I settantadue nomi di Dio, o Tula

-a Nathan

«Avevo chiesto, oggi, di non telefonarmi.»
«Lo so, lo so, scusami. Sto giù, mi fai salire? Ti vorrei salutare.»
«Sei impazzito? Nessuno mi vedrà. Poi ci siamo salutati già ieri.»
«Hai ragione, ma ho bisogno di dirti una cosa, è urgente, ieri l’ho dimenticato.»
«Mi dispiace, mi sparpaglierò senza sapere questa cosa importantissima. Ora ti saluto.»
«No, Tula, aspetta un attimo. Se non fosse importante non insisterei così tanto.»
«Se fosse stata una cosa veramente importante te ne saresti ricordato. Te l’ho già detto: oggi è il giorno in cui mi sparpaglio, nessuno mi vedrà.»
«D’accordo. Aprimi il portone e apri anche la porta di casa, conterò trenta secondi e poi salirò le scale. Intanto tu ti chiuderai in camera tua, io entrerò dalla porta d’ingresso, mi metterò fuori la tua stanza e parleremo. Così non ti vedrò.»
«Non cercare di convincermi in nessun modo. Sprechi fiato.»
«Non ci provo. Te lo prometto.»
«Non ti credo, non sei fedele.»
«Fammelo giurare.»
«Giuramelo su Mia.»
«Su Mia. Apri.»

Aprì. Gabriele fece come disse: contò uno-due-tre-quattro fino a ventinove, perché era un infedele, e iniziò a salire le scale. Dopo due rampe entrò in casa di Tula, chiuse la porta d’ingresso e si piazzò fuori la stanza della ragazza. Disse: «Sto qua». Si misero uno di fronte all’altra con la porta di mezzo che li separava.

Giorni prima qualcuno le aveva illustrato la questione dei settantadue nomi di Dio per spiegarle che nella vita c’è bisogno di credere che la realtà abbia una struttura spirituale profonda, e se la si ignora poi è molto facile sprofondare in alcuni baratri della coscienza, e che c’è bisogno di riporre una certa fiducia in essa anche quando non si è abituati ad affidarsi alle cose e alle persone, e che talvolta la combinazione giusta può ribaltare una situazione e così generare abbondanza eccetera eccetera. «Me ne fotte relativamente, ma sembra interessante. Ti ringrazio» aveva risposto, provocando un certo fastidio nell’interlocutore che, di certo, stava cercando come poteva di tenderle una mano. Ma Tula l’avrebbe fatto comunque, e lo sapevano tutti. In effetti, non aveva mancato di avvisare chiunque le stesse intorno in quel periodo che, prima o poi, si sarebbe sparpagliata cercando di lasciare meno tracce possibili, e che avrebbe fatto ritorno verso il nulla, come diceva.
A dire il vero ripeteva da anni frasi come: «un giorno mi si squaglierà il nome o vi renderete conto che mi sono inghiottita il tempo, finalmente» e per lei quella ripetizione significava insinuare un germoglio nella testa della gente che pian piano sarebbe cresciuto trasformandosi in una certezza naturale, così che nessuno, nel giorno che avrebbe scelto per sparpagliarsi, potesse sentirsi sorpreso. Difatti, se inizialmente riceveva risposte come «ma che dici?» o «stai perdendo la testa» o ancora, da chi l’amava di più, «smettila di dire queste puttanate che dici per farti voler bene, per costringerci tutti a te», dopo un po’ nessuno si oppose né fece più domande: a una persona com’era lei, si sapeva bene, non c’era possibilità di farle cambiare idea. Tutti pensavano che se si metteva una cosa in testa aveva di certo le sue insindacabili motivazioni, anche su una questione del genere, e nessuno sembrava avere troppe difficoltà nello scendere a patti con l’evidenza che sarebbe stato impossibile sindacarle una decisione presa.

Undivé, il cane da pastore di Tula, uscì da una delle numerose stanze e si mise ad annusargli le scarpe, soffiando con violenza dalle narici, infastidito dalla sabbia. Il ragazzo guardò il gesto del cane e disse
«C’è il cielo tutto giallo. Hai fatto venire la fine del mondo e ci porti tutti quanti appresso a te. Hai visto?»
«Sì, lo vedo. Ho la finestra aperta.»
«Lo fai lì, quindi.»
«Diceva Mia che quando c’è il cielo giallo significa che viene il terremoto.»
«Ma che stronzata, è la sabbia del Sahara che resta nelle nuvole.»
«Non so, quando lo diceva era piccola.»
«Tu da piccola non hai mai detto stronzate.»
«Solo perché le diceva lei e capivo che dovevo fare di meglio se volevo che mi si volesse bene.»
«Credi che non le abbiano voluto bene?»
«Sì, ma forse io no, non abbastanza.»
«Lo fai lì?»
«Sì. Dimmi la cosa.»

Negli ultimi mesi aveva iniziato ad accumulare una serie di piccoli rituali che tracciavano un percorso ben chiaro, anche se strettamente personale, tra se stessa e il momento in cui si sarebbe sparpagliata. Aveva, per esempio, preso l’abitudine di accendere e spegnere la luce più volte pigiando sull’interruttore per cercare di comprendere il meccanismo che porta dalla luce al buio e viceversa, e in che modo un tasto potesse decidere se dentro o fuori, se su o giù. Aveva capito che non era tanto il meccanismo in sé ma la mano che lo muoveva, e questa era stata una delle prime rivelazioni che, a parer suo, avevano costruito una strada liscia e senza impedimenti verso quel giorno. Gabriele, al di là della porta, pareva capire bene quanto Tula avesse faticato per arrivare al momento in cui, finalmente, avrebbe potuto smembrare e ricodificare la sua leggibilità per il mondo.

