La fine dei maestri
Quel giorno che lo trovai, il sole a picco sugli alberi, la desolazione, la calma, io non me l’aspettavo. Sapevamo tutti dov’era, eppure la sua assenza la si dava ormai per scontata.
Quel giorno che lo trovai, il sole a picco sugli alberi, la desolazione, la calma, io non me l’aspettavo. Sapevamo tutti dov’era, eppure la sua assenza la si dava ormai per scontata.
Arrivai a un punto in cui un cartello diceva “qui c’è la grotta dei cani abbandonati”. Ero stanco, avevo camminato tre ore e quaranta minuti dal basso all’alto di una montagna, tutto questo come sfida a me stesso. Io ero un tipo senza senso dell’orientamento.
Il giorno in cui Carla perse il tempo, faceva caldo, io soffrivo, tutti soffrivano, e quell’immenso calore stagionale del Luogo anticipava ogni anno la fine della nostra Storia.
Zoa e la terra — dico proprio il terreno, l’incolto, il generante la natura — capii subito che era come anima e corpo ma senza il languore dell’anima e senza l’elemento perituro del corpo. Vegetale mobile immortale era Zoa, respirava perfettamente a terra. Zoa era l’alito della terra.