Esistenze stese al sole

Ho appena fatto un sogno. C’era Gorbaciov e la sua fronte macchiata di vino rosso. Non si limita a comparire, Gorbaciov; mi bacia. Un bacio sulla guancia destra, uno sulla sinistra, uno stampato sulle labbra. L’odore che emana la sua bocca è nauseabondo. La fiatella che sento mi riporta ai giorni vissuti con mia nonna nel periodo della sua cirrosi epatica. Il fegato malandato di un cirrotico può rendere l’ambiente muschiato e stantio. Ma sostenendo con le mani il volto, lo allungo e resto a bocca aperta. Mi allontano dall’ex Presidente russo e lo vedo sorridere. Fortunatamente non l’ho indispettito. Così mi dà una pacca sulla spalla e si incammina in una nebbia asfittica. Appena lui sparisce nel nulla io mi sveglio.

Mi giro e mi rigiro a letto. Sono le quattro e venti del mattino e fa già troppo caldo. Colpa del cambiamento climatico, mi sono detta. Qualcuno dovrebbe agire in fretta. Dovrebbero piantare migliaia, che dico, milioni di alberi in tutto il mondo per contrastare l’innalzamento delle temperature. Se fossi il Presidente di questo maledetto posto, obbligherei tutti a piantare almeno una Paulonia nel proprio giardino — e per chi non avesse un giardino, lo obbligherei a crearne uno —. Questi alberi dal fusto lungo e sottile crescono velocemente e migliorano l’ambiente circostante. Le mie competenze agronomiche mi fanno pensare a un’ipotetica soluzione green per l’intero pianeta, ma subito dopo mi assale il pensiero dei complotti, poi quello delle lobby e dei poteri forti che non fanno nulla contro l’avanzare della desertificazione e lo scioglimento dei ghiacciai. E così più penso, più mi sale l’ansia, più stento a riaddormentarmi. Provo a chiudere gli occhi… Conto le pecore… Uno, due, tre… ventinove… centoquattordici… Mi riaddormento. Sogno di nuovo.

Le Formiche Nere Giganti volano veloci sulla mia testa. Ma non provo terrore o fastidio per la loro presenza. Conviviamo serenamente negli spazi aperti. Loro sovrastano i cieli, io domino la terra ferma. Una missiva mi chiede di raggiungere il capo supremo delle F.N.G. per un cordiale aperitivo. Hanno saputo del mio ruolo istituzionale tra gli esseri umani. Sono la Presidente e legifero oltre che governare. Una navicella alata mi porterà verso il loro nucleo di comando, ma durante il viaggio mi comunicano che dovranno interrompere le mie capacità sensoriali, principalmente udito, vista e olfatto, per non individuare il luogo che raggiungeremo e non riferirlo ai miei simili. Sono diffidenti anche se cordiali. Arrivo in tempo per l’aperitivo. Il loro capo supremo è gentile ma schifosamente bavosa. Parla la mia lingua. In realtà mi spiega che ha imparato la nostra lingua con i recettori che ha in dotazione, un sofisticato strumento a onde che noi umani ce lo possiamo scordare. Questa informazione mi spaventa, le loro tecnologie e le strategie da loro adottate sono decisamente superiori alle nostre. Ho rimosso il declino evolutivo che la nostra specie ha intrapreso. Infatti mentre il capo delle F.N.G. mi parla di quei recettori, penso a quelli che abbiamo adottato noi, come specie umana, nell’ultimo periodo; un minuscolo ago sottocutaneo che iniettava gigabyte per la connessione continua ai sistemi internet, dotato anche di una videocamera infinitamente minuscola per il controllo e un altoparlante per la comunicazione. I pochi ancori sprovvisti di ago sottocutaneo sono ricercati e tacciati di reato. Abbiamo insinuato nella popolazione l’idea che quello fosse un potente strumento per la propria incolumità, oltre che necessario per fruire dei normali servizi di connessione, ma in pochi sanno che li teniamo sotto controllo attraverso software potentissimi. E pensare che un tempo anche la nostra specie aveva dei recettori celebrali potentissimi che sfruttavano le onde radio e gamma per tradurre tutte le lingue senza necessità di apparecchi extracorporei e per comunicare con il pensiero, anche a distanza di chilometri. Eravamo la specie più potente sul pianeta, ma l’involuzione ci ha relegati agli esseri più abbietti e quell’incontro con le F.D.G. stava segnando il declino definitivo della nostra potenza. Ma all’improvviso…

