Nel 2013 – si badi bene all’anacronismo di questa data – gli elettroshock non erano ancora un reperto storico. Apprenderlo tra le pagine de Il manicomio chimico di Piero Cipriano – psichiatra di formazione etnopsichiatrica e basagliana – è stato come subire una sfasatura temporale. Cipriano decostruisce la psichiatria coercitiva e l’abuso farmacologico, ergendosi a voce di una medicina che avrei disperatamente voluto incrociare prima; forse, le sorti e l’approccio terapeutico al calvario di mia madre avrebbero subìto una deviazione salvifica.
Fin dall’infanzia, non appena intuii lo stigma delle sue turbe psichiche, tentai di decodificarne l’universo sondando i compendi di Freud e Jung. Studiavo, ascoltavo e, soprattutto, transitavo nei perimetri alienanti di ospedali e case di cura. Osservavo con un fascino privo di terrore quell’ecosistema di esseri umani confinati, corpi trascinati e ventri gonfi che mendicavano l’effimero calore di un abbraccio o di una sigaretta. Cercavo di scorgere, dietro le rovine delle loro dentature consumate, l’urlo muto che rivolgevano al mondo; un mondo che, in quei fugaci istanti di visita, io incarnavo per intero. Tra loro c’era mia madre, Amélie: la meno bizzarra, la più pacata, sovrana indulgente che gestiva le dinamiche di quell’esilio condiviso.
Provavo una gelosia viscerale per l’abnegazione con cui prendeva a cuore i degenti più giovani; l’intento era lampante: preservarli dalla sua stessa deriva. Eppure, a distanza di trent’anni, posso rivendicarlo con assoluta fermezza: quelle di mia madre non erano turbe, bensì un eccesso di modernità. Amélie era una donna di un fascino calamitante, ribelle, dotata di un sorriso in cui la malizia stemperava la dolcezza. Viveva sospesa in un pendolo emotivo che la faceva oscillare dall’estasi all’intima convinzione che la vita ambisse ad annientarla prematuramente – un abisso che l’odierna nomenclatura clinica etichetta come bipolarismo. Divenuta adulta con una brutalità improvvisa, schiacciata da responsabilità mai commisurate alla sua età, Amélie era una creatura proiettata nel futuro, costretta a dimorare in un passato che le imponeva l’omertà e la delegittimazione del dolore.
Il suo carnefice non fu mio padre, bensì un intruso strutturale: un fratellastro adottato, innestato dai miei nonni in un nucleo familiare intriso di una cultura patriarcale d’altri tempi. Egli non si limitò a varcare la soglia dello spazio domestico; ne corruppe l’architettura dall’interno, trasformando il perimetro sicuro della casa nel primo, vero luogo di contenzione di Amélie. Attratto in modo predatorio dalla vitalità di questa sorellastra troppo sveglia, ne spense la luce, violando il suo corpo e deturpandole il domani.
Ma la ferocia dell’abuso non si esaurì nell’atto in sé: si istituzionalizzò nel silenzio omertoso che ne seguì. Quando Amélie, con la disperazione di chi cerca una via di fuga, tentò di denunciare l’orrore, la risposta del mondo esterno fu una formula burocratica di annientamento: «Non abbiamo prove di quello che dice». Fu in quel preciso istante, di fronte all’invisibilità del suo trauma e alla negazione della sua parola, che la società iniziò a patologizzare la sua ribellione. Quell’individuo si erse ad architetto della rovina di quattro esistenze, condannate a un perpetuo stillicidio di sacrifici, e piantò il seme di quella modernità scomoda e dolente che la psichiatria avrebbe poi cercato di sedare con la chimica.
Tornando all’elettroshock: Amélie mi confidò che il suo primo psichiatra, intriso di un paternalismo “alfa” e ambiguamente attratto da lei, ne faceva ancora un uso disinvolto negli anni Novanta. Aggiungeva sempre, a mo’ di vanto: «A me mai però. Pazza sì, ma mica fessa!». Credevo, da ingenua sognatrice, che la Legge Basaglia del 1978 avesse scardinato finanche la terapia elettroconvulsivante. L’amara rivelazione di Cipriano mi ha svelato una verità ineluttabile: esiste un’istituzione ancora più capillare del manicomio, ed è la struttura nosocomiale stessa. La medicina. Amélie ha patito la ferocia incomprensibile di questi luoghi deputati alla cura ma votati alla contenzione. La sua modernità risiedeva proprio in questo: nell’essere un corpo di donna libera, orfana a vent’anni e abusata, intrappolata in un ingranaggio sociale che esigeva da lei il martirio domestico e la subalternità alla famiglia tradizionale.
