Pirati

Albertino era figlio di un cliente di mio padre.
Aveva i capelli biondissimi, le sopracciglia chiare, gli occhi leggermente strabici e la fronte che sembrava caderci sopra. Mi domandavo se fosse malato, perché nessun altro dei miei coetanei era così, del colore dell’albume cotto.

Nei mesi in cui mio padre e il suo furono in affari, le nostre famiglie si incontrarono alcune volte. Venivano a casa nostra per brevi visite, e una sera, d’estate, li invitammo a una cena in giardino.
Albertino se ne stette per i fatti suoi, aspettando con calma che gli adulti finissero di fare le loro cose. Ogni tanto gli vedevo strizzare l’occhio sinistro, una, due, tre volte. Nessuno si aspettava che gli parlassi o lo convincessi a giocare a palla, andare sull’altalena o fare una qualsiasi altra cosa.

Per ricambiare l’invito, i genitori di Albertino ci chiamarono a pranzo una domenica.
Arrivare a casa loro comportava salire a piedi una strada lunghissima: abitavano nel centro di un borgo storico tutto pendenze, scalinate e stradine e le macchine non ci passavano, o comunque non c’erano abbastanza parcheggi. Mamma non fu contenta, perché quel giorno si era messa i tacchi.
Non so se fosse l’abitazione dove vivevano normalmente, forse era soltanto una di quelle che possedevano.
Mangiammo in terrazza, sotto a un bel pergolato fresco, tra vasi di fiori, di basilico e salvia.
Non ricordo cosa ci venne servito, ma Albertino non toccò quasi niente. Quando finivamo una portata, sua madre gli toglieva il piatto ancora quasi pieno; pensai che per loro fosse normale.
Indossava una camicia bianca, e sulla sedia in ferro battuto, con lo schienale tutto svolazzi e ghirigori, pareva una statuina di sale su un trono. Si alzò poco dopo il dolce, che sbocconcellò a malapena, e si avvicinò a me.
“Vieni”, mi disse.
Lo seguii dentro casa. La sua stanza era grande, ma dentro c’erano poche cose. Notai delle carte da gioco sparpagliate sulla scrivania di legno chiaro, erano tante, una collezione da fare invidia. Mi chiesi con chi ci giocasse.
Lui mi porse la pagina di un quaderno a righe, arrotolata come una pergamena.
“Guarda.”
Srotolai il foglio, e prima ancora di leggere cosa c’era scritto, mi sembrò che tra di noi si aprisse una specie di fossato.
Sollevai gli occhi su di lui. Albertino aveva dieci anni, uno più di me, me l’aveva detto mamma – la sentivo ridere fuori, tra le chiacchiere e il tintinnio delle tazzine di caffè –, ma lo strano miscuglio di segni che tenevo in mano mi ricordava quelli che facevo io anni prima, le prime volte che avevo tenuto in mano una penna. La maestra mi diceva che ero “sprecisa”, e all’epoca era stato un grosso problema.
Cercai di decifrare quell’insieme grumoso di lettere.

Ciao a tutti mi chiamo Alberto ho 10 anni la mia mamma si chiama Piera e il mio babbo si chiama Lucio mi piaciono la televisione e i videogiochi

Il resto non riuscii a leggerlo.
“Lo metto qui dentro” mi mostrò una bottiglietta di plastica da mezzo litro vuota. “È un messaggio nella bottiglia.”
“E poi? Lo butti in mare?”
Mi guardò piegando le labbra carnose in un sorriso. “Sì”.
Mi girai verso la finestra, osservai i tetti e i comignoli anneriti. Eravamo quasi sulla sommità del borgo e le case le vedevamo dall’alto.
“Ma qui il mare non c’è”.
I suoi occhi si fecero improvvisamente seri. La palpebra sinistra incespicò un paio di volte.
“Ci vado poco al mare.”
Mi dispiacque, perché andare in spiaggia era una delle cose che mi piacevano di più. C’erano la borsa di giochi che usavo solo sulla sabbia, le conchiglie e i vetrini da raccogliere a riva, le espressioni che i miei genitori usavano solo al mare: “l’acqua è brutta”, “l’acqua è bella”, “attenta ai cavalloni”, “ti vengono le labbra vizze”, “esci che diventi blu”.
Lo convinsi che, in mancanza del mare, la cosa migliore era far rotolare la bottiglia giù per la strada del borgo. L’idea gli piacque.
Presi la scatola di pennarelli su uno scaffale della libreria. Non li aveva mai usati e c’era ancora il bollino. Sfilai il pennarello nero e disegnai una bandiera dei pirati sull’etichetta della bottiglia, con il teschio e le ossa incrociate.
Lui svitò il tappo di plastica verde, fece scorrere il foglietto arrotolato nell’apertura e richiuse.
Aprimmo piano la porta e camminammo fino al punto in cui la via di piastrelle antiche si tuffava verso il basso, correndo come una cascata fino alle mura del borgo, molto più giù. Albertino teneva la bottiglia al petto, stringendola con tutte e due le mani.
La appoggiò a terra e le diede un colpetto con il piede. Quella iniziò a rotolare, ma si fermò poco dopo.
Lo incitai: “più forte.”
Lui le sferrò un calcio con le scarpe Adidas, mandandola prima in aria e poi giù, vorticosamente, per la discesa. La guardammo cadere e cadere e cadere, come lungo una rapida, finché non la perdemmo di vista.
Non vedemmo dove andò a finire.
Lo guardai di sottecchi: teneva gli occhi fissi sul punto in cui la bottiglia era scomparsa, sembrava in apprensione, ma anche un po’ come se stesse aspettando i fuochi d’artificio di Capodanno.
Pareva un omino di neve che luccicava al sole, brillava lui e brillavano le Adidas immacolate che lì fuori, prima di quel giorno, non sembravano esserci mai state.
Rientrammo in casa. Non tornammo in camera sua e andammo sulla terrazza; ci sedemmo vicino ai nostri genitori. Non parlammo più. Quando arrivò il momento di andare via, Albertino mi fece un sorriso timido.
Poi, nel giro di qualche settimana, mio padre e il suo conclusero l’affare, e non lo vidi più.

Nove anni dopo, seppi che era morto.
Lo scoprii per caso, trovando una notizia online. C’era la sua foto, i lineamenti delicati, la pelle un po’ arrossata.
Era morto in un incidente d’auto avvenuto alle tre del mattino. Albertino viaggiava a bordo di un pick-up, di quelli con il vano di carico posteriore; il mezzo stava tornando da un paesino sui colli, ma durante la discesa, per qualche ragione, si era ribaltato. Al volante c’era qualcun altro, Albertino stava dietro, nel vano.
Perché era lì e non davanti?
Me lo domandai allora e continuo a chiedermelo, ancora e ancora, ogni volta che un dettaglio lo fa riemergere dalla nebbia.
Il borgo in cui abitava la sua famiglia è stato eletto uno dei più belli d’Italia; quando l’ho saputo mi è tornata in mente la bottiglietta, e noi che impunemente la buttavamo per strada.
Mi domando se sia finita subito in un cestino dell’immondizia o se qualcuno abbia sfilato la pergamena con i geroglifici e letto il messaggio dal mondo lontano di Albertino.

Ciao a tutti mi chiamo Alberto ho 10 anni

Una volta l’ho sognato, e nel sogno pareva un cencio lavato nella candeggina, ma poi si metteva un cappello scuro, un mantello rosso e una benda sull’occhio sinistro, e sembrava uno di quei pirati che solcano i mari e sfidano le onde, i gorghi, il sole.

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