Mi sveglio. Sono le otto e quindici. Qualcosa mi impedisce il movimento della parte inferiore del corpo. Non voglio dormire più. Se mi addormento di nuovo, farò ancora sogni così estenuanti da sentire il corpo indolenzito. Prendo di peso le gambe con le mani e le sbatto energicamente. La circolazione del sangue riprende a fluire verso il basso e così le dita dei piedi iniziano a stento a muoversi. Lentamente mi metto seduta sul lato del letto e penso che forse dovrei interpellare l’unica donna che conosco in grado di interpretare i sogni, per capire che cosa volessero dirmi. Chissà perché mi viene voglia di chiamarla. Pronto, mi può passare la signora Lisetta?”, attesa, attesa, attesa. Nonnina cara, sei tu? Ho appena sognato questo, questo e quest’altro. Secondo te cosa vorrà dire?” le chiedo. E lei mi fa Nipotina mia adorata, forse questo vorrà dire che… e quest’altro vorrà dire che…!” E io, massaggiandomi la gamba sinistra, continuo dicendole E due numeri da giocare non me li dai nonnina bella?” ma lei mi risponde “Non sono mica l’ufficio del lotto!” lasciandomi interdetta e alquanto contrariata. Stacco dalla guancia la cornetta immaginaria che stavo imitando con il mignolo e il pollice portati all’orecchio… Guardo la mano destra con cui stavo fingendo di chiamare mia nonna e mi dico che sono una stupida.

Ricordo che i giorni che sto vivendo sono ancora più stupidi di me e infilo le pantofole ai piedi. Stiracchio le braccia in su, poi prendo il libro lasciato dalla sera prima sul comodino ed esco in veranda. Mi accomodo sulla sedia a dondolo in vimini. Fa meno caldo che dentro casa e c’è una pace a tratti surreale. È il momento di fare un caffè. Anche la caffettiera è lenta come me. Non ho niente da fare stamattina, quindi posso aspettare. Un ritmo a cui non sono abituata. Normalmente corro. Il caffè finalmente è pronto. Tutta la cucina profuma bene e meglio. Lo verso in una tazzina. Un cucchiaino raso di zucchero. Giro con lo stesso cucchiaino. Lo lecco. Me ne ritorno in veranda dove c’era una pace che anelo ancora. Ma lo scenario è cambiato.
Sono ormai le otto e cinquantadue. Non avevo pensato alla possibilità che ora sono svegli più condomini di quelli che mi aspettavo. Così mettendomi di nuovo comoda sulla sedia a dondolo, mi ritrovo in un marasma incomprensibile.
Al piano di sotto un bambino di quattro anni lancia una macchinina dalla ringhiera della sua veranda, la mamma lo sgrida e lui gli urla un vafangulo in bambinese, che si sente pieno e nitido, con la O finale allungata. Le mie orecchie sanguinano.
Al piano di sopra una donna che normalmente affigge cartelli minacciosi contro tutti nella tromba delle scale, ora sta sbraitando parole insane convinta che se fosse stata lei la mamma del quattrenne del primo piano, avrebbe corso la maratona di New York già da parecchio con i suoi calci nel deretano. E le tempie mi scoppiano.
Accanto alla mia veranda, invece, un trentenne prova a rianimare un criceto appena morto — per il troppo caldo forse — immettendogli aria dal musetto. Ma il criceto è andato, caput, finito. E mentre gonfia l’addome del piccolo animaletto peloso che tiene nella mano destra, alza la mano sinistra per salutarmi. Non avrei mai immaginato di assistere a una scena simile. E la bile si è riversata nello stomaco.

Sono in sommossa dentro. Quel vafangulo e quel criceto morto mi hanno destabilizzata. Ricordo che la prossima seduta di terapia è fissata a una settimana esatta e che non riuscirò a sopravvivere a tutta quella inquietudine. Il mio ritmo interiore si è accelerato, l’aria si è rarefatta tutt’attorno. Una specie di nebbia si è affacciata ai mie occhi e i rumori si sono fatti ronzio. Devo fare uno sforzo incredibile per ricordare le pratiche necessarie ad allontanare quel malessere. Solitamente la mia terapista mi consiglia di inspirare ed espirare profondamente, di ricordare un posto sicuro in cui ritrovarmi quando mi sento così e di mettere le mani a farfalla sugli avambracci, e con un ritmo alternato, battere… tam, tam, tam.

4 Replies to “Esistenze stese al sole“

    1. mi è piaciuto questo racconto sospeso tra i sogni e la realtà della protagonista. nella tua scrittura si sente tutto il temporale mentale che avvolge lei, la sua ansia (così l’ho avvertita) di vivere. forse un sentirsi straniero nella propria vita?

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