Avevano sempre invidiato le punizioni degli altri. Avevano sempre custodito il desiderio di essere puniti in modo giusto. Le punizioni rigorose, razionalmente impartite, rappresentavano un anelito segreto, restrizioni dentro le quali poter essere liberi.
“Pensa alla punizione che meriteresti, figliolo,” recitavano i genitori dei telefilm americani alla prole indisciplinata, “e vai pure in camera tua.” Il papà raggiungeva il figlio nella stanza, si sedeva sul letto e gli chiedeva il perché di un certo comportamento o di una bugia. Il figlio spiegava, il padre ascoltava, il figlio si scusava, il padre accoglieva le scuse e stabiliva un castigo. Erano Genitori in blue jeans, Happy Days, non esistevano famiglie del genere, nella realtà, non esistevano quei genitori illuminati. Eppure, gli amici di Alessia e di Nicola erano veri. “Io non posso uscire per due mesi,” le aveva detto Sara a scuola, “vieni tu a casa mia, vieni che ci mettiamo lo smalto nero e ascoltiamo i Take That.” La mamma di Sara l’aveva ricevuta con un sorriso, aveva preparato la merenda a entrambe e poi era tornata a lavoro.
Sara aveva saltato la scuola per due giorni di fila: se n’era andata al mare con una comitiva, c’era il ragazzo che le piaceva. La madre l’aveva scoperto dai granelli di sabbia disseminati in casa. Scricchiolavano sotto le ciabatte, quei maledetti. Eppure, la quotidianità di Sara e della sua famiglia continuava anche nel mezzo della punizione: si cenava alle otto e mezza, si accoglieva l’amica del cuore, si rispondeva gentilmente al telefono.
Era lo scorrere fluido dell’esistenza la dimensione intorno alla quale Alessia e Nicola orbitavano, alla ricerca di un varco. La vita che continuava a essere vissuta nonostante uno sbaglio. I genitori punivano i figli ma continuavano a parlarci e ad averci a che fare. In casa loro, no. La madre di Alessia e di Nicola smetteva di parlare. Un silenzio luttuoso, un silenzio che mordeva lo stomaco.
Prima del silenzio, però, c’era il rumore. Urla che bucavano il cielo. Ululati che si propagavano su frequenze terrifiche fino a esaurirsi nella preghiera del fratello e della sorella, di scomparire. “Siete la mia rovina,” strillava la madre, “chiamo il 112, il 113, chiamo gli zingari.” Si metteva al telefono, alzava la cornetta e componeva il numero. Nicola soffocava nei singhiozzi, Alessia si precipitava a pigiare il tasto del telefono per interrompere la comunicazione. Allora la madre scaraventava il telefono sul pavimento e iniziava a correre verso il balcone. Loro la inseguivano. Prendeva la rincorsa, la madre, spalancava la porta del soggiorno, si sporgeva nel vuoto, si piegava sulla ringhiera e faceva per scavalcarla. Loro la tiravano indietro, con la forza delle braccia e delle mani ancora tenere. Lei si accasciava sulle mattonelle fredde e lì restava, a piangere sulle macerie della famiglia, invocando Dio che la salvasse da quei figli ingrati, che non sapevano ubbidire, che non meritavano una mamma.
Era a quel punto che iniziava la fase del silenzio. Il tempo in cui il figlio e la figlia diventavano invisibili per la madre.
Le punizioni degli altri erano caratterizzate da un termine: non importava quale, purché esistesse. Nella casa di Nicola e di Alessia, quel silenzio che era annientamento della vita aveva una durata potenzialmente inesauribile. Non esisteva un quando, a nessuno era dato saperlo. Neanche alla madre stessa, che forse a un certo punto si stancava di una casa senza suoni e senza sguardi e pensava di poter ricominciare a poggiare gli occhi sui suoi figli. A dire ciao.
L’infanzia era andata così e l’adolescenza stava proseguendo allo stesso modo, peggio, in realtà. Alessia aveva quindici anni e la madre non la sapeva gestire una ragazzina che aspirava a vivere come le sue coetanee. Ogni fiammella che si accendeva sul viso della figlia quando chiedeva di partecipare a una festa, si spegneva nella voce della madre. Era piccola per le feste, non erano situazioni sicure quelle: ragazze e ragazzi nello stesso spazio senza la supervisione di un adulto, le sigarette e l’alcol, le droghe occultate nei bicchieri.