Le questioni di genere e l’alienazione psichiatrica si sono tramutate, per me, in un manifesto esistenziale. Mi hanno forgiata, dotandomi di una lucidità precoce: il sistema divora chi sceglie il silenzio, lobotomizzando il dissenso. Ho mutuato da Amélie l’intera mia postura nel mondo: l’anticonformismo, l’ira sopita, gli occhi intrisi di malinconia incastonati in un perenne sorriso.
Ho percorso questo calvario conoscitivo in un isolamento deliberato, nutrendomi della poesia di Alda Merini, di film come Qualcuno volò sul nido del cuculo, e dei versi di Fabrizio De André. La prima canzone di De André che ascoltai, in preda a una disperazione tutt’altro che insolita, fu Se ti tagliassero a pezzetti. Quel brano fu un colpo al cuore: in quel disperato richiamo alla libertà riconobbi l’esatta vertigine che avevo sempre scorto negli occhi e nei gesti di mia madre. Amélie possedeva una generosità viscerale, benché faticasse a declinarla in parole; il rito di impormi l’acquisto domenicale di un dono per la sua compagna di stanza, donna abbandonata a sé stessa, era la sua dichiarazione d’amore per gli emarginati.
La sua prerogativa era un affetto statico, silente. Seduta sulla sua poltrona con il portamento di una regina in esilio, commentava le serie televisive in attesa che le figlie le concedessero la grazia di pochi minuti per sedersi accanto a lei. Quegli intervalli spaziali erano la mia vita. La banalità dell’assioma “ti ho dato tutto quello che avevo” in me si è fatta carne; tutto ciò che possedevo è rimasto ancorato a lei, e non riesco a immaginare collocazione più esatta.
Il suo inferno clinico si inaugurò nel 1995, quando avevo appena quattro anni. L’immagine del mio corpo infantile sul balcone, con le gambe disperatamente incastrate tra le colonnine della ringhiera mentre le imploravo di non recarsi al lavoro, è la scaturigine della mia geometria relazionale. Quell’abbandono strutturale è diventato una dipendenza affettiva che mi bracca in ogni legame adulto. Una simmetria tragica ha voluto che, crescendo, i ruoli subissero un’inversione: Amélie divenne dipendente da me. L’asfissia di dover orchestrare la sua sopravvivenza – non usciva, non si nutriva se non sotto la mia egida – ha reso la mia presenza tanto vitale per lei quanto ingombrante per il resto del mondo.
Eppure, in gioventù, Amélie era stata una donna di una bellezza annichilente, un crocevia di energie in grado di orchestrare lavoro, famiglia e vita coniugale; il preludio perfetto per una deflagrazione nervosa. Il punto di rottura si materializzò la vigilia di Natale del 1995. Amélie s’interruppe di fronte a un piatto di spaghetti, mossa dall’irremovibile convinzione che un filamento le stesse ostruendo la gola. Quell’insignificante elemento oggettuale si fece baratro: fu la prima di innumerevoli “fissazioni” che la trascinarono al ricovero in un ex manicomio, ingannevolmente ribattezzato “Villa”. Il primario, figura rozza e sprovvista di decenza, accrebbe sistematicamente il suo dosaggio farmacologico, stringendo la sua psiche in una morsa chimica.
Ricordo il parco della clinica: un perimetro di sbarre, altalene e scivoli poggiati su un prato sintetico consunto. Amélie scendeva nel cortile, ci stringeva al petto e ci porgeva cioccolata. In quell’architettura della disperazione, percepivo simultaneamente la pienezza del suo amore e il trauma del distacco.
Compresi presto l’anomalia della mia infanzia visitando una compagna di scuola: la cura di sua madre, l’ordinarietà di una merenda preparata, i giochi condivisi. Lì ebbi coscienza del valore del mio isolamento. La mia sacra solitudine è diventata la mia religione inviolabile, un santuario con i cui dogmi continuo a combattere.
I ritorni a casa di Amélie scandivano nuove, estenuanti geografie domestiche. Soffriva di bulimia notturna: fagocitava chili di pasta nel buio per poi rigettarli. La casa mutò in un dispensario. Il Tavor, fino all’assuefazione, per poi passare al Lexotan, Ansiolin, Rivotril, e infine agli stabilizzatori: Litio, Depakin, Topomax. Un’intera biografia scritta attraverso la dipendenza somministrata.
