E il secondo giorno Pasolini risuscitò

Roma, 3 novembre 1975. Istituto di Medicina Legale.
Buio, puzzo di medicine, formaldeide e sangue nero, organi guasti. Silenzio, a parte il gocciolare rado di un rubinetto. Muove la lingua. La vista è disturbata da un rigagnolo di venuzze trasparenti. Entrambi gli occhi riacquistano la consueta mobilità. Fissa il soffitto, il lampadario, volta la testa — rumori di vertebre del collo schiacciate —, guarda di lato; macchie nere fisse nel campo visivo sanno di vischioso, pesante, come gli ultimi residui della distillazione del petrolio. Tutto è in bianco e nero come in un vecchio film. Dev’essere notte, pensa, non si sente anima viva. Non avverte dolore, il corpo è come un pezzo di legno. I respiri sono corti, posa una mano sul busto, è infossato. Con un dito segue la concavità della cassa toracica, la forma a ypsilon della cicatrice sul petto, da cui hanno estratto gli organi. Riflette sulla lettera “Y”. Manca nell’alfabeto italiano. E non a caso, pensa, in un paese che odia le biforcazioni, le alternative.

Si dà una spinta con un colpo di reni. Piomba dal tavolo d’acciaio, urta sul bidone di formalina. Un odore pungente, tossico. Suoni di ossa rotte, ossicini qua e là polverizzati come zucchero a velo. Si alza piano. Il lato sinistro della mascella è staccato dall’osso temporale. Solleva la parte cascante e prova a rimetterla in sede; spinge forte, un crac secco e pare incastrarsi di nuovo. Urta contro un tavolino, cade il craniotomo e qualche altro attrezzo più piccolo, il clangore continua nell’eco della stanza, c’è anche una bilancia di precisione per gli organi espiantati, la fissa. Non riesce a mettersi dritto, pende verso sinistra, dal lato dove ci sono più costole spezzate. Gira lo sguardo intorno alla camera, è un posto in cui ti aspetti una teca con dei feti in formalina, pensa. Prova a camminare. I primi passi sono incerti. Cerca di raddrizzare la colonna prima di proseguire. È tutto dinoccolato. Si avvicina al rubinetto che gocciola. Qualche pelo corto sparso sulla ceramica, sembrano piccole crepe. Il colorito è quello di un cianotico, il viso pieno di polvere, i capelli ancora sporchi di fango, le palle degli occhi di un colore violaceo, come pennellate brutali. Passa un dito lungo la mandibola cascante, è crepata in più punti. La faccia è ancora più ossuta rispetto al solito, la bocca più incavata nel cranio. Con le dita, alcune incrinate, storte a causa dei traumi, si bagna il volto tumido. Con pollice e indice prende le dita più compromesse e le stira a una a una per riallineare gli ossicini. Poi abbassa l’occhio buono, si guarda il busto rimodellato dal peso della sua Giulia 2000 GT. Sente come un lampo in testa, un riflesso galvanico.

Fa qualche passo. Man mano che si muove le articolazioni vanno migliorando, è come se qualcuno le stesse ingrassando, lubrificando. Si ferma un attimo per sgranchirsi il collo. Casca la parte della mandibola che aveva fissato. Prova a rimetterla a posto ma la sede dell’osso temporale è spanata. La lascia pendente. Le oscillazioni si smorzano lentamente. Di scatto, va verso la porta tagliafuoco. La spinge. L’odore di aerosol e medicinali viene diluito dall’aria fresca. Esce dalla struttura. Solleva le braccia e guarda il cielo nero. Si sente sempre più forte col passare dei minuti.

Sulla strada non c’è anima viva. Il naso è sensibilissimo, può pesare le singole particelle carboniose che galleggiano provenienti dai tubi di scappamento del pomeriggio. Ci sono molte cose da capire. Accelera il passo verso l’idroscalo. Strascica lievemente una gamba per via dei danni al ginocchio. Ora è sul lungofiume. Guarda l’acqua, nera nella notte, collosa come petrolio. Non riflette nulla.