Doveva ancora crescere Alessia, diventare matura, dimostrare responsabilità, e poi forse avrebbero valutato una festa. Alessia diventava grande, e più grande ancora diventava la fatica nell’accogliere i continui dinieghi con la remissione di una bambina. Nicola invece sì, accoglieva tutto della madre, aveva undici anni: non arrecarle sofferenza era il principio di cui era impregnata quella sua manciata di anni.
Ad Alessia non importava più, stava intuendo che forse si sarebbe arrabbiata sempre, la madre, che quello era il suo modo di stare al mondo… e loro erano i bersagli dell’ira e gli strumenti della catarsi. Li aveva creati, erano suoi, i figli. Per scaricare la paura del male, purificarsi e ricominciare inevitabilmente a covarla. Ma Alessia voleva vivere e cominciò a ribellarsi. E la madre si ribellava alla ribellione della figlia mettendo in scena grida più acute, tentativi nuovi di farsi del male, silenzi più lunghi.
In quei periodi il gelo della madre non coinvolgeva più solo i figli: se capitava che una compagna o un compagno li cercasse, al citofono o al telefono, lei attaccava il ricevitore senza proferire parola, oppure con l’invito a non disturbare Alessia e Nicola che erano impegnati nello studio. Al tempo stesso, con i vicini di casa, i colleghi, le colleghe, i parenti, la madre continuava a rapportarsi naturalmente, dispensando gentilezza, sorrisi, in alcuni casi, una risata.
Il primo sabato di febbraio, Sara compiva sedici anni e avrebbe festeggiato da Rupert, il nuovo pub della città, tutta la classe era invitata e quella mattina c’era una bella atmosfera di attesa ed euforia, a scuola. Alessia aveva implorato cento volte la madre, si era inginocchiata al suo cospetto: “Non te lo meriti,” era stata la risposta, “inizia a ubbidire. Poi si vedrà.” Alessia non sapeva urlare, non le usciva proprio, la voce.
La sera della festa, intorno alle sette, a casa di Alessia e di Nicola suonò il campanello. La madre aprì la porta e si trovò di fronte i genitori di Sara. I coniugi si scusarono per l’intromissione e chiesero alla donna di poter avere Alessia al compleanno di Sara. “Le ragazze sono amiche del cuore, cara signora, la festa sarebbe triste senza Alessia. Mi permetto di chiederle questo favore, da madre a madre.”
La mamma di Alessia scosse la testa e a quel punto intervenne il padre di Sara: “Signora, ci permetta di accompagnare sua figlia. Ha la mia parola: io e mia moglie saremo presenti nel locale per tutto il tempo, ed entro mezzanotte la riaccompagneremo a casa.”
“Mi dispiace, non si può.”
Fu a quel punto che Sara sbucò sul pianerottolo e che Alessia si affacciò sulla soglia di casa. Le due ragazze si guardarono, pregarono, piansero, braccarono quella donna che per la prima volta sembrò cedere, come un animale vessato e preso in trappola.
La madre non disse sì, ma neanche disse no.
Alessia si tirò Sara dentro casa ad assicurarsi protezione. “Preparati, dai,” la incitò l’amica e andarono in camera.
I genitori ringraziarono e rassicurarono che avrebbero supervisionato sempre.
La madre li salutò con un cenno del capo e andò a chiudersi nella sua stanza da letto, come gli animali morenti che si isolano dal branco, per soffrire, per morire. Le ragazze uscirono e lei rimase sul letto, immobile, china nel buio.
Verso le otto Nicola bussò: “Ceniamo, mamma? Preparo la tavola?”
“Fai tu, mangia e vai subito a letto.”
“Mamma, perché subito? È sabato.”
“Ho detto subito. Obbedisci!”
“Non arrabbiarti mamma, obbedisco, mamma.”
Era mezzanotte quando Alessia rincasò. Nel girare la chiave nella toppa sapeva che l’avrebbe trovata sveglia, in procinto di attaccare, ma aveva conquistato la sua festa e tutto era stato meraviglioso. Era pronta.
