Sul marciapiede Cinese fuma e aspetta.
Fuma lentamente un sigaretto senza filtro aromatizzato alla nocciola, mentre aspetta che qualcuno scenda al piano terra per aprirgli il portellone tagliafuoco d’ingresso alla palestra.
La strada è ghiacciata.
E le case sono quasi tutte illuminate, sebbene sia soltanto mezzogiorno.
Sul marciapiede, Cinese fuma, aspetta e sorveglia la sua roba, stipata dentro tre borsoni speciali che la Lotto volle regalargli in occasione del suo addio al tennis: c’è sopra la sua faccia, in bianco e nero, e lungo le cerniere la sua firma. Se li è ammucchiati intorno, come fa la gente in aeroporto.
Ogni tanto tossisce e scatarra del giallastro dentro una fioriera.
A un certo punto sente una chiave sferragliare dentro la serratura del portellone tagliafuoco, allora drizza la schiena e per istinto si passa una mano fra i capelli, come a sistemarli; la chiave ciancica a vuoto per un pezzo; poi una voce da omone, di là del portellone, dice che forse non è quella giusta.
«Anche se…» dice.
Dopo torna il silenzio, ma è un silenzio inesatto perché Cinese è sicuro che l’omone sia ancora lì a respirare dall’altro lato della porta. Ne è così sicuro che a un certo punto c’avvicina l’orecchio. Il freddo dell’alluminio lo punge sul lobo e da lì s’allaga sulla guancia, sulle tempie, dietro al collo.
«Adesso arrivo», dice l’omone.
Vedi che era lì, pensa Cinese.
«Fa freddo», dice.
Ma dal portellone tagliafuoco non si sente più un accidente.
Adesso tutto tace davvero. Eccetto l’eco di un abbaio lontano.
Sul marciapiede, Cinese fuma, aspetta, sorveglia la sua roba e beve del caffè da un thermos della coca cola. Guarda le case che ha intorno e l’edificio stesso che lo aspetta: gli pare che tutto voglia come finire. La processione di balconi tutti uguali, le carie di intonaco, le muffe sulle facciate, il cemento ovunque crepato, le strade vuote. Sembra che ogni cosa altro non voglia che colare via, sciogliersi pian piano, sparire. Poi Cinese guarda i borsoni e mentre un po’ di passato gli risale nella testa, a emulsione lenta, come ogni giorno, si vede sorridente sulla stampa sotto la tracolla.
Che foto, pensa, eh eh, che mascellone… ad averceli i chili di quel giorno.
Finalmente l’omone torna con la chiave giusta e apre il portellone tagliafuoco. Ha degli scarponi enormi, un orologio d’oro e una faccia che non offre niente. Gli occhi sono molto scuri.
Senza dire una parola fa cenno a Cinese di seguirlo.
Insieme attraversano il campo multiuso, sfilano sotto la piccola tribuna vuota, infilano un lungo corridoio pieno di spogliatoi, minuscole salette sgombre e un paio di sgabuzzini in malora.
L’aria odora di limone e di umido, come di bagno pubblico appena ripulito.
Finito il corridoio svoltano a destra, a sinistra e ancora a destra, sino a sbucare in una stanza tutta bianca: mura bianche, porte bianche, mattonelle bianche, sedie bianche, una lunga tavolata anch’essa bianca a eccezione dei piedi, grigissimi.
«Il posto è qua», dice l’omone.
«Ma la gente deve farsi tutta questa strada?» chiede Cinese.
L’omone dondola la testa, fa come dei cerchi, ma senza alcuna smorfia.
«Vuol dire no?» chiede Cinese.
«Vuol dire boh», dice l’omone.
«Io so solo che il posto è qua», ripete con una voce che è una nota sola.
E dopo se ne va, ciondolando placidamente e infilando il corridoio.
Cinese allora solleva i tre borsoni, li posa sulla lunga tavolata, sfila con cura le cerniere principali e un pezzo per volta comincia a tirar via tutto quanto: le prime cose sono le racchette, una trentina – ciascuna è un torneo, una geografia del mondo e di sé stesso; le seconde sono le corde, un centinaio – tutte in budello naturale; le terze sono i completini, una ventina; le quarte le scarpe, una ventina pure loro – ciascun paio sbavato come dio comanda dalla terra rossa o dall’erba; a seguire i grip, gli overgrip, gli antivibro, le pinze, i polsini, le polsiere, le cavigliere, le fascette, i nastri protettivi, le tovaglie, i calzascarpe e i fazzoletti di tessuto; in ultimo le coppe, i piatti, le targhe, sei in tutto; un primo e cinque terzi posti: la contabilità prudente d’una carriera intera avvolta dentro le pagine pubblicitarie della Standa.
«Ma dove minchia è?» chiede la ragazza.
«Dopo il corridoio», dice il ragazzo, «l’hai sentito l’orso».
I due camminano lenti, nella penombra, frugando con gli occhi sotto ogni porta chiusa.
«Se è davvero lui», dice lei, «se è davvero lui è proprio…»
«È proprio che?» chiede.
«Minchia, Cinese, se è il Cinese io…»
«Prova un po’ a destra», fa lui.«Vedo una luce», dice lei.
«Non andarle incontro, amore mio», scherza lui, «resta con me».
I due entrano nella stanza e si fermano a un paio di metri dalla lunga tavolata adesso integralmente occupata.
«Dici che è davvero roba sua?» chiede la ragazza.
«Ma lui non c’è?» chiede il ragazzo. «Dice che c’era?»
«Ma figurati», dice lei, «scema io che…»
Il ragazzo prende una scarpa, se la porta vicino agli occhi e ride.
«Questa puzza ancora», dice.
