[Editing di Gaia Parlato e Antonio Russo De Vivo.]
Il giorno del fatto, Vittorio arrivò all’ufficio Postale puntuale come al solito. La donna che era di turno quella mattina gli indicò un grande pacco e gli disse che quello era l’unico della giornata; poi uscì dall’ufficio per delle commissioni.
Che quello fosse l’unico pacco da consegnare non c’era da stupirsi. Nel 1948, a Bussanto, un paesino dell’alta Italia di ottocento abitanti, innevato nove mesi l’anno, con una scuola alta un piano e un solo bar rifornito due volte al mese, capitava che non ci fosse nulla da consegnare. Vittorio alzò il pacco e lesse sul fronte: Il treno – Opera Anonima. Incuriosito, strappò la carta e si ritrovò davanti un quadro. Lo guardò per qualche secondo, poi, senza alcun permesso, lo appese al muro e si sedette per terra ad ammirarlo. A Bussanto ci conoscevamo tutti, e Vittorio, come altri su quelle montagne, era stato tante cose, ma un appassionato d’arte no, quello mai. Quando la donna dell’ufficio postale rientrò, si accorse che Vittorio era sparito, e in compenso trovò questa grande tela appesa al muro raffigurante dei binari, un capostazione che saluta e un cielo libero da nuvole.
Dopo un’ora dall’accaduto sentii bussare alla porta del mio studio. Era la moglie di Vittorio. Mi disse che il marito era rincasato durante l’orario di lavoro e che delirava circa uno strano quadro che aveva visto all’ufficio postale. Quale quadro?, chiesi, e lei mi rispose soltanto che il marito lo chiamava Il Treno. Conoscevo quella coppia da una vita intera e non avevo mai visto la donna tanto agitata, così le dissi che sarei andato subito da loro.
Non appena entrai in casa vidi Vittorio impallidito camminare avanti e indietro con le mani nei capelli. Quando si accorse della mia presenza mi venne incontro e urlò che avremmo dovuto trovare subito il treno. Di cosa stai parlando? chiesi io, Lo vede, dottore? è impazzito, è impazzito mio marito, Non metterti in mezzo tu! urlò Vittorio, Calmatevi, dissi io, cos’hai visto? Nell’ufficio postale – iniziò a dire – è arrivato un quadro, si chiama Il Treno, ci sono i binari, c’è il capostazione che saluta qualcuno, c’è il cielo, senza una nuvola, ci sono i fiori, c’è tutto, ma non c’è il treno, glielo giuro, dottore, il treno non si vede.
Ha visto? È impazzito, è impazzito mio marito!
Stai zitta, devi stare zitta, non sai di cosa sono capace io!
Così rispose Vittorio, e io restai allibito, perché quell’uomo, e di questo ne sono stato testimone, non riusciva neanche a schiacciare gli scarafaggi che gli entravano in casa d’estate. Allora, presi io a dire, Quando ti sei alzato questa mattina come ti sentivi? Al solito, rispose lui. Hai avuto giramenti di testa, abbassamenti della vista o qualcosa del genere? Ma perché?, si intromise la moglie, cosa può essere? Niente! urlò Vittorio, Sono l’unico bussantino sano, io. L’uomo continuava a ripetere che bisognava trovare il treno che mancava nel quadro, altrimenti Bussanto si sarebbe estinta, anzi, altro che Bussanto, il mondo intero si sarebbe estinto, e che se non avessimo trovato il treno, alla fine saremmo morti tutti.
Il pover’uomo certamente aveva perso la ragione per colpa della guerra, perché nessuno può conoscere fino in fondo i traumi che una cosa del genere si porta dietro, e forse c’entrava anche quella faccenda che aveva coinvolto la stazione di Bussanto, chiusa ormai da otto anni, ovvero da quando la guerra si era impossessata del paese. Tanta gente di Bussanto, tra cui anche Vittorio, aveva dovuto troncare rapporti con parenti e amici che vivevano in giro per il settentrione. Senza una stazione attiva, anche pacchi e lettere impiegavano mesi ad arrivare a destinazione; quando ci arrivavano. Per tutti i Bussantini era diventato estenuante non poter comunicare con il mondo esterno, ma questo giustificava un attacco psicotico da parte di un uomo come Vittorio?
Gli diedi dei calmanti leggeri, raccomandai alla moglie di stargli vicino e indossai il giaccone per tornarmene al mio studio, quando all’improvviso sentii urlare Dottore, Dottore, mi aiuti Dottore. Uscii di corsa e vidi la mia segretaria con dei tagli in faccia, come se un gatto l’avesse aggredita e poi graffiata. Mi avvicinai e le chiesi cosa fosse mai accaduto. Mi spiegò che la donna che lavorava all’ufficio postale era come impazzita dopo aver visto un quadro, uno strano quadro ritraente binari, capostazione e cielo limpido, e che voleva per forza sapere che fine avesse fatto il treno. La donna, mi raccontò la mia segretaria, dopo aver preteso invano una risposta, l’aveva aggredita graffiandole il volto e lasciandola sanguinante, per poi camminare veloce verso l’uscita. Fu a quel punto che me la ritrovai di fronte. Eccola, eccola, disse la mia segretaria, Giovanna, dissi io, Calmati, che cos’hai?
Dov’è il treno? Chiese lei.
Quale treno? le risposi,
Quel quadro, si chiama Il Treno, e c’è tutto, c’è il capostazione, ci sono i binari. Dov’è il treno?
Mentre provavo a farla ragionare, Vittorio ci raggiunse al centro della strada e loro due, i primi colpiti da quella specie di psicosi, si misero uno accanto all’altro, e ci dissero che loro non avevano più tempo, che avrebbero dovuto trovare il Treno, costi quel costi. Io fui costretto a tornare nel mio studio. Avevo bisogno dei miei libri per dare un senso a quell’assurda coincidenza.
Prima di tutto ritenni necessario studiare altri casi simili. Scoprii che vi era stata un’epidemia da ballo, nel 1518, a Strasburgo, in Francia, e che circa quattrocento persone ballarono per giorni senza fermarsi. Ma questo non aveva molto a che fare con il mio caso, perché riguardava soltanto il pensiero, e di fisico non aveva granché, se non un’improvvisa aggressività. E poi, parlare con loro pareva impossibile, tanto che neanche la moglie di Vittorio ci aveva capito qualcosa, e tutti sapevamo quanto i due fossero legati. Mentre studiavo i vari casi di isteria collettiva, squillò il telefono. Gli unici che a Bussanto ne possedevano uno erano lo studio medico, dunque io, e l’amministrazione comunale.
Dottore,
Sì,
Cosa sta succedendo? Ci hanno comunicato che Vittorio e Giovanna hanno aggredito qualcuno.
Sì, la mia segretaria.
È ferita?
Sta bene.
Che sta succedendo?
Non lo so ancora. Dicono di aver visto un quadro.
Il Treno?
Sì, Il Treno, lo conosce?
Certo, lo abbiamo richiesto noi. Doveva arrivare oggi.
Perché mai?
Non c’è un perché. Ci piaceva l’idea di attaccarlo nella stazione.
Ma la stazione non è attiva.
Ci sembrava un simbolo di speranza.
Comunque dicono che devono trovare il treno.
Che treno?
Il treno che manca nel quadro. Nel quadro c’è un capostazione, un cielo limpido, dei binari, ma non c’è il treno.
E quindi? È solo un quadro.
Non lo dica a me, neanche mi piace l’arte.
L’amministrazione di Bussanto era composta da tre figure: il sindaco, il suo vice e l’assessore ai trasporti. Per la maggior parte del tempo giocavano a carte e bevevano vino rosso che i cittadini gli regalavano nella speranza di ricevere piccoli favori. Il vicesindaco era anche il responsabile della comunicazione del paese, ed era stato lui a chiamarmi.
Dopo aver letto decine di pagine sulla storia dell’isteria, guardai l’orologio e mi accorsi che la mia segretaria non era ancora rientrata. Così uscii dal mio studio, camminai verso il centro del paese e arrivai a settanta, ottanta metri dalla piazza principale di Bussanto, dove da tre anni vi era un monumento dedicato ai caduti di guerra, e in vetta, appeso con un grande chiodo, c’era lui, il quadro. In piazza, più di cinquanta persone, tra le quali la mia segretaria e la moglie di Vittorio, avevano formato un gruppo ordinato che continuava a domandarsi dove fosse il treno. Mormoravano, si scambiavano ipotesi, abbracciavano i nuovi contagiati. Nel mentre, due di loro presero a imbrattare il monumento. Un uomo, tra i più rispettabili di Bussanto, come nulla fosse, si aprì la patta dei pantaloni e urinò sullo stesso, senza preoccuparsi di nascondere la sua intimità alle mogli degli amici.
Non credevo ai miei occhi. Non avevo mai visto qualcosa di simile. La tentazione di rintanarmi nel mio studio era forte, ma era ancora più forte la volontà di capirci qualcosa, così mi avvicinai pian piano, raggiunsi il gruppo, e mentii loro dicendo che avevano ragione, che avevo osservato per bene il quadro e che avremmo dovuto trovare il treno altrimenti saremmo morti tutti. Urrà per il Dottore, Urrà per il Dottore, così urlavano. Vittorio, che era stato il primo contagiato, si mise a capo del gruppo, mi diede una pacca sulla spalla e mi disse, C’era davvero bisogno di un uomo con le sue capacità, Perché?, chiesi io, Come perché?, Solo la scienza possiede le abilità necessarie a ritrovare il treno, altrimenti, lo sa bene, il mondo sprofonderà.
Come avrete inteso, sono un uomo di scienza, e mai avrei pensato nella mia vita di dar credito a un’isteria di massa partita dalla vista di un quadro, eppure feci molta attenzione a non fissarlo, tenni lo sguardo basso e mi interessai soltanto a ciò che si dicevano. Nella gerarchia dei Servi del Futuro, perché è così che si facevano chiamare, dopo Vittorio c’era Giovanna, la seconda ad aver visto il quadro, e poi via via tutti gli altri. La mia segretaria era relegata a figura secondaria.
I Servi del Futuro, per prima cosa, avevano deciso di appendere Il Treno sul monumento ai caduti, nel punto più alto, così che tutti i Bussantini avrebbero potuto vederlo e contagiarsi. La notizia si propagò in tutto il paese in pochissimo tempo, e chiunque andasse a verificare l’accaduto diventava uno di loro. Lorenzo, ad esempio, uno dei miei più cari amici in paese, un uomo mesto, un contadino come gli altri, si avvicinò incuriosito da tutta quella folla, poi arrivato a sei, sette metri dal monumento, alzò lo sguardo e osservò il quadro con attenzione. In pochi secondi vidi i suoi occhi diventare lucidi, concentrati, poi, subito dopo, impallidì ed ebbe un forte capogiro. Quando si riprese andò sotto al quadro e iniziò a guardarlo come stregato, finché non si voltò e disse, Dov’è il treno? Dov’è il treno? Ditemi dov’è il treno, Dobbiamo trovare il treno!
Il gruppo diventava ogni ora più numeroso. La piazza del monumento era l’unica del paese e tutti ci passavano almeno tre o quattro volte al giorno. Era impossibile scampare a quel quadro. Io, nonostante fossi sempre più spaventato, continuavo a mentire dicendo loro che avremmo trovato il treno.
Aspettate, disse Vittorio, proviamo a riflettere, e si arrampicò fino a metà del monumento, Ci hanno fatto arrivare un quadro, che ho scartato io personalmente,
Confermo! urlò Giovanna, sono stata io a indicarglielo,
Ci hanno fatto arrivare questo quadro, riprese Vittorio, per metterci alla prova. Non so chi sia stato, ma credo abbia a che fare con il Diavolo. Io non ho mai visto una cosa del genere, e io di cose ne ho viste a bizzeffe. Se solo pensiamo alla guerra, ai morti, alle braccia mozzate, alla fame, e a tutto il resto. Sono stati anni duri, ma adesso, finalmente, noi Bussantini abbiamo la possibilità di riscattarci. L’unica cosa che dobbiamo fare è scoprire dove si trova il treno di questo meraviglioso quadro. Il pittore che l’ha dipinto è il nostro Dio, ma chi ce l’ha portato è invece il nostro Demone, perché adesso, se non troviamo il treno o se almeno non capiamo dove si trova, o se non diamo una risposta a tutto questo, non solo Bussanto sprofonderà, ma il mondo intero morirà. Il mondo intero.
Non posso negare che dopo aver sentito quel discorso pensai di fuggire. Ma dove, precisamente? Quelle persone io le conoscevo tutte. Nessuna di loro aveva mai fatto del male a qualcuno, tranne durante la guerra, s’intende. Com’era possibile che in una sola mattinata un quadro le avesse ridotte in quello stato catatonico? Pensai addirittura di guardare il quadro, così almeno avrei fatto parte anche io di quella follia e non mi sarei più preoccupato di cercare una soluzione. Ma alla fine desistetti e continuai a osservarli da dentro, come una talpa.
Si divisero in tre gruppi. Il primo aveva l’obiettivo di formulare una serie di ipotesi su dove si trovasse il treno. Il secondo, capitanato da Giovanna, e formato per lo più da donne, doveva convertire le restanti cinque, seicento persone di Bussanto, anche con la forza se necessario. Il terzo, gestito da Vittorio in persona, si proponeva come la sicurezza dell’opera: finché ci sarebbero stati loro nessuno avrebbe potuto avvicinarsi.
Per trovare il treno dovremmo trovare l’artista, disse Claudio,
Ma che sciocchezza, s’intromise la moglie di Vittorio, Se l’autore è anonimo non lo troveremo mai,
Sì, ma l’artista è la chiave, colui che crea ha sempre la risposta, commentò Claudio,
Erroneo, urlò un altro, L’artista è solo un messaggero, il quadro è il messaggio, e noi dovremmo concentrarci sul messaggio, e tutti alzarono gli occhi verso Il Treno.
Dottore, chiese uno, lei cosa ne pensa? Dov’è il treno?
Ci sto ancora pensando, risposi io, ma di certo se non troviamo il treno noi,
Sì, moriremo tutti, è una questione di vita o di morte, disse Claudio,
Esatto, dissi io, Una questione di vita o di morte.
Io non lo sapevo, ma intanto il telefono del mio studio stava squillando da ore. Entrai in casa e risposi subito.
Dottore, tu ci servi qui.
Non posso fare granché.
Tu sei il Dottore, finché ci sei noi sapremo cosa sta succedendo.
Se mi scoprono mi uccidono.
Ma che uccidono. Stiamo parlando di contadini.
Non li sottovaluti, sono tutti impazziti per quel quadro.
Cosa proponi?
Mettetemi su una macchina, lasciate che mi salvi almeno io dal contagio, prometto che tornerò con un gruppo di psichiatri per studiare il caso, se prima non ci uccidono tutti.
Ancora con questa follia dell’omicidio, sono solo contadini.
Contadini che hanno fatto la guerra.
Ma per cortesia.
Vi consiglio di smetterla con le carte e con il vino e di mettervi in salvo, prima che qui succeda qualche tragedia.
La fai troppo lunga.
Dobbiamo andarcene!
Sono solo contadini. Cos’è che vogliono? Un treno? Bene, allora gli daremo un treno.
Di che sta parlando?
Mi pare ovvio. Chiamerò il sindaco di Milaglia, gli chiederò un piccolo favore, far arrivare un treno qui a Bussanto.
Non ci può arrivare un treno qui a Bussanto.
Sì che può arrivarci, solo non può arrivare fino alla stazione. Quando lo vedranno, te lo dico io, si calmeranno.
Non basterà un contentino, c’è bisogno di specialisti, di medici, sono in preda a un’isteria mai vista prima. E io sono solo un medico di paese.
È deciso.
Il telefono si staccò di colpo, guardai la finestra: aveva cominciato a piovere. Tornai tra i contagiati e di colpo mi sentii un fallito. Il Treno era ancora lì, appeso al monumento dei caduti, protetto dal gruppo dei suoi paladini, mentre quello dei pensatori continuava a fantasticare su dove si trovasse. Bussanto era diventato una cloaca. I Bussantini urinavano ed evacuavano per strada. Qualcuno di loro era ferito. Se la prendevano con il monumento. I bambini urlavano e inseguivano i loro cani, che parevano gli unici salvi da quell’isterismo. Tutti mi fermavano per chiedermi se avessi visto il treno, se avessi una risposta, se capissi il perché, ma io dicevo soltanto che ci stavo pensando e che avremmo dovuto fare presto, altrimenti saremmo tutti morti. Mentre parlavo con uno di loro, li vidi bloccarsi all’improvviso. Avevano le bocche semiaperte ed erano immobili, guardavano qualcosa che avevo paura di vedere. Così, appena mi voltai, finalmente lo vidi, il treno, quel treno che l’amministrazione gli aveva mandato, e allora mi voltai di nuovo verso di loro e capii, immediatamente, che nulla di bello sarebbe successo in quel pomeriggio piovoso, a Bussanto, il 6 febbraio del 1948.
I Bussantini iniziarono a correre tutti insieme verso il treno, e quasi venni travolto da quella massa impazzita di persone. Se prima li inseguii solo con lo sguardo, dopo qualche secondo iniziai a corrergli dietro.
Arrivati a ridosso del treno, Vittorio prese parola. Disse che Bussanto era stata liberata, e che ora potevano guardare al futuro, che il treno avrebbe portato la gioia nelle nostre vite, che i nostri figli e i figli dei nostri figli sarebbero diventati grandi anche fuori dal paese. Dal treno scese un funzionario di Milaglia, e io a quel punto temetti il peggio, ma a dire il vero, i Bussantini erano così concentrati sul convoglio che nessuno lo prese in considerazione. Per loro non aveva a che fare con il nostro mondo.
Vittorio salì sul vagone e disse, Ora dobbiamo fare ciò che va fatto.
Riempì di benzina un panno bianco, prese un accendino dalla tasca e accese un fuoco. L’aria si fece più pesante e più scura, e mentre poco a poco tutto incendiava, i Bussantini circondarono il falò e iniziarono a implorare il treno, a rivolgergli preghiere incomprensibili, a lodare l’altissima colonna di fumo che si stava prendendo tutto.
Il loro capo, Vittorio, e anche sua moglie, e poi Giovanna, e addirittura il vecchio Claudio, e poi tutti gli altri, erano in ginocchio, con le braccia alzate verso il cielo, e urlavano le cose più disparate mentre tenevano gli occhi chiusi, e dagli occhi gli uscivano lacrime grosse e sincere. A guardarli bene, mi ricordarono una di quelle fotografie nei libri di antropologia. Era un atto tribale ciò che stava accadendo quel 6 Febbraio del 1948, qualcosa di tanto violento quanto assurdo, incomprensibile anche a un uomo di scienza come il sottoscritto.
Fu forse per questo che mentre Bussanto bruciava, e mentre i tre dipendenti comunali cadevano sotto la furia dei Bussantini e le fiamme si prendevano le case, la vecchia stazione e tutti gli anni della mia giovinezza, io mi voltai e presi la strada della campagna, verso la stazione più vicina.