Stava seduta nel tinello, la madre, con la mano sulla bocca: “Mi hai umiliata. Mi hai messa con le spalle al muro.” Parlò sottovoce, serrandosi il muso in una morsa. Stringeva così forte che Alessia temette che i denti le si stessero sgretolando, che le labbra sanguinassero.
“Non ti ho umiliata.”
La madre balzò dalla sedia, la prese per le spalle e la schiacciò sul muro.
“Sei una maledetta. Sei la mia vergogna.” E la morsa si ruppe e le grida vibrarono in tutto l’appartamento, fino alla stanza di Nicola, fino a colpire le sue orecchie giovani e consumate da quei suoni ferini. Il bambino si alzò e raggiunse il tinello.
“Mamma…”
La madre si premeva sul corpo della sorella.
“Mamma ti prego.”
“Maledetti!”
“Io cosa ho fatto, mamma?”
“Mi mortificate. Sempre!”
“Perché?” Piangeva Nicola.
La madre con un nuovo balzo scomparve nel cucinino. Riapparve con un coltello: lungo, la lama che scintillava nella penombra del tinello. Si diresse verso la figlia, il pugnale oscillava come una candela che accompagna una canzone dolce: “Cosa devo fare io con te? Dimmelo!”
Alessia si era portata nell’angolo del soggiorno, a dissolversi dentro le pareti.
Nicola si avvicinò alla madre, sfiorò il dorso della mano che impugnava l’arma, la madre si volse al figlio che aveva gli occhi spalancati su di lei, il visetto tondo tirato nel dolore. Esitò per qualche secondo, lasciò cadere il coltello, Alessia uscì dall’angolo, allora la madre dovette riprendere il controllo di quel palcoscenico scellerato e si avviò verso il balcone, sempre il balcone, il maledetto balcone.
Alessia non corse dietro alla madre, questa volta, e bloccò suo fratello che era scattato come sempre: “Stai fermo, Nic, non succede nulla, non lo fa, mamma non si butta, stai fermo. Stai con me.”
“Lasciami, lasciami” si dimenava Nicola. Alessia lo legò a sé e allora lui le ghermì il braccio fra i denti. E morse. Alessia fece resistenza, ma Nicola morse di più e più forte fino a quando la sorella dovette allentare la presa e lui riuscì a svincolarsi per librare verso la madre.
La madre si era sporta alla ringhiera, il movimento lento, scandito, il tronco allungato nell’aria nera, una mano sulla ringhiera e l’altra libera, il piede si sollevò nell’atto di scavalcare e a quel piede Nicola si aggrappò per riportarlo a terra. Tirò con vigore e restituì il corpo della madre alla parte giusta del maledetto balcone. Il figlioletto l’aveva salvata, di nuovo, si accorse la madre dentro il pianto di quel bambino stremato. La figlia invece no, aveva ragione a pensare che fosse un’ingrata, che non voleva essere protetta, un’adolescente sciatta… e il male che si stava placando le rigurgitò dentro… e allora lo scalciò via con la gamba alla quale era ancora aggrappato Nicola. Lui, carponi, attaccato al ginocchio, mentre lei lanciò la gamba e il figlio lontano. E Nicola si strappò dalla carne della madre, scivolò a terra, andando a urtare contro una delle statue del balcone. Era la statua di Biancaneve, colorata, alta circa un metro, tutta di pietra. Ai piedi di Biancaneve, Nicola smise di agitarsi. Smise di muoversi. Smise di piangere. Alessia si avvicinò al fratello, senza osare toccarlo, fu la madre a inginocchiarsi davanti al figlio, adesso. Lo prese fra le braccia, lo riportò in casa. Distese il corpicino sul divano, gli sfiorò la fronte e si guardò le dita: erano rosse, erano di sangue.

un bel racconto, scritto con ritmo e passione. Biasone ha talento e grande sensibilità
Grazie, grazie.
Racconto toccante e che trasmette tutto il tormento dei personaggi.
Molto bello!
Grazie di cuore.
Atmosfera e personaggi davvero ben costruiti!
Molto bello.
Grazie, grazie.