Era il mio primo giorno di scuola, una di quelle date che avrei ricordato per sempre. Iniziavo le medie. Nell’ultimo periodo tante volte mi ero chiesta come mi sarei sentita, cosa avrei pensato, amato, odiato. Quanto sarebbe rimasto con me di quei momenti difficili da dimenticare. Per aiutare la mente a mettere ordine tra ciò che sarebbe potuto accadere, imprevisti compresi, la mattina precedente avevo stilato una lista delle situazioni migliori e peggiori in cui mi sarei potuta trovare per caso o necessità. Organizzatrice nata, pianificavo tutto nei minimi dettagli, anche i più piccoli e apparentemente insignificanti. Perché lo facevo? Perché ogni evento fuori programma, che sfuggiva al mio controllo, al mio ordine mentale, mi terrorizzava, mi faceva tremare le gambe e annebbiare il cervello. Proteggermi dai colpi di scena era diventata un’ossessione: i miei genitori si erano separati, da allora tutto ciò che non era per me calcolabile, analizzabile, valutabile nelle eventuali evoluzioni e traiettorie era fonte di rischio e pericolo. Avevo solo quattro anni. Penserete che ero troppo piccola per valutare la dannosità degli avvenimenti inattesi. Vi assicuro che non è così, non si è mai troppo piccoli per percepire le fratture dell’anima.
Ogni volta che elaboravo le mie lunghe liste mia madre diceva: «Sei noiosa come tuo padre.» Mio padre ribatteva: «Sei pesante come tua madre.» La verità è che non somigliavo né a lei né a lui, somigliavo a me stessa, a ciò che ero diventata per sopravvivere ai loro disastri.
Quanto al carattere non avevo nulla in comune nemmeno con mia sorella Ale, lei era disordinata, caotica e sempre in contrasto con mia madre, litigavano per tutto, forse Ale la riteneva responsabile dell’allontanamento definitivo di nostro padre. Ogni occasione era buona per sbatterle in faccia tutte le sue mancanze, che c’erano, per carità, ma nemmeno lui era uno stinco di santo. A essere precisi, negli ultimi anni, ero arrivata alla conclusione che fosse di gran lunga più ambiguo e complicato. Ma Ale su una cosa aveva ragione, mia madre si innamorava sempre degli uomini sbagliati, li attirava come una calamita, li portava a casa quasi fossero trofei e poi, pur di non perderli, chiudeva gli occhi su tutto, anche sui tradimenti. Con il suo ultimo compagno, Giovanni, il copione si ripeteva. Qualche mese prima l’aveva tradita con Marika, amica di famiglia. Nonostante i messaggi rinvenuti fossero chiari e inequivocabili, non so come, nel giro di pochi giorni, era riuscito a farsi credere vittima: il senso di colpa si era spostato come per magia su di lei, accusata di essere affetta da una gelosia insensata e ossessiva. Giovanni la dominava, conosceva bene ogni sua fragilità e la sfruttava a proprio favore.
L’ultimo scontro tra Ale e mia madre si era consumato qualche giorno prima, un litigio difficile da dimenticare non per la durezza e la crudeltà delle frasi utilizzate, da quel punto di vista ce n’erano stati peggiori, ma per gli sguardi gelidi e carichi di rancore che circolavano per la casa. Si odiavano? Non saprei dirlo con certezza, ma qualcosa nel loro rapporto si era ulteriormente deteriorato, spezzato. Nonostante la gravità, avevo deciso di non annotarlo, nessuna delle due si sarebbe sognata di rovinarmi quel giorno, entrambe sapevano che per me la scuola era una cosa seria, importante, che l’inizio di ogni nuovo percorso rappresentava un rito dove tutto doveva avere un senso, essere perfetto.
Mi alzai presto, per assicurarmi di arrivare puntuale, indossai i miei soliti jeans stretti, con leggeri strappi alle ginocchia, e una maglia traforata, in pizzo, di cotone verde, abbigliamento calcolato nei minimi dettagli. Mamma era già pronta, non aveva mangiato nulla. Era a dieta, come sempre.
«Io scendo, sbrigati» disse ad alta voce, uscendo di casa.
«Arrivo!» urlai dalla mia camera.
Ale e Giovanni si erano spostati dal salotto in cucina, stavano per fare colazione.
«Buona giornata» salutai in velocità prima di scendere. Non entrai neanche.
«Non mangi?» mi chiese lei…
«Non ho fame», risposi, ero ancora in corridoio. Sentivo lo stomaco chiuso, in genere quando mi svegliavo il primo pensiero era immergere i biscotti al cioccolato nel latte caldo, anche in piena estate, quella mattina era diverso: pochi attimi prima avevo fatto i conti con una delle scoperte più sconvolgenti di tutta la mia vita.
Ero già al piano terra quando guardai il display del telefono, segnava le otto, la campana avrebbe suonato alle otto e venti. Avrei preferito andare a piedi, da sola, sapevo dove si trovava la scuola, era vicina. Bastava attraversare corso Vittorio, svoltare a destra su via Roma, proseguire fino alla rotonda e poi di nuovo a sinistra su via Ungaretti. Seguii il tragitto con la mente, per calcolare il tempo. Sarei arrivata in dieci minuti, ma non potevo lasciare mia madre in macchina. Walter, l’imbianchino del primo piano, si trovava davanti al portone, con la sua tuta da lavoro blu, anche lui era nella lista, lo incrociavo tutte le mattine prima di andare a scuola, i nostri orari combaciavano.
«Buongiorno, Manu», mi disse con il solito sorriso bonario.
«Buongiorno, Walter», risposi abbassando lo sguardo per evitare qualsiasi tipo di conversazione, in genere ci fermavano a parlare, anche se per poco, era un tipo piacevole, ma non in quel momento. Anche Luisa la portinaia era lì, intenta a lucidare, come ogni martedì, il corrimano in legno massiccio che correva lungo le scale.
Mi fermai, cercai di tranquillizzarmi e procedetti verso il parcheggio. Notai subito mia madre, aveva lo sguardo rivolto nella mia direzione. Mi fissava orgogliosa, diceva sempre che ero bella come il nonno. Aveva già messo il rossetto, forse era nuovo. Ne teneva sempre qualcuno in borsa. Aprii la portiera e salii su senza aprire bocca.
«Ti piace? L’ho comprato ieri da Clizia» disse poco dopo, increspando le labbra.
Clizia era una sua amica, in realtà si chiamava Cinzia, l’avevo scoperto di recente, ma non so perché si facesse chiamare in quel modo. Le amiche di mia madre non le capivo, proprio come non capivo lei: a me le labbra tinte non piacevano e lo sapeva, nonostante ciò continuava a chiedermelo.
«Sì, mamma. Sei bellissima» risposi.
Mentii, non era vero, ma aveva bisogno di sentirselo dire. Da quando era dimagrita il suo viso non era più armonioso, il naso sembrava più grande e le rughe attorno alla bocca si erano accentuate. Provai pena per lei, nell’ultimo periodo sorrideva poco, anzi non sorrideva più. Voleva sentirsi giovane e bella, mostrarsi all’altezza del suo compagno, dal fisico perfetto e dalla mente arida. Lui non l’amava, era evidente, se ne accorgevano tutti. Stava con noi solo perché aveva bisogno di una casa e qualcuno che lo mantenesse.
«In bocca al lupo, tesoro» mi disse prima che scendessi dall’auto.
«Crepi» sussurrai quando ero già fuori.
La mia classe, la I B, si trovava al secondo piano. Lo sapevo, ero stata in quella scuola con il mio amico Umberto e suo padre, nelle giornate dedicate all’Open Day. Entrai in aula, la prof. aveva già chiamato l’appello. Non salutai per vergogna e mi sedetti all’ultimo banco con Giorgia, la conoscevo sin dall’asilo. Con lei mi sentivo al sicuro, ma ogni volta che la mente tornava a quella scena le gambe tremavano, la bocca si asciugava e iniziavo a sudare. Ritornando alle liste, a cosa mi era servito fare quell’ennesimo elenco? A nulla. Nemmeno un solo, unico, microscopico, infinitesimale attimo di ciò che fu ero riuscita a prevedere. Se quel giorno mi avessero chiesto di elaborare un testo, avrei scritto che la vita sfugge a ogni controllo, che volerla pianificare non è altro che pura illusione. Non mi sarei curata del titolo, lo avrei scritto comunque anche se fossi andata fuori tema, anche se la prof. di italiano mi avesse detto che non ero stata in grado di individuare gli argomenti suggeriti dalla consegna.
Le ore mattutine volarono via, nessuno mi chiese di scrivere niente, annotare un pensiero o dar voce a un’emozione. Uscii da scuola per ultima, fuori mia madre mi aspettava, puntuale come sempre. L’abbracciai, avrei voluto dirle tutto ma non trovai il coraggio.
«Mangiamo fuori?» le chiesi. Non volevo tornare a casa.
«Va bene, dove andiamo?»
«In piazza, da Michele» risposi. Faceva la granita più buona della città.
Quel giorno ne presi una ai gelsi bianchi, mia madre sfilò, invece, dalla borsa una delle sue schifose barrette dietetiche. In quel preciso istante avrei voluto chiederle a cosa le fossero servite ore e ore trascorse in palestra e diete ferree, dirle una volta per tutte che quell’eccessiva magrezza la rendeva deforme. Non lo feci, non potevo, l’avrei distrutta, avrei massacrato il suo ego per sempre.
Ritornammo a casa verso le quindici, non c’era nessuno e mi sentii sollevata. Mi tuffai sul divano, avrei voluto dormire e rimuovere tutto ciò che era stato.
«Mi spalmi un po’ di crema sulle spalle?» urlò dopo poco lei, dal bagno. Mi precipitai, come sempre, non riuscivo mai a dirle di no. La trovai davanti allo specchio. Mi fermai dietro, osservai la sua immagine riflessa, le spalle strette e spigolose e il suo ventre asciutto mi fecero impressione. Senza pensarci tanto le chiesi: «Sei contenta di stare con Giovanni?» Rimase immobile, come se non avessi domandato nulla. Decisi di andare avanti: «Non mi sembra giusto per noi.» Questa volta mi fermai in attesa di un minimo cenno, di una risposta che non arrivò. I tratti del viso rimasero impassibili, duri come se quel noi non avesse nessun senso. Mia madre aveva perfettamente capito che già sapevo, che non c’erano più segreti da custodire, nonostante tutto evitò qualsiasi spiegazione. Quel frangente si trasformò presto in una seconda dolorosa istantanea, in una seconda dolorosa scoperta, amara e sconcertante, più della prima.
«Da quanto tempo lo sai?» le chiesi, dopo un momento di esitazione.
Non rispose, continuò a rimanere in silenzio, lei quell’inquietante verità l’aveva fatta propria, si era già abituata. Visto una volta, due volte, tre volte il corpo si adatta e viene meno lo sgomento, conclusi. In fondo lo stesso accade ai soldati in guerra, si assuefanno presto alla morte, anche dei più piccoli, eppure si tratta di una circostanza contro natura. Fu lo sguardo di mia madre a far sì che la scena ritornasse nitida davanti ai miei occhi ed emergesse in tutto il suo squallore: entrata in bagno per sistemare i capelli, ne ero uscita dopo qualche secondo per prendere il fiocco verde che avevo dimenticato la sera prima sulla mensola porta oggetti della cucina. Me l’aveva regalato mio padre. Sul divano, Ale e Giovanni si stavano baciando. Nonostante le gambe paralizzate e il respiro improvvisamente azzerato, avevo trovato la forza necessaria per allontanarmi, ero sparita veloce e silenziosa. Né lui né lei si erano resi conto della mia presenza. Cancellare l’immagine che sarebbe presto diventata la più giusta per definire il mio primo giorno delle medie, oltre che l’imprevisto più brutto della mia vita, era tutto ciò che desideravo.
Da quel giorno sono passati tre anni. Ale è andata via di casa con Giovanni, non la sento da tempo, mia madre finalmente ha smesso di fare le diete, almeno per ora, mio padre ha una nuova compagna cubana e io sono ritornata a stilare liste.
Domani inizio il liceo, nella lista di oggi, subito dopo un asterisco colorato, ho annotato una cosa, certa, importante: nella vita non diventerò mai soldatessa, non normalizzerò mai ciò che di fatto rimane terribilmente doloroso e sconcertante.
[Editing di Claudia Putzu.]