La ragazza, serissima, gli fa cenno di posarla subito e comincia a guardare tutto come si è imposta: con ordine.
Dopo una manciata di minuti, i due si mettono seduti su una piccola panchetta che sta aderente al muro. Si accendono una sigaretta e prendono a fare pallini con il fiato. A volte ridono.
«Certo che è un posto del cazzo», dice lui.
«Un orrore», dice lei, e sguscia via i talloni dalle scarpe.
«Com’è che si finisce qui», dice lui, con una storia come quella del Cinese…
«Un orrore», dice ancora lei.
«Non capisco…» dice lui.
«C’avevo il poster», dice lei.
«Ma va?» Fa lui.
«Giuro…» fa lei.
«Ci facevo anche certe fantasie che non t’immagini.»
«Ma va…» fa lui.
«Mi piacevano i capelli, fa lei, gli occhi da indio e le mani, oh quelle mani…»
«Che tipo che sei», commenta lui.
«Oh, fa ancora lei, guarda che da ragazzo era…»
Il ragazzo si alza, impugna una racchetta e finge una posizione da servizio.
«Ammazza, fa lei, sei un tronco».
«Ah no?» fa lui.
«Non lo dico mica in senso buono, fa lei».
«Ehi ehi ehi, fa lui, ma qui c’è il prezzo? »
«Ma figurati…» fa lei, alzandosi e cercando subito di acchiappare la racchetta.
«Guarda un po’, fa lui offrendole l’impugnatura.
«Estoril», legge lei con un filo di voce e ammutolendosi sulla cifra scritta di fianco. «Estoril», sussurra ancora.
Il ragazzo sta per dire qualcosa, ma poi le vede gli occhi e si ferma, rimane zitto.
«Dai», fa lei a voce sempre molto bassa, ma come, Estoril…»
«Comprala tu», dice il ragazzo ora con una bella faccia.
La ragazza non dice niente.
«Comprala», ripete.
La ragazza gli fa una specie di sorriso, poi si avvicina al tavolo e posa la racchetta lì dov’era.
«Se ti sanno così fan», dice lui, «capace che ci fanno uno scontone».
Cinese arriva con il passo lento e una busta del supermercato sulla spalla: dentro ha qualche birra, dell’acqua frizzante, due panini, un pacchetto di gomme alla menta e una barretta di cioccolato con il caramello salato. Come entra nella stanza, punta dritto la lunga tavolata, ma si volta d’istinto verso la panchina perché da lì gli pare di sentire una specie di mugolio: il ragazzo e la ragazza si stanno baciando, tastandosi con le mani da tutte le parti.
«Salve», cerca di dire con garbo.
«Salve», gli dice la ragazza come sgranando gli occhi.
«Credevamo non ci fosse nessuno», dice il ragazzo.
«Non c’era nessuno», dice con gentilezza Cinese, «e mi è venuta fame».
La ragazza si alza in piedi e con un gesto solo si centra il gonnellino finito sghembo.
«Siete qui per me?» chiede Cinese.
«Oh sì», dice la ragazza, «certo… non pensavamo ci fosse davvero».
«Lei è una sua grande fan», interviene il ragazzo.
Cinese sorride, cercando gli occhi di entrambi.
«È un piacere», dice poi, tirando fuori una sedia da sotto la lunga tavolata e sedendosi sul lato corto.
Il ragazzo tossisce, si schiarisce la gola, guarda la ragazza incantata e dopo torna a sedere sulla panca.
Cinese allora allunga un piede di nuovo sotto la tavola e accende una piantana la cui luce, piuttosto calda, abbaglia l’angolo con i trofei. La ragazza si volta a guardarli, ma dopo un paio di secondi torna con gli occhi sul Cinese, adesso illuminato di profilo.
«Ti piace qualcosa?» le fa lui.
«Tutto…» dice lei.
«Sei troppo giovane», dice lui, «davvero mi conosci?»
«Mio padre», dice lei e fa una pausa. «Mio padre è suo fan… forse il suo più grande fan…»
Cinese sorride e abbassa gli occhi.
«Voleva che giocassi a tennis», continua lei, «e che avessi il suo rovescio…»
«Grazie», dice Cinese ma senza guardarla.
La ragazza torna a vedersi le maglie, le scarpe, le targhe e non dice più niente.
Cinese si stappa una birra.
Dopo una decina di minuti, il ragazzo si alza e tira fuori il libretto degli assegni, rimanendo un poco storto mentre con la mano libera si cerca una penna nelle tasche.
«Avanti», dice alla ragazza, «cosa prendiamo?»
«Niente», fa lei.
«Che niente», fa lui, forza…»
«Non voglio niente», sussurra lei più dura.
«Nemmeno Estoril?» chiede lui.
La ragazza sbuffa un poco, non dice niente.
«Estoril ti piace», dice il ragazzo spingendo in su la voce.
Cinese allora si alza, allunga una mano fra le racchette e alla cieca prende quella di Estoril.
«Se è un fatto di prezzo…» dice, ma non fa in tempo a finire la frase.
«Come può vendere Estoril?» Gli chiede la ragazza.
Cinese le fa una specie di sorriso.
«Nessuno vende Estoril», le risponde.
Il ragazzo e la ragazza lo guardano senza capire.
Negli occhi del Cinese adesso c’è come un imperativo animale.
«Questa è una racchetta», dice, «nessuno mi prende Estoril…»
I tre rimangono in silenzio qualche secondo. Ciascuno posa gli occhi da qualche altra parte.
«Perché vende tutto?» chiede il ragazzo.
«Perché mi servono soldi», dice Cinese con una voce che adesso è una corda d’acciaio.
«E non le dispiace?» fa adesso lei, quasi materna.
«E certo», dice Cinese in un bel modo, «ma fa niente…»
