Pigmalione, contro

Aveva portato Lucida nella stanza. Due tavoli, una sedia.
Follia si era seduto. Le aveva chiesto di stendersi. “Qui il tempo non si misura”, glielo aveva detto.

Lucida abbassò le bretelle del vestito blu.
«È presto. Non è questo il modo», affermò.
La donna si alzò. Si sistemò i capelli lisci dietro le orecchie. Gli occhi spalancati.

«Così non va», esclamò Follia. «Devi stare ferma».
Lucida annuì. Doveva fidarsi. Lui era il migliore – almeno, così dicevano quelli prima di entrare.
La stanza era sulla destra di un corridoio molto lungo. Non c’erano altre porte visibili. Nessun suono.

«Non funzionerà, così non funzionerà».
L’uomo si sfregò le mani. Le lenti scivolavano sulla punta del naso. Sudava. Era febbraio. Il posto non era riscaldato.

«Lei non sa cosa fare», disse, senza guardarla.
«So cosa fare», rispose la donna.
Tornò a stendersi. Questa volta lentamente. Il vestito si mosse quel tanto che bastava. Follia la osservò.

«Così», disse lui.
Si alzò. Le sistemò una spalla, poi il mento. Le dita si fermarono sulla pelle.

«Alza una gamba», ordinò l’uomo.
«Quale?»

«Punto primo: fai quello che dico io. Senza domande».
Lucida sollevò la gamba destra. Follia si sedette. Chiuse gli occhi. Le mani unite.
Quando lei abbassò la gamba, l’aria cambiò. Lui aprì gli occhi. Tamburellò le dita sulle tempie.

Lucida rialzò la gamba.

«Punto secondo: la disobbedienza ha delle conseguenze».
Si alzò. Colpì la sedia. Ne staccò un pezzo. Centrò il proprio ginocchio sinistro. Il suono fu netto. Non mostrò dolore.

Lucida non urlò. Non mosse un muscolo.

Giovedì sera, 23.45, due candidati. Grande riserbo.
Pietro aveva detto: “Ha i suoi metodi”. Lei voleva sapere fin dove.

«Non devi guardarmi così», disse lui, abbassando la voce.
«Così come?»
Non rispose.
Lucida si sollevò. Ridusse la distanza. Il suo respiro era caldo.

«Vuoi che sparisca», disse piano. «Ma continui a cercarmi».
Follia serrò la mascella. «Confondi le cose».
«Le sento».
Il corridoio rimaneva muto.

Lucida scese dal tavolo. Si avvicinò. Follia non si mosse.

Le sue mani gli toccarono il petto. «Questo non fa parte del processo», disse. Non intervenne.
«È l’unica parte reale».
Aprì il colletto della sua camicia.
Le mani dell’uomo rimasero sospese.
«Tu togli», disse Lucida. «Io aggiungo».
«Non c’è niente da aggiungere».
Lucida si avvicinò ancora. Le loro fronti quasi si sfioravano. «C’è sempre qualcosa», sussurrò. Lo baciò. Non fu un gesto romantico. Né dolce. La distanza tra loro cessò di essere misurabile.
Quando si separarono, Follia non si mosse subito. Poi sorrise.
«Finalmente», disse. Le imprigionò i polsi. «Era questo».
Lucida oppose resistenza. La presa aumentò.
«Dovevo capire come entri».
La osservò, da vicino. «Ora lo so».

Un attimo.
Ripeté i suoi movimenti. La distanza, il respiro. «E posso farlo anch’io».
Lucida rimase immobile.
Follia lasciò la stretta.
«Perfetta», disse.
Lucida fece un passo indietro.

Nel corridoio, una figura era ferma sulla soglia.
Identica.
Non entrava. Aspettava.

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