Eroticando

Nella sala d’attesa dello studio legale dell’avvocato Bellandri, tra le scartoffie degli appuntamenti già segnati, c’era un calendario che la gente per bene avrebbe definito indecente, volgare. La pagina dedicata al mese di giugno faceva appena capolino: una donna, seduta su un piccolo sgabello in metallo. La chioma rossa le cadeva sul volto, consegnandola a un erotismo anonimo. Dalle nude spalle si allungavano due braccia adagiate su cosce docili, educate alla contemplazione. Un seno timido e impudico la sigillava all’erezione. Poi, più nulla.
Confesso: da femminista ero combattuta all’idea di immaginare anche solo il volto della donna e fantasticare in modo rozzo e maschile quel medesimo oggetto del desiderio. Di riprendere la quotidiana tautologia sull’oggettivazione ingiusta del corpo femminile non se ne parlava. In quegli istanti il mio sguardo avrebbe desiderato non possedere alcun sesso, desiderare il desiderio stesso.

L’avvocato Bellandri spalancò la porta di colpo. Fu allora che il pensiero, approfittando dell’interruzione del mio desiderio, si ricompose nella sua versione più rispettabile. Una donna, mi dissi, non dovrebbe mai diventare una devota del desiderio maschile. Imputtanirsi per un uomo non ha mai fatto bene a nessuna.
Il buon Bellandri mi aveva accolta in studio per certe questioni familiari, ma io delle sue grandi, difficili e ufficiali parole non capivo proprio niente. Pensavo continuamente a chi potesse aver nascosto quella bella rossa di quel giugno sfiancato. Che fosse stato lui, la moglie o un’amante bisbetica e gelosa?
Non avevo nulla contro le amanti. Anzi, le trovavo di gran lunga più romanzesche. Mi divertivo a immaginare che la rossa fosse in realtà l’amante dell’avvocato Bellandri e che la moglie, una volta scoperta la relazione, sommessamente avesse tentato di far intendere al marito che lei lo sapeva bene.

Le donne pornografiche mi erano sempre apparse come parodie del corpo femminile, figure che non imitano mai le mogli, ma solo le amanti. Alle donne porno si può saltare addosso come belve, si possono confessare i più scabrosi sotterfugi senza alcun ritegno. Non ci si cura del loro piacere, basta girarle e rigirarle, non indugiare nella spinta e trascinare il coito finché dura.
Con le mogli, invece, è un’altra storia: controllati, umiliati, trattieniti, stringiti e non disfarla troppo, sai? È pur sempre tua moglie, una signora per bene. Pensare alla moglie di Bellandri mi dava la nausea e le vertigini. Ma io che donna ero? Ero una donna calendario o una donna da sposare?

Ecco, come dire: io sono sempre stata un’analfabeta dell’erotismo. Quando prendo l’iniziativa del desiderio per un uomo, questo mi si ritorce contro, e la mia immagine si riduce a una fessura protesa tra il porno e il sacro. Io sono al di fuori. Ma non demordo: esigo di entrare nel mondo dell’uomo con una scorciatoia illegittima. Cominciami e non finirmi. Sciupami appena, c’è ancora domani. Mi usi, mi disorienti, mi crocifiggi.

Sulla scrivania dell’avvocato Bellandri, racchiusa in un piccolo portafoto d’argento rivolto verso di lui, vidi la fotografia di una donna. L’uomo, intercettando il mio sguardo curioso, sollevò appena la mano e puntò l’indice. “Mia moglie, Livia”, disse porgendomi la foto.
La moglie di Bellandri aveva un’aria secca, quasi trattenuta; una figura smilza, una chioma polemica, e una bocca sottile, simile al becco di un uccello. Livia non assomigliava affatto alla rossa del calendario. Fu proprio questo a colpirmi. La distanza tra le due immagini femminili mi sembrò improvvisamente inabitabile.
Mi inquietò Livia, forse per la sua rigidità, o Bellandri, che aveva osato accasare il desiderio. O ancora me, che stavo edificando una pornografia sentimentale senza alcuna legittimità. Ma come poteva un uomo come lui non lasciarsi tentare dall’idea di esibire la rossa proprio lì, nel suo studio? Mi sorpresi a immaginare che il suo desiderio divenisse, per un istante, anche il mio.

Bisogna saper rinunciare a certe questioni”, disse Bellandri sfogliando alcune pratiche. Mentre parlava si sfilò appena la cravatta a causa dell’afa penetrata in studio. Il gesto fu così ordinario da risultare osceno. Gli uomini, pensavo, non hanno coscienza di quanto le mani narrino dei loro moti interiori più reconditi.
La rinuncia di cui parlava il loro possessore, non era altro che una falsità. A Bellandri piaceva possedere; piaceva il senso del possesso. Non avrebbe rinunciato a nulla, né alla moglie né alla rossa. Avrei voluto essere annoverata tra le cose che gli appartenevano. Ma se ci si inoltrava nella sfera del possesso era necessario saper desiderare, immergersi e sussistere.
Io non conoscevo realmente il mio desiderio. Che cosa avrei dovuto desiderare?
L’avvocato si riallacciò la cravatta frettolosamente come per affermare che il mio desiderio sconosciuto era troppo grande, lo impauriva. Indietreggiò. Forse per timore del mio essere portatrice di una libidine incerta, chiassosa e corpulenta. L’aria era ferma.
Poi, si sistemò le maniche come per abdicare: sei una troia o non lo sei, il resto è un ingombro accessorio della carne. Mi domandavo se volesse denudarmi dall’errore erotico dell’inesperienza, ma poi pensai che fossero proprio le mie fantasie segrete ad assediarmi, a umiliarmi, a farmi impazzire. Guardai nuovamente la fotografia di Livia sulla scrivania. Guardai Bellandri. Poi di nuovo Livia.

Mi accorsi che Bellandri stava inseguendo le traiettorie dei miei pensieri molto prima che questi prendessero forma nella mia mente. Con un movimento lento, quasi burocratico, lasciò cadere a terra un giornalino. Sotto la copertina affiorò il profilo della medesima rossa del calendario della sala d’attesa. “La trova volgare?” mi chiese.
Posai leggermente le braccia sulle cosce, assumendo la medesima postura della donna porno. Rimasi immobile in attesa di essere abolita, scoperta, sconfessata. Poi decisi di piegarmi, di protendermi accogliente verso il pavimento, con le mani bramose di raccogliere il giornalino e toccare finalmente il piacere.
Cosa avrei trovato in quelle pagine? Avrei trovato le fotografie di Livia incastrate come segnalibro tra le foto della rossa? O avrei trovato le immagini della rossa incastrate come segnalibro tra le foto di Livia?

Nella pornografia il segreto erotico non è un delitto. Si può respirare, anche l’uomo può a un certo punto imputtanirsi. Ma Bellandri si trattenne. Mi sfilò il giornalino, il mio piacere, dalle mani. “Ho finito”, disse rialzandosi e tornando dietro la scrivania. Mi ricomposi. Quando uscii dall’ufficio mi voltai un’ultima volta. Bellandri aveva già riposto il giornalino tra le scartoffie. Sopra, la fotografia di Livia.

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