Raccolgo spazzatura varia: cartacce e residui di ogni genere, mozziconi di sigarette. Adoro i mozziconi, perché si infilano dovunque, in ogni pertugio possibile. Ho una vasta cultura a riguardo.
Con il tempo sono diventato uno “specialista”, anche se non li raccolgo tutti quanti. Scelgo solo quelli della marca che mi interessa, accuratamente: le Caflish rosse. Ho comprato pure una torcia a led da mettere sulla fronte, in modo da poter sempre illuminare la scena. Nelle mie tasche poi, non deve mai mancare nemmeno una lente d’ingrandimento. Se il mozzicone è, per così dire, “storico”, potrebbe avere la scritta rovinata e a volte si può fare molta fatica a distinguerla. Una Caflish rossa è diversa da una Caflish blu, seppur, a un occhio inesperto, potrebbero sembrare identiche.
Mi piace lavorare la notte. Nessuno ormai vuole più fare questo mestiere, il netturbino, e soprattutto farlo dopo il calar del sole. A me invece piace, mi intriga e mi riempie d’orgoglio. Quell’aggirarmi nel buio tra i vicoli della città è come se mi facesse sentire straordinario. Di solito mi desto dopo le sei del pomeriggio, dopo aver fatto un sonnellino preparatorio e recitato la preghiera, e poi inizio a cucinare qualcosa per la cena.
Vivo in un piccolo appartamento, più o meno di trentacinque metri quadrati; a esser precisi, sarebbero trentatré e settanta. È stato costruito verso la fine del 1959 ed è conservato così come era stato creato. È tutto ben pulito e mantenuto, mi occupo di tutto io, ci tengo alla mia casetta. La parte che più mi piace è il bagno, totalmente ricoperto da piccole mattonelle rettangolari rosa pallido. Stretto e lungo, accoglie comodamente una vasca da bagno, bidet, water e lavandino. Pulisco ogni giorno quel bagno, mattonella dopo mattonella. Con uno scovolino ripasso bene anche le fughe e, in certe giornate, quando sono ispirato, faccio uso anche di stuzzicadenti per grattare via le minime imperfezioni. Quel bagno mi accoglie come un ventre materno. A volte, d’estate, quando fa molto caldo, mi appiccico nudo sulle pareti o sul pavimento. Sento come un’energia che da me passa al rosa delle mattonelle e viceversa. Ho come l’impressione di riuscire a mimetizzarmi con esse, nello stesso modo in cui farebbe un camaleonte.
Nella sala/camera da letto ho una piccola scrivania e sopra un microscopio tedesco degli anni Quaranta dello scorso secolo. È di ottima fattura e funziona benissimo. L’ho trovato durante una notte di lavoro: qualcuno aveva svuotato una cantina mettendo in strada quell’oggetto meraviglioso. Io l’ho preso, smontato e ripulito alla perfezione. Quel marchingegno mi è utilissimo per le mie ricerche: con esso osservo, con paziente passione, quello che più mi interessa al mondo, i mozziconi di sigaretta marca Caflish rosse. Entro al lavoro dalle ventuno fino alle due del mattino. Cinque ore per raccogliere i residui dell’antropocene. Cinque ore in cui devo darmi da fare per trovare il mozzicone giusto, quello macchiato dal rossetto mancante.
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Dietro al microscopio, sulla scrivania, c’è una teca con una decina di mozziconi, macchiati di varie tonalità di rosa. Le donne che hanno questi rossetti fanno uso esclusivamente delle Caflish rosse. Confronto poi il colore dei mozziconi con quello delle mattonelle del mio bagno e nessuno, fino ad oggi, è risultato perfettamente combaciante. Sono arrivato molto vicino, ma ancora manca l’ultimo, la tonalità perfetta. Ho una bizzarra idea, una convinzione: che il giorno in cui troverò la donna dal rossetto giusto la sposerò. Ci ameremo, basterà che il colore coincida con quello delle mattonelle del mio bagno, lo so. Non mi interessa che sia palestinese, come lo sono io, o ebrea: succederà…
Quella notte ero in una grande strada a pulire con dei miei colleghi. Loro parlavano sempre tanto, io non sono mai stato un grande chiacchierone. Li ascoltavo con pazienza, senza intervenire mai. I loro argomenti non mi piacevano, erano sempre i soliti. Una camionetta dell’esercito ci passò davanti e, dopo circa cinquanta metri, si fermò per far scendere tre soldati, due donne e un uomo. Noi continuammo a fare il nostro lavoro. Una delle due ragazze stava aspirando una sigaretta, non lo avrebbe potuto fare: tutti sanno che i militari in luoghi pubblici non possono fumare. Ma lei pareva fregarsene. Le dita sorreggevano lievemente quella lucina rossa, la vedevo fare su e giù e mi ipnotizzavo. Poi lei gettò il mozzicone a terra e io non resistetti, mi avvicinai. I colleghi mi chiamarono: non era una buona idea avvicinarsi di notte a tre soldati e infatti i militari mi intimarono di fermarmi, armi alla mano. Io spiegai che stavo solo facendo il mio lavoro, pulire la strada e null’altro. La soldatessa che aveva gettato la sigaretta si avvicinò e mi chiese i documenti, prendendo le mie generalità. Io le guardavo le labbra, erano rosa. Il cuore mi batteva forte. Per tutto il tempo guardavo il mozzicone e quelle labbra. Mi parlò, mi disse diverse cose, soprattutto di andarmene. Io la ringraziai ma, prima di farlo, mi chinai per raccogliere il mozzicone che aveva gettato a terra. La luce del lampione fu sufficiente perché io riuscissi a leggere su di esso la scritta Caflish rosse.
Mantenni nella tasca il mio tesoro per tutto il resto del turno, senza mai riguardarlo. Una volta arrivato a casa lo avrei studiato attentamente. Ci voleva quasi un’ora di strada per far ritorno al mio appartamento, non tanto per la distanza quanto per i controlli in entrata e uscita dal valico. Appena arrivai a destinazione misi dunque quel mozzicone sotto al microscopio, confrontandolo con gli altri campioni della teca. In ultimo lo portai in bagno per un primo confronto e, con profonda gioia, ai miei occhi tutto combaciava: il colore pareva quello giusto. Per avere la conferma avrei dovuto fare di nuovo il confronto con la luce del giorno, perché già una volta mi era capitato di prendere un abbaglio, ma qualcosa mi diceva che era la volta buona. Abbracciai il muro di mattonelle rosa dalla felicità, dormendo nella vasca da bagno per essere pronto alle prime luci del giorno. All’alba un razzo colpì in pieno il bagno del mio appartamento. Le mie mattonelle rosa, e il sogno d’amore finirono quel giorno; esplodendo assieme alla mia vita.

Un delicato frammento di vita quotidiana e di amore spezzato nel momento più bello dall’odio, amore ed odio in questo racconto sono delle stessa materia, sconosciuti ed incorporei, si ama ciò che desideriamo senza conoscerlo, si odia e si uccide ciò che odiamo senza conoscerlo