Fa freddo. In lontananza tre lucciole parlano tra loro, fumano, una rotea la borsetta rosa. Si avvicina a loro, apre le narici: a decine di metri sente già il fumo che sputano fuori dai polmoni — aldeidi, chetoni, fenoli ma anche vanillina, eugenolo in tracce —, mischiato ai loro profumi dozzinali di puttane. Le saluta con la mano meno storta e nel frattempo si avvicina ancora. Si fermano, la borsa smette di roteare.
«Ma chi è?», fa la più grassa. Un’altra sputa la gomma a terra.
«È uno vestito da morto vivente», scappano, tra «oddio» e «che schifo, la mascella…».

Lui si arrabbia. Sudore, odore rancido di acidi grassi, feromoni d’allarme, note di muschio sintetico, polvere di talco, gli pungono il centro del cervello. Urla, ma non esce nessun suono, forse nell’autopsia gli hanno cacciato via anche le corde vocali, pensa. La mandibola che gli pende è quasi staccata, ormai. Con una mano la afferra, la porta verso l’arcata superiore, la muove sopra e sotto, movimenti da burattinaio, come per aiutarsi a parlare verso le puttane. Ma niente. Neanche un sibilo. La lascia pendere e continua a camminare.

L’idroscalo di Ostia. Ammazzato così, pensa… la rabbia gli sale dal fondo delle gambe, dall’arteria femorale dove ristagna il sangue più pesante, quasi rappreso, vischioso e granulare come urina calcolosa di chi mangia molta carne rossa e beve solo vino. Sente una forza improvvisa, un che di sovrumano, eroico. La gamba che strascica a terra affonda sull’asfalto, lascia un segno profondo che si allunga nel cammino, come il remo di una barca sull’acqua; un tratto continuo che libera odori di gomma bruciata, alcàni volatili, bitume fuso. Il catrame ammollato, passivo, è duttile come cera di tavolette greche. Il tratto disegnato dalla gamba non s’interrompe mai, né si ripete. È una scrittura nuova, un linguaggio mai visto, concepito, senza lettere, né punti, virgole, o spazi vuoti. Tutto è continuum — sinusoidi, denti di sega, ghiribizzi, linee morbide o tratti violenti come coltellate, più profondi o meno —, niente è mai replicato esattamente come invece accade nelle lingue umane, dove prima o poi le parole, i caratteri, sono costretti a ripetersi più e più volte; gli stessi sintagmi, le frasi presto o tardi si ritrovano tali e quali anche in testi diversi — lingue borghesi, incapaci di congelare le sfaccettature polisemiche della realtà, dell’umanità, ma buone solo per fotografare le regole miserabili del gioco delle appartenenze di gruppo, di classe, dei finti disprezzi o plausi ipocriti —. No, questa scrittura è come il fiume di Eraclito, una scriptio continua sempre-diversa-sempre-uguale, enigmatica come la realtà stessa, che è lingua, fatta di segni quadridimensionali; anche se uguali nello spazio, cambiano nel tempo, sempre legati a tutto il resto come gli organi in un corpo, che si possono espiantare solo da un morto per mostrarli, fieri, in una teca. Ah!, le lingue umane, soggette alla peristalsi del tempo. L’asfalto ammollato che si lascia dietro si rinsalda, e indurisce subito dopo, il tratto ha dei bordi in rilievo, come inciso a fuoco.

È arrivato. Questo è il posto della morte e della vita, dove nascono le cose, dove si concludono, dove regna l’età del pane. Odore di pneumatici freschi, vulcanizzazione, humus. Passa davanti alle tracce della sua Alfa Romeo Giulia 2000 GT immatricolata nel ‘72, top di gamma della Casa del Portello. Si ferma davanti all’aura di sangue che ha lasciato sulla terra, al negativo del suo corpo. Prosegue oltre. La gamba sovrascrive quei segni di pneumatici in svolazzi leggeri ma profondi.