«Ho ricordato una cosa importante. Penso che tu la debba sapere.»
«Sarebbe?»
«La tenevo io a Mia, quel giorno. Non tu.»
«E io lo sapevo che tu venivi qua per convincermi, ma te l’ho detto: non mi convinci, è meglio che ti stai zitto.»
«No, Tula. Non me ne frega niente di convincerti. Te lo sto dicendo per egoismo, perché ho ricordato questa cosa e non me la voglio tenere dentro. A Mia la tenevo io, non tu.»
«Ma che stronzata. La tenevo io per mano e lo sai bene, poi mi sono distratta.»
«No. I vostri genitori erano andati con i miei a comprarci le graffe. Tua madre disse: non lasciare tua sorella per niente al mondo e se la devi lasciare a qualcuno, lasciala a Gabriele. Tu dicesti: non la lascio a nessuno, me la tengo io. E ce ne stemmo lì a giocare, ad aspettare che tornassero. Poi passò quello che vendeva i palloncini a forma di Looney Tunes. Ti ricordi?»
«Sì.»
«E Mia iniziò a piangere che voleva il palloncino di Lola Bunny.»
«Sì, che scassacazzo.»
«Esatto. E tu mi dicesti: Gabriele, tienimela. Glielo vado a comprare sennò non la smette più.»

Un altro rituale che aveva ormai completamente assorbito nella sua routine era concentrarsi su una parola e cercare di estrapolarne ogni significato possibile. La scriveva e poi si metteva a fissare tutte le lettere scritte sul foglio, la ripeteva mormorando, la smontava in sillabe, ne cercava tutti i confini e la collegava a decine di altre parole disponibili nel suo vocabolario per tentare di assicurarsi un ponte tra la lingua e la memoria. I ricordi, che sono per natura sfuggenti, in questo modo venivano completamente incastrati in una rete soffocante di eventi e sequenze codificati al millimetro. Così li poteva ordinare, isolare, ricollegare alle parole che le servivano, nei momenti in cui le occorrevano. Le fu evidente, in quel momento, ci fosse stata una falla nel sistema della memoria, e non seppe spiegarsi perché. La presa di coscienza la investì. Realizzare, d’un tratto, di aver trascinato un ricordo mancante di un arto per tutta la vita, e di aver vissuto sempre sotto il peso del senso di colpa in maniera innecessaria, la gettò in un profondo stato d’immobilità e in contemporanea la sollevò. Tacque. Gabriele continuò

«La presi io. Tu ci mettesti tempo perché non sapevi ancora contare bene i soldi. Mi arrivò una palla e mi fu chiesto di andare a giocare. Io dissi a Mia di aspettarmi lì seduta e di non muoversi, e andai. Quando poi Mia non la trovammo più, mi dicesti che ero un traditore.»
Tula fece un lungo silenzio. Man mano che Gabriele parlava, riusciva a ricostruire con esattezza la scena vissuta nei suoi minimi e nuovissimi dettagli. Ebbe, sola e dall’altro lato della porta, una sensazione di squarcio. Tirò un sospiro che quasi pianse. Poi disse: «Va bene. Adesso vai.»
«Te lo ricordi?»
«Ora devi andare, vai.»
«Tula, te lo ricordi?»
Tula disse: «Sì.» Poi continuò: «Non è colpa di nessuno. Ci vediamo domani.»
«Sì, a domani. Ti voglio bene» disse lui, e, non ricevendo risposta, diede una carezza sulla testa di Undivé che gli era rimasto accanto tutto il tempo, poi andò via.
Tula aprì la porta e trovò il cane seduto, in attesa, a guardarla con quegli occhi nocciola che le sembravano da sempre due bottoni splendenti fatti per allacciare ogni cosa smembrata.

2 Replies to “I settantadue nomi di Dio, o Tula“

  1. Il testo ha una prosa molto fluida e fruibile al lettore, arriva chiara ma soprattutto non ha un andamento monotono né lento; particolarmente apprezzabile è il distacco infinitesimale tra il dialogo e l’nteriorizzazione del personaggio principale, il ricordo che fa da topos rende possibile il fatto che ogni parte del testo in qualche modo riprenda le precedenti.
    Il senso di amarcord che regna e fa da fondamento rende il tutto più intimo, lo stile narrativo rende sicuramente più facile immedesimarsi e riuscire a ripescare dalle nostre stesse memorie le sensazioni di cui si sta leggendo.
    Se l’autrice pubblicasse un libro lo leggerei senza pensarci due volte.

  2. In continuità di tematica e di stile col precedente racconto, questa volta focalizzato più sul senso di colpa e sullo straniamento come autoterapia, il racconto ha due preziose tangenze con opere famose. Lo “sparpagliamento” non può non evocare le “smarginature” della Lila di Elena Ferrante, con la differenza che là era puro dominio dell’inconscio e qui il processo è programmatico e intenzionale, è rito curativo che non risolve né allevia, ma è rito e ammanta di sacro ciò che ha profanato la purezza nella banalità quotidiana di un lontano giorno qualunque; e la memoria fa da supporto. Per il resto, nel dialogo su un passato-macigno insuperabile, è un’eco del dialogo epistolare e verbale fra gli attori di una tragedia in riva al mare notturno ne “Il colibrì” di Veronesi.

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