Mentre gli anni sfumavano, il mio ruolo di figlia evaporò. Divenne mio compito fronteggiare le derive del Sistema Sanitario Nazionale, supplendo all’indigenza economica con lotte, denunce legali e appostamenti coercitivi. Amélie divenne un catalogo di patologie: obesità, embolie polmonari, trombosi, tumori e un arresto cardiaco. La sua resistenza rasentava il soprannaturale. Mi trasformai nella sua eroina, ma al costo di me stessa. Abbandonai gli studi temporaneamente, trascinando il percorso universitario per sei anni in un mélange di mansioni da infermiera, avvocato e madre della mia stessa madre. Intorno a me, conoscenti dotati del tatto di un elefante in calore mi assediavano con le stucchevoli pretese sociali: «Quando ti laurei? Quando ti sposi?».
Il 31 dicembre 2019, Amélie giaceva in terapia intensiva, codice rosso per insufficienza respiratoria, il volto obliterato da una maschera d’ossigeno. Mentre i corridoi riecheggiavano dei brindisi delle infermiere, noi vegliavamo il suo corpo-vegetale. Una dottoressa propose un azzardo sperimentale: «O decede all’istante, o si sveglia». Acconsentimmo senza esitare. In sala d’attesa, placavo l’angoscia ingurgitando panini al prosciutto e misurando il tempo sui mozziconi di sigarette rollate. Miracolosamente, Amélie si svegliò, tenacemente ancorata alla vita.
Le conseguenze furono impietose: ossigeno perpetuo, terapie estenuanti, scompensi umorali dovuti alla sospensione degli stabilizzatori per incompatibilità cardiologica.
Nel 2023, l’esito di una tac discese come una condanna inappellabile: carcinoma polmonare inoperabile. L’aspettativa era di un anno esatto. Scelsi, con la mia famiglia, la strada dell’omissione pietosa, tenendola all’oscuro per non avvelenare i suoi ultimi giorni.
Decretammo che dovesse essere l’anno apicale della sua vita. Convertii il mio lavoro in smart working, plasmammo insieme forme di ceramica guidando la sua mano tremante, impastai pane e dolciumi. Mio padre aggirava le sue diete presentandosi con le madeleine, il suo conforto preferito. Ridevamo con una forza disperata, scandagliando i social per deridere i suoi vecchi spasimanti. Sfidammo l’impossibile portandola al mare; terrorizzata dall’acqua, stazionava al tavolino del bar mentre io e mia sorella le portavamo il mare in un secchiello, bagnandole il viso e i capelli: era tornata bambina, la nostra bambina.
L’epilogo fu un’agonia di tosse notturna e attacchi respiratori. Seduta sulla sua poltrona reclinabile, ci esigeva al suo fianco, reclamando litri di crema sul corpo ormai sfinito, in un estremo slancio di civetteria. Negli sguardi che ci lanciava, densi di parole inespresse, si celava la rassegnazione di chi ha compreso la prassi della fine. Di fronte alla prospettiva del soffocamento, tradimmo il suo patto di farla spirare in casa e chiamammo i soccorsi.
Persino in rianimazione mantenne intatta la sua natura indomita: strappava la maschera d’ossigeno, imprecava contro medici e infermieri, invocava il marito. Al momento del trasferimento in un hospice come ultima dimora, la sera del 16 aprile 2024 trovò le forze per un’ultima telefonata. Ci diede la buonanotte. Il 17 aprile giungemmo tre minuti in ritardo sull’ora del decesso. Mia sorella si scompose in un pianto ferino, dilaniante. Io rimasi impietrita. Assorbii in silenzio i pugni che mia sorella mi sferrava per la disperazione, algida testimone di una morte solitaria che Amélie aveva sempre rifuggito. Il tormento che non mi abbia mai perdonato questa solitudine mi tallona. Eppure, incastonata nel lutto, resiste una cruda consolazione: dopo un’esistenza consumata nelle trincee chimiche e sociali, la mia Amélie ha deposto per sempre le armi.

Un racconto che, se da un lato, lascia il lettore con l’amarezza di chi si sente inerme dinanzi a un sistema che abbandona i più fragili e le loro famiglie, dall’altro impone una riflessione su quanto ciascuno potrebbe (e forse dovrebbe) davvero fare per sostenere che vive un dolore talmente profondo da non poter essere descritto a parole. Resta così il sapore dolceamaro della consapevolezza che certe volte “l’amore ha l’amore come solo argomento”. E così esso può assumere infinite forme: se qualche volta servono grandi cose, altre volte basta solo… una madeleine.
Racconto lucido quanto sofferto di un amore viscerale che si percepisce tutto, seppur nel dolore.
Dolce Amelie… <3
Scrittura profondissima e avvolgente.