Odore di maschio. Tra due catapecchie abusive si inginocchia. La mascella casca a terra. Non se ne cura. Usa il naso per penetrare la terra. Ora la possiede. Odore di borgatari, dei loro membri invincibili, delle gonadi sode, enfie; del pane duro che mangiano, ricotte fresche, molli. E poi cloache, siero misto a letame, polvere di povertà, il dolciastro e il marcio sentore ammoniacale di bestie morte, il tutto in un pastazzo colloidale di composti solforati, semi mai sbocciati, polvere di intonaci scrostati. Inspira, spalanca gli occhi. È furioso. Si tocca. È durissimo, l’erezione più forte della sua vita, o forse è il rigor mortis; riderebbe se avesse la mascella, ma se chiude gli occhi gli sembra di farlo davvero. Sfila i pantaloni, tira giù tutto con frenesia, il membro vibra all’aria fresca, lo stringe, la cappella è d’un viola da paramenti liturgici. Non ha mai toccato niente di più duro. Nello stato metastabile di fauno selvaggio e Priapo ossuto, la mano va furiosamente su e giù, tic-tac, ritmo che regala il tempo al mondo. Un carosello di giovinetti riccioluti come usciti da un Caravaggio ancora fresco — il bestiario più umano che c’è —, gli scorre nella mente. Viene, lo fa in un urlo opaco, senza suono, che pare infinito. Non esce seme bianco, solo un fiotto di liquido scuro come la terra, granuloso. All’orgasmo non segue un momento di disgusto, mortifero, e se ne stupisce. Cade di colpo dall’universo la visione limitata che lo restringeva in un’unità sessuale. Il membro resta duro come prima, immutabile. Ora sente il basso ventre alleggerirsi e svuotarsi. Il cazzo cade, si pianta a terra come un compasso. Ora ha una piaga in più nel corpo. Lo prende, lo posa sulla mascella, guarda quella composizione cruda e armonica. Si riveste. Poi, col membro penetra la terra, usa la mascella come pala, lancia zolle dietro di sé. Alcune dita si staccano, restano fissate come semi. Non se ne cura. Non si ferma mai, realizza un semicilindro perfetto. La sua foga è quella di una bestia che ne monta un’altra. Finalmente è pronta. Ci si stende dentro. Ha da riposare. Domani dovrà svegliarsi presto e continuare a scrivere nel nuovo linguaggio. Scrivere è più facile che leggere… dall’Iliade sono passati duemila e ottocento anni, e in mezzo milioni di libri in migliaia di lingue diverse. L’Iliade nasce con la guerra e muore nella pietà, ma di essa non sono stati letti che i primi canti, la stoltezza e le stupide ripicche di Agamennone, di Achille. Figurarsi i libri successivi. A che sono serviti? Chi li ha letti? Per questo serve una lingua nuova, pensa. A questo pensiero cade nel sonno, il più profondo della sua vita.

È mattina. Apre gli occhi. Cerca la mascella. Ancora sdraiato prova a fissarla all’osso temporale. Una spinta, poi un colpo secco con il palmo della mano come sul caricatore di un fucile, si sente qualche scricchiolio. Prende il cazzo, se lo mette in tasca. Non vuole alzarsi ancora. Si adagia con le braccia dietro la testa, accavalla le gambe, fissa il cielo come se fosse un film. I primi rumori, la comunità del pane si risveglia. Lui non ha paura, è carico. Due donne si avvicinano alla fossa, si affacciano sul bordo. Lui le guarda e fa un saluto con la mano. Urlano. Si mettono le mani nei capelli, in breve arrivano dei giovani borgatari. Lo guardano bene. Hanno la bocca aperta.
«È risuscitato!», e chiamano altri.
«È un miracolo, è risuscitato il secondo giorno».

Neanche Cristo aveva fatto così presto. Le donne si fanno il segno della croce più e più volte, intonano canti antichi. Lui è ancora sdraiato a vedere quel film. L’aria è satura di olezzi inafferrabili, terra concimata di limoni, arance, poi fiori di campo, gas. I borgatari confabulano tra loro, uno ha dei ricci lunghi che odorano di fumo, ha l’aria buffa e infantile, Lui vorrebbe accarezzarlo e poi strozzarlo, forse. Tragedia e Commedia giocano nella stessa squadra e vincono sempre, pensa. Tre di loro restano lì, sul limes della fossa, altri corrono verso le case. Potrebbe essere stato qualcuno di loro ad accopparlo la sera prima. L’ira gli sale dalle gonadi. Fa per dire qualcosa ma niente, non esce neanche il più basso e gutturale dei suoni. Li odia e li ama come si fa con certi cibi che si bramano e si consumano smodatamente quanto più fanno male. I suoi bastardi sono in qualche modo poeti, pensa, scrivono la poesia vivendo, e il corpo è la penna con i suoi fluidi, umori, suoni. Gli piace sentire il forte accento popolare. Quella cadenza sa di terra, autentica, odora di radici umide; lo stupido accento neutro della televisione puzza di metallo, cioè di niente, artificiale, tanfo di Nazione, non di popolo, lo possono imparare pure delle spie straniere, che sarebbero subito sgamate e impalate in una comunità contadina. I tre lo guardano. È uno sguardo di stupore, lo stupore della rivelazione. Non si aspettano che lui dica niente, è come se sapessero che non può parlare. Sanno tutto. Le donne continuano col loro salmodiare aedico. Gli altri borgatari portano una specie di lettiga di fortuna, la base rudimentale di un baldacchino, o portantina, fatta con due robuste tavole di legno larghe, tenute insieme da uno scheletro di tronchi sottili inchiodati con vigore; una sedia viene fissata sulla base. Tre ragazzi scendono nella fossa, due grossi, pelosi, uno esile, con la faccia imberbe, si riesce a distinguere il buon odore di farina misto a ferro e olio di macchine, paglia. Lo prendono, dicendo qualcosa con voce burina. Lui è paralizzato dallo stupore, dalla rabbia, stringe i pugni, quello che resta delle dita, lo stanno per ammazzare di nuovo, pensa, le vene temporali sono gonfie d’ira, il fluido nero e grumoso che vi ristagna è pronto a esplodere. Invece, non c’è violenza. Lo sollevano con cura, lo portano su e lo adagiano sulla lettiga. Due donne, con delle pezze bagnate, gli puliscono la faccia, un’altra lo pettina, sempre cantando, ma questa volta una melodia più gioiosa, un rudimentale canto modale ionico.

«È Santo», dice una delle donne, e tutte le altre appresso fanno eco in un ritmo ternario. «Lo facciamo noi Santo, che ci frega della Chiesa?», fa uno dei ragazzi ridendo. Una vecchia bitorzoluta lo apostrofa.
Sollevano la lettiga e lo portano verso le casupole. La rabbia di lui è all’acme, non sa più se è un attore o uno spettatore, vorrebbe scendere ma non ha la forza. Ora sente qualcosa di strano, c’è un nuovo odore che comincia a crescere, a spiccare su tutto, più forte degli escrementi, un fetore che impiega qualche tempo a identificare, che sale e vince tutti gli olezzi mascolini, terragni che ha assaporato fino a ora. Odore di Santità. Gli cade la mascella. Uno dei borgatari la raccoglie. Una donna prende un fazzoletto bianco. Chiede aiuto a uno spilungone che ingozza l’ultimo pezzo di pane e ricotta. Aiuta la donna a fissare la mascella. Fa uno di quei nodi simili a quei fiocchetti da bambini, proprio sopra la testa. Lui piange di rabbia, vorrebbe alzarsi. Ma li perdona.

9 Replies to “E il secondo giorno Pasolini risuscitò“

  1. Devo dire che per me Pasolini è tantissimo (ma questo è ignorabile). Appena ho letto il titolo – nonostante la maggior parte dei racconti promossi sui social mi passi sotto gli occhi inosservata (come anche i miei racconti raccolgono indifferenza: la “colpa” è senz’altro mia) – non ho potuto fare a meno di leggerlo, è stato immediatamente necessario. E già solo questo dice molto. Poi ci ho trovato dentro tanti riferimenti: la santità della governante di Teorema, il cielo di Cosa sono le nuvole, l’ira di Medea, e tanto altro che al momento ignoro o dimentico. Ma la cosa più importante è che ciò ritrovato un aspetto in cui credo fortemente: la morte di Pasolini è il perfetto ultimo atto di una sua tragedia. All’inizio temevo di rimanerne disgustato, non è stato così. Che dire, grazie.

  2. Ciao, grazie mille per il commento. Oltre ai riferimenti che citi, c’è Petrolio che sto ancora leggendo.
    La morte di Pasolini, intesa come ultimo atto della sua tragedia, apre interpretazioni suggestive. Ad esempio, Giuseppe Zigaina ha avanzato una teoria radicale ma che non condivido: Pasolini avrebbe programmato la propria morte come un rituale, un’ultima performance poetica e drammatica. Ilario Quirino, studioso profondo dell’opera di Pasolini, riprende e analizza questa interpretazione nei suoi saggi (“Pasolini sulla strada di Tarso”, libro ricchissimo di riferimenti e di collegamenti dell’opera pasoliniana alla cultura di tutti i tempi). Quirino approfondisce questioni come il senso di colpa per il fratello Guido e l’identificazione con San Paolo, tracciando un quadro esistenziale coerente con la poetica pasoliniana.
    Non condivido la tesi, penso che la mancanza di chiarezza nelle indagini (riconosciuta ampiamente) sia legata al coinvolgimento di attori “oscuri” e non a un sacrificio volontario. Non sarebbe stato certo il primo. Rimane l’evidenza che Pasolini è stato una figura scomoda, e trasformava la penna in artiglieria pesante.
    PS Non scrivevo un commento in un sito da tanto. Mi piace questa atmosfera di calma, lontana dalla febbre dei social!
    Grazie ancora.
    Pietropaolo

  3. Racconto horror alla Frankenstein tra il decadente della scapigliatura e il dannunzianesimo macabro, aria malata da innumerevoli composti chimici, scrittura che potrebbe essere definita prosa d’arte scientifica perturbante. Morte e sesso, sesso e santità. Un esorcismo in fondo, Pasolini-Frankestein va sul luogo della sua uccisione, si masturba, diventa Priapo e risorge, diventa un nuovo dio adorato da chi lo ha immolato.

  4. Buongiorno Pietropaolo, ti rinnovo i complimenti per il tuo racconto e ti ringrazio per le belle parole che hai riservato al mio volume (“Pasolini sulla strada di Tarso”).
    Pasolini era un genio assoluto e conosceva benissimo la propria pulsione masochistica nei riguardi dei ragazzi di vita (Il sesso è un pretesto) avendo deciso di inserire quella morte scandalosa, violenta, nello sterro desolato di Ostia, in seno alla propria opera, secondo il significato che assegna alla parola “libertà”, che equivale alla libertà di scegliere la morte. La regia della serata del primo novembre 1975 appartiene al grande intellettuale, che ha culminato la sua esistenza terrena in una località che aveva individuato con precisione nella sceneggiatura del “San Paolo”. I periti incaricati dalla Procura hanno stilato una relazione sovrapponibile al racconto di Pino Pelosi (nonostante le incongruenze del racconto dell’omicida). Il discorso ovviamente è particolarmente complesso e non può esaurirsi in poche righe, ma tutta l’operazione culturale del poeta intorno al significato della morte (sovrapponibile al montaggio) trova riscontro nel luogo (Ostia) e nel Giorno dei Morti del 1975 (Anno Giubilare). Al riguardo, basta soffermarsi sull’ottavo capitoletto di “Una disperata vitalità” e sulla poesia “Patmos” (ampiamente analizzati da Zigaina) inserita in “Trasumanar e organizzar”, senza tralasciare la sceneggiatura del “San Paolo” e quella di “Ostia”.
    Quando vogliamo confrontarci sulla questione lo farò con grande piacere e nel più assoluto rispetto per idee divergenti dalla mia. È così che si alimenta la curiosità intellettuale…

    1. Grazie per le tue parole. Trovo affascinante l’idea di una morte messa-in-scena: non è la prospettiva che sento più mia, ma la avverto in un certo senso vicina al modo in cui ho immaginato la resurrezione nel racconto.
      P.S. Piacerebbe anche a me una chiacchierata vis-à-vis.

  5. Caro Pietropaolo, ho sentito la necessità di rileggere il tuo racconto per considerarlo con maggiore attenzione, e devo confessarti che l’ho apprezzato ancora di più rispetto alla prima lettura. Non si tratta solo del linguaggio che utilizzi, forbito e avvincente, ma soprattutto della narrazione (elegante e spartana a un tempo) della resurrezione di Pasolini, verificatasi il secondo giorno, in anticipo rispetto a quella del Redentore. Significativo il ritorno del cadavere nello sterro desolato di Ostia, quasi a voler significare – nella mia interpretazione – la volontà dell’autore di riflettere sull’importanza di quel luogo disadorno e squallido che aveva attratto drammaticamente il suo genio. Ritornare sul luogo del delitto rappresenta l’invito del regista nei riguardi degli spettatori, che amano e si appassionano, a meditare sulla successione degli eventi senza lasciarsi fuorviare dalle verità precostituite. E ancora: egli si scava una fossa nella nota località dove dormire: il tuo rimando (conscio o inconscio) è indirizzato a Teorema dove Emilia (la serva) dopo essere stata travolta dall’esperienza mistica con l’affascinante Ospite – come il resto della famiglia borghese – ritorna in un borgo della periferia di Milano dove manifesta la sua santità. Culminata nel momento in cui, di notte, viene aiutata da una dolce anziana (impersonata dalla madre del regista) ad adagiarsi in una buca prodotta da una escavatrice, riempita dalla terra con l’aiuto dell’amata Susanna. Emilia inizia a piangere e le lacrime hanno il potete di penetrare nello strato di terriccio che copre la serva e di formare una pozza di liquido, all’esterno, con proprietà miracolose. La santità di Emilia ricondotta, dunque, a quella che tu consideri nell’ambito dell’epilogo del tuo bellissimo racconto. Del resto se il regista si è immedesimato in tutte le figure della famiglia in Teorema (padre, madre, figlio e figlia) non c’è dubbio che la figura di Emilia – la serva afferente al sottoproletariato – è quella che riflette maggiormente le intenzioni dell’autore. E di conseguenza il suo desiderio di santità, come hai giustamente sottolineato. Non penso però che ci sia stato risentimento nei riguardi dei ragazzi di borgata ma solo un grande affetto, perché uno di loro – che aveva scelto con attenzione – lo ha proiettato verso quella santità agognata.

    1. Grazie mille Ilario. Non sai come il tuo commento mi renda felice. Ti confesso che non ricordavo il collegamento di Teorema, che ho letto molto tempo fa. È un particolare incredibile. Del resto tu sei un profondo conoscitore di Pasolini e non solo. Nel libro, come dicevo nel precedente commento, lo hai collegato a svariati ambiti. Speriamo di vederci presto.

  6. Bello! Potrebbe essere di ispirazione per una saga di fumetti horror d’autore!
    PS Ma le gonadi, sono sode o enfie?

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