“Ma già qui vivo vite parallele, ciascuna con un centro, un’avventura”,
F. Battiato, M. Sgalambro
Quando Emilio mi chiede perché mi contraddico, perché in me la dialettica pare incarnata, tralascio di rispondere: se non capisce che gli opposti fanno un terzo che sfaldandosi torna indietro nel tempo non posso fargli cambiare idea. Deleuze, la cromodinamica quantistica e la dea del Tempo mi sostengono; resto lì, arroccata, e aspetto che le cose mi diano ragione.
“Sai, ora posso dirlo”, dice mentre ci penso, perché si sa, nella consuetudine anche una piccola telepatia è plausibile, “sono passati dieci anni da quando hai cercato di convincermi. Hai ragione, Battiato è davvero il miglior cantautore di sempre. E il più bel sunto è Tramonto occidentale”.
“Ti contraddici, dunque”.
“No”, diventa spavaldo, “è stata una lunga meditazione che mi ha portato alla risposta più ovvia”.
Emilio, vorrei dirgli, vieni qua che ti mordo piano e ti faccio una carezza, è sempre bello aver ragione, con te poi ancor di più.
Nonostante Battiato sia il mio cantante preferito non mi riesce di ascoltarlo, mi irritano la sua vena mistico-retorica, il suo poliglottismo poetico e scaltro, la sua cadenza trascinata ed esoterica, e così se mio marito lo fa risuonare chiudo la porta dello studio e faccio finta di niente, non capirebbe, penserebbe che la mia dialettica è fallace.
Quando Emilio cambia stanza mi manca. Se si dimentica di me per cinque minuti mi chiedo chi sono. Sta ascoltando Nina Simone nella nostra sala cobalto leggendo come un feulleiton degli ultimi giorni di Troskij, mentre irrompo nei suoi cinque minuti di pace.
“Allora, mi sono innamorata”, proferisco con l’espressione di un agnello da latte.
“E di chi?”, fa lui, senza faccia.
“Di un letterato”.
“Va bene”.
“Dici?”, allago un po’ gli occhi.
“Sì, certo, abbiamo fatto un patto, va bene”.
“Ma non gli piace Battiato, si dice liberale ed è un disastro, un archivio di manipolazione e potere”.
“Ida, sai”, dice, “ho sempre pensato che”, socchiude gli occhi e non chiude la frase, che resta lì, sospesa come le benedizioni compiute con un gesto delle mani.
Giro l’angolo di casa prima che scorga le mie contraddizioni, mi ritiro nello studio, vado sul terrazzo che copre, sottile, ogni stanza. Mi appoggio sulla poltrona di vimini, mi metto in volute di fumo. Da quando conosco Emilio il mondo si è fatto color primavera perenne, eppure quel che scava emerge, procura concrezioni che mi lasciano squadernata su una spiaggia di incertezza, e vado girando, e mi innamoro di letterati, e ho opinioni contrastanti sulla musica contemporanea.
Quando Emilio riemerge lo sento chiamare il mio nome, quello della mia avola.
“Ida”, scandisce lento, “è morta una donna”.
Quando mi decido a dargli ascolto, la donna è morta molte volte.
“A che pagina?”, gli chiedo.
“147”, dice.
“Il postmoderno ti dona, ma ora vieni qui, fatti baciare un poco”.
Mi rifugio come i gatti sotto la sua ala, mentre il caldo ci avvolge e le ore, gli anni, i tempi si confondono. Sentiamo come un ricordo venire dalla casa di fronte una canzone di compleanno, melodie di bimbi, applausi piccoli e ripetuti. Non ho mai considerato i bambini. D’altra parte ho 23 anni, sento tutte le mie età accartocciarsi in una e so che in potenza sono ancora tutto, nei giorni buoni lo scorgo, e sento la crasi del mio divenire, quel tempo frastagliato in cui è già accaduto tutto. Mi alzo di scatto e vedo un foglietto vergato di celeste, cerco di scorgere com’è appuntato. Temperanza, titola, e riporta:
Ieri ho ucciso un cavallo.
Non l’ho accarezzato.
Ho pensato avesse
da mangiare.
Guardo Emilio, nella sua frastagliata interezza dietro i suoi occhiali, e non riesco a scorgerlo. Tolgo Orizzonti perduti dal giradischi, esco di casa, vado da Umberto.
