti, al rifugio.
Dalla seggiovia contavo i guanti persi tra i pini in basso. Li immaginavo la notte uscire come mani dalla neve ghiacciata al buio, implorare di essere ripresi indietro ma io ero troppo lontana per farmi toccare stavolta.
Sei stata brava, aveva detto, mentre sciacquava i miei capelli con l’aceto per renderli brillanti: quella sera aveva lasciato che portassi la sirena con me nella vasca. Mi aveva sistemato i capelli dietro le orecchie, mentre alle mie spalle non potevo vederla e tutto intorno l’acqua si faceva indaco scuro di plastica e vernici disciolte, perché la sirena non era fatta per essere immersa. Da dietro mi aveva scostato una ciocca incollata.
Adesso inizia la parte difficile. Disse.
Non esiste un momento in cui mi sia accorta che il matrimonio dei miei non fosse felice. La felicità non era connessa ai legami ma agli stati d’animo, ai viaggi, a un misto di colori acrilici sovrapponibili, e andava verificata come si guarda una volta a casa uno scatto dopo un viaggio di cui non si è stati sicuri della riuscita. Qualcosa da rievocare, a posteriori la felicità si delineava meglio in uno skyline a luci spente. Era sempre estate.
Quel tipo di estate che poteva essere replicata, tornare negli stessi posti, parlare delle stesse cose. Invitare le stesse persone che sparivano o tornavano. Si accendevano e si spegnevano come le lampadine infedeli.
Mia madre era quella che voleva restare mesi in Grecia in un’isola. Mi aveva insegnato a conoscere persone diverse ogni settimana, ogni anno. C’erano vantaggi nelle persone nuove. Ricominciare, reinventarsi, impegnarsi diluiva i difetti. I difetti sono un lusso, spiegava, se le persone cambiassero gente costantemente si perfezionerebbero. Argomenti, gusti, adattarsi. Strade nuove il tempo di un passaggio. Prendevo le sue lezioni più sul serio di quanto non facesse lei. Non si adattava, era impaziente. Intanto gli altri restavano dieci giorni poi tornavano in Olanda, Austria, Germania, Italia. Tutti andavano, noi restavamo. Troppo poco per i rapporti normali.
Avevo imparato a promettere. Prometto di chiamarti, di pensarti, di non deluderti. Le promesse erano indispensabili. Se non puoi usare la quotidianità la promessa è un passaporto di credibilità.
Avevo sperimentato la mia incapacità di mantenerle quando mi ero fidanzata con un ragazzo austriaco. Lo avevo visto disteso tra i gigli di mare sulla riva, insieme alle sorelle, quattro ragazze bionde identiche fra loro. Non ricordo di cosa parlassimo. Aveva occhi allungati blu come quelli delle sorelle. Un giorno era partito, mi aveva fatto giurare di andare a Baden da lui, io giuravo e già aspettavo i nuovi arrivati. Mi stavo formando nell’incantesimo delle isole tra i pazzi di paese, la gente di passaggio, i pony che non sarebbero mai cresciuti lungo la superstrada, i negozi di stampe su maglietta e l’incrocio dove avevamo fatto un incidente una sera di ritorno dal mare, con mia madre. Non aveva guardato abbastanza e un furgone ci aveva preso in pieno dalla parte del guidatore. Mi era rimasto impresso quell’incrocio, dava sul maneggio e su un ristorante dove facevano balli con i mangiafuoco. Era stato evidente, mentre mia madre scendeva dalla macchina senza avere idea di cosa dovesse fare e senza parlare greco, perché era troppo impaziente per impararlo, che fossimo io e lei sotto un punto qualsiasi dell’orizzonte in un luogo che conoscevamo e non esisteva.
Era stato così anche quando avevo sei anni e dovevamo raggiungere mio padre in Grecia, mia madre aveva sbagliato aereo e ci eravamo imbarcate su uno diretto in Russia. Non c’erano controlli, e quando ce ne eravamo accorte una volta salite a bordo aveva gridato alle hostess di farci scendere, ma senza convinzione. Come se scoprire di essere diretti in qualsiasi parte del mondo e sparire in uno stato qualsiasi fosse in fondo credibile. Accettabile. Poi era successo di nuovo quella sera di ritorno dalla spiaggia.
Era stata lei a crescermi in un luogo simile, tra i giornali stranieri che arrivavano in ritardo di cui si commentavano le notizie vecchie senza scadenza. Se tutto era accaduto ieri o al massimo il giorno prima, non esisteva passato. Un mese fa era ancora ieri, finché non spariva senza passaggi graduali e senza lasciare tracce, cadendo in un buco nero dove cadevano tutte le cose che non sapevo collocare. Spazi bianchi, giuramenti. La mia stessa